Rocca Brancaleone: serve un architetto

Storia e Critica

Rocca Brancaleone: serve un architetto


di Sandro Lazier
2/2/2020

----> Qui il filmato con l'illustrazione del progetto

Fresca fresca di settimana ci arriva notizia della boutade che vedete nell’immagine qui sopra.
Si tratta dei lavori di 'valorizzazione' della Rocca Brancaleone, quattrocentesca fortezza ravennate utilizzata come luogo pubblico. Un rudere importante ed imponente, che fu salvato dall’abbandono e dal decadimento quando fu acquistato, nel 1965, dal comune di Ravenna e successivamente riadattato con restauri e rimaneggiamenti, fino alla destinazione attuale ad uso di giardino e teatro all’aperto.
Ora si sarebbe deciso di coprire il grande spazio centrale dove attualmente c’è il teatro con una sorta di telarium, alla maniera dei romani, sostenuto perimetralmente da impalcature in ferro che dovrebbero ricordare le fattezze originali dell’intero edificio.
Se ricordate, già ci fu un concorso per la copertura dell’Arena di Verona che vide persino un vincitore, gli studi tedeschi SBP (Schlaich Bergermann Partner, Stoccarda) e GMP (Architects von Gerkan, Marg und Partners, Berlino); ma in seguito arrivò la bocciatura: “Bocciato dalla Soprintendenza archeologica il progetto del 'tetto' dell'anfiteatro”. Il sindaco di Verona: «Snaturare questo gioiello sarebbe stata una ferita non solo all'arena ma anche all'intera piazza». Ovviamente non mancarono le polemiche e, conoscendo l’avversione dei soprintendenti per l’ibridazione contemporanea dei contesti storici, si capì subito che tutto sarebbe finito in nulla, malgrado la discreta qualità del progetto. Ovviamente, non furono ininfluenti le sguaiate minacce del solito Sgarbi e compagni di merende.



Passano gli anni ma le idee, soprattutto quando non sono mai del tutto nuove, ritornano.
Dice Antonio De Rosa, sovrintendente del Ravenna Festival: «Il nuovo velario di copertura e una platea di 1500 posti consentiranno di programmare nella nuova Rocca spettacoli di musica, teatro e danza impreziositi dalla suggestione del sito recuperato nella originaria imponenza architettonica».
Aggiunge il sindaco Michele de Pascale: «Per l’amministrazione comunale la valorizzazione della Rocca è un’operazione assolutamente strategica. Si tratta di uno dei ‘luoghi del cuore’ di moltissimi ravennati, con enormi potenzialità: come polo di aggregazione per la cittadinanza, attrattore turistico e contenitore di spettacoli di caratura nazionale e internazionale».
Per finire, il soprintendente Giorgio Cozzolino: «Il progetto, sviluppato in un eccellente clima di collaborazione dai tecnici di Soprintendenza e Comune di Ravenna, mi pare che abbia saputo cogliere in maniera originale proprio la valenza così particolare di questo luogo».
Sulla base di queste premesse istituzionali si dà quindi il via alla progettazione d’un intervento che dovrebbe essere capace di rispondere adeguatamente a queste nuove indubitabili pretese.
Vista l’importanza del cantiere (8 milioni di euro non sono uno scherzo) ci si aspetterebbe la promozione di un bel concorso per selezionare qualcuno che, per cultura, esperienza e dote, potesse dare risposte in tema e con un livello superlativo. Tema difficile ma non impossibile, da affrontare senza negare a priori a qualcuno la possibilità di poterci provare, come sicuramente, invece, vorrebbe la solita compagnia degli intellettuali prêt-à-porter.
Ma non è andata così. Tra i vari articoli che ne danno notizia, nessuno cita gli autori del progetto, segno che il medesimo dev’essere stato concepito e sviluppato all’interno degli uffici tecnici del comune, con la consulenza del provveditorato il quale, non si limiterebbe a fare il giudice, ma diventerebbe imputato egli stesso.
Gli uffici tecnici, cresciuti e formati per limitare le esuberanze dei progettisti e del mercato immobiliare, diventano a loro volta progettisti con il limite che l’esuberanza, loro, se la limitano da soli. Ovviamente, se si tratta l’architettura come se fosse una partita di patate, il tornaconto direbbe che i tuberi conviene coltivarseli in casa, senza badare troppo al gusto e ai risultati, per il semplice fatto che, se comunque un qualsiasi progetto sarebbe tenuto a passare il filtro delle istituzioni, una volta stabilita la bontà dell’idea e della soluzione, tanto varrebbe farlo fare alle stesse istituzioni. Questo, purtroppo, è ciò che sempre più spesso avviene: non capire che il limite dell’architettura sta proprio nella presunzione d’essere realizzazione solo d’un’idea e non d’un progetto, nel senso che solo il progetto nel suo farsi e realizzarsi tramite un linguaggio può definire la dimensione e la la cifra del risultato. Ora, io non escludo che all’interno delle pubbliche amministrazioni ci siano soggetti capaci d’un linguaggio autonomo e magistrale, tanto da poter competere con le migliori menti della cultura contemporanea. Credo nondimeno che, se tali persone esistessero, non sarebbero ignote alla pubblicistica di settore ma, nel caso del comune di Ravenna, non ho notizie in tal senso.
Nemmeno ho notizie di qualche protagonista contemporaneo, della professione o della cultura, chiamato come consulente per cercare di orientare il progetto su binari di seria eccellenza. Pare che, invece, tutto sia stato cucinato in casa, fottendosene di concorsi, appalti e altre sciagurate scartoffie legislative. Sono sicuro: mi diranno che formalmente tutto funziona perfettamente, ma quello che io contesto non è la rotta ma il punto d’approdo.

Diciamo subito che la qualità del progetto d’architettura, a meno che non si vogliano arruolare nella categoria anche le stravaganze del burlesque, in questo caso non esiste proprio. Ovviamente non parlo di tecnica costruttiva ma di architettura, distinguendo e ammirando le capacità balistiche di ingegneri e tecnici nel riproporre in un modo ingenuamente palese le forme antiche originarie. Però dico banale perché, se questa era l’idea condivisa dalla soprintendenza, pur essendo di per sé già profondamente banale questa ispirazione, esistevano centinaia di modi elegantemente allusivi per ridare l’idea dello spazio coinvolto in origine.
Capisco che per il pubblico di bocca buona una visione scenografica e fumettistica dell’architettura possa raggiungere una maggiore dimensione ricettiva, ma se la rincorsa del consenso popolare non risparmia neppure le occasioni più alte di rivelazione dell’intelligenza umana, abbandonando del tutto il valore pedagogico e formativo delle coscienze, non ci possiamo più stupire della deriva fascista e populista che proprio sulla cifra pittoresca dei valori della storia regge il suo arbitrio. E trovo rivoltante che cinque degli otto milioni necessari per realizzare questa oscenità culturale vengano proprio dal Ministero di quella cultura che prima ancora d’essere tutelata andrebbe promossa. Due sono gli aspetti fondanti di una cultura moderna ed evoluta: bisogna averla, conservandola e trasmettendola con le istituzioni scolastiche e ministeriali; ma bisogna soprattutto realizzarla, attingendo dal mondo libero dell’arte e della poesia architettonica, in cui la libertà dai pregiudizi storici e accademici è dote essenziale. Nella lista delle più prestigiose personalità dell’architettura, infatti, pochissime sono quelle appartenenti e provenienti dal mondo accademico e, tra queste poche, in maggioranza sono quelle che hanno mediato e sottomesso la loro creatività al pregiudizio storicistico o ideologico. Questo è il motivo per cui una caricatura del passato, come questo progetto rappresenta, può trovare ascolto anche tra chi siede su cattedre importanti, convincendo un ministero, sulla cui buona fede non ho motivo di dubitare, a finanziare un’opera di cui il ministro Franceschini non credo conosca l’indubbia inconsistenza architettonica.

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