La Sconcertante Biennale di Venezia del 2021

Storia e Critica

La Sconcertante Biennale di Venezia del 2021


di Antonino Saggio
25/5/2021


La 17º Biennale di Venezia, vale la visita?
Il tema proposto dalla mostra “Come vivremo insieme” è centrato?

Rispondere in maniera chiara a queste domande, è una richiesta giustificata del lettore. Non lo deluderò.

Cominciamo però da Venezia.
La città rimane magnifica, ma è cosi innervosente che è difficile perdonarle sempre e ogni volta tutto.
Perché mai un insegnante con famiglia debba spendere ogni viaggio in vaporetto 30 euro è un insulto all’Unità d’Italia.
Perché rimane in vigore il mercimonio del biglietto in molte chiese?
Grande Papa Francesco, si chiama Simonia ed è peccato!
Perché, volendo fare un giro a scoprirne i tesori, se ne trova la maggior parte chiusa quando in altre parti di Italia si utilizza la scuola-lavoro (per esempio a Palermo) o le associazioni culturali (in molte piccole città in Toscana) per tenerle aperte?
Infine, perché dei servizi a prezzo ragionevole alla cittadinanza e ai turisti esistenti da secoli - per esempio il traghetto in gondola a Marcula che attraversa il Canal Grande - sono stati eliminati?
La risposta segue, ma prima: visto che una tecnologia in binari (magari in plexiglas) sui ponti principali eviterebbe un penoso trascinamento di carrozzine e valige non adottarla è un mistero. Non è un mistero invece. Il benessere pubblico è trascurato in questa città, tutto è cosi incredibilmente commercializzato. Di nuovo le si perdona oggi, le si perdona domani, ma difficile è non aderire all’anatema del filosofo Regis Debray che paragonando Napoli e Venezia fa vincere Napoli in ogni aspetto.
(Link all'articolo, il libro si chiama “Contro Venezia”)
A Napoli prendo la metropolitana con un € 1,10 ci sto quanto mi pare ed ho a disposizione una spettacolare raccolta d’arte. Andandoci mi sento con gioia napoletano, campano, italiano, a Venezia un pollo da spennare.

Ma torniamo alla domanda:
La Biennale di questo 2021 vale la visita?
Cerchiamo di essere analitici. Al tema che abbiamo appena descritto e cioè Venezia, il curatore Hashim Sarkis professore all’MIT, ha pensato di dedicare una piccola mostra di Laura Fregolent e Paola Malanotte Rizzoli e un oggetto di design urbano. Troppo poco. Eppure abbiamo avuto un anno extra, una pandemia che ha fatto chiudere centinaia di attività commerciali, e molti alberghi sono falliti “per sempre”. La sensazione è che il tema “Come vivremo Insieme” sia affrontato molto genericamente senza uno sforzo paragonabile alla gravità della crisi di questi anni. Nel padiglione centrale ai Giardini si passa da uno Science fiction ad un altro: cilindri con bollicine e scheletri, minerali appesi alle volte, plastici territoriali colorati e altre operazioni simili. Si sottolinea ancora lo stato di una architettura che dovrebbe apparentarsi con l’arte o con la scienza, ma rimane in una terra di mezzo già vista e deludente. Si presenta qualche proposta più disciplinare nella sezione “Trascending the urban rural”, la ruralizzazione dell’urbano, una idea astratta secondo me vista l’urbanizzazione dei comportamenti prima ancora che degli spazi.
Il visitatore spera meglio nei padiglioni della nazioni. Di quelli che ho visto ai Giardini mi ha stupito molto quello americano. Che di primo acchito sembra anche interessante. Infatti tutto il padiglione riguarda il Framing, la tecnica di costruzione del nuovo mondo che ha standardizzato il montante 2x4 inches, il chiodo, e le frontiere esterne (finestre, porte, pannelli di rivestimento) e sulla base di questa tecnologia ha costruito il nuovo mondo. Questo framing si ripropone nel padiglione a-criticamente.

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Ampliamento del Padiglione degli Stati Uniti d’America - Foto dei Co-Curatori Paul Andersen Paul Preissner

Cosa possiamo farci “per vivere Insieme” non è chiaro. Se siamo ottimisti possiamo pensare che il legno ci salverà (se siamo in grado di “coltivarlo” con essenze a rapida crescita.. se no sterminiamo foreste invece che cave). Ma il problema è come si tampona, come si fa spazio chiuso e protetto con il framing. In conferenza stampa il curatore prof. Sarkis si è detto soddisfatto di tre opere che si ergono come monumenti scultorei. Una è appunto quella che chiude la corte del padiglione americano con tre piani di framing percorribile, una seconda gli sta poco davanti e propone una ossatura in acciaio inframezzata da piccoli tronchi su una bella pianta ovale (si chiama Birds e l’autore è Patrick Berger) e la terza è una sorta di gigantesca struttura in massicci tronchi ed è di Elemental. Vivremo così quindi? Aperti alle intemperie. Oppure il tutto è una esercitazione formalistica?

Deludente è il padiglione dei paesi nordici che propone un tema che è apparso con forza negli anni Sessanta dello scorso secolo, il Co-Housing. Gli architetti creano una installazione interna che non trasmette il senso del Co-Housing, né tanto meno illustra come si potrà evolvere nei prossimi anni.

Della Germania, nel passato creatrice di interessanti padiglioni, rimane un padiglione con dei QR Code sui muri bianchi (ometto gli aggettivi), il Giappone espone una operazione cervellotica di montaggio e rimontaggio di un fabbricato, la Svizzera illustra una serie di operazioni sui luoghi di confine.

A me è piaciuto molto il padiglione della Spagna che organizza una operazione semplice e diretta. I curatori indicono un concorso per architetti sul tema della Biennale. Le centinaia di proposte arrivate sono appese al soffitto a creare una nuvola, che è molto bella ed efficace, e nelle altre parti del padiglione fanno emergere i progetti migliori. Si possono guardare e si scoprono credibili modifiche all’impianto di un appartamento minimo, oppure nuove strutture multitasking per gli spazi pubblici. Spero che vincerà.

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UNCERTAINTY, padiglione Spana di D. González, S. Piñero, A. Gwizdala, F. Herrera, ph. courtesy Biennale

A questo punto si va all’Arsenale un poco perplessi. E invece no. La prima sezione delle Corderie è ottima. Guardatela e riguardatela con attenzione, qui Sarkis ha fatto un ottimo lavoro. I lavori sono scelti con cura e le diverse installazioni formano una ottima mostra complessiva secondo me. Con un bel bilanciamento tra architettura costruita, installazioni sperimentali, progetti di ricerca.

PhotoSynthEtica
PhotoSynthEtica photobioreactors in time of COVID19 EcologicStudio Claudaia pasquero e Marco Poletto

Naturalmente sono partigiano e sostengo sempre il lavoro di Ecologic studio. L’Installazione è molto bella ed elegante, tanto per cominciare. Claudia Pasquero e Marco Poletto propongono un ciclo completo di utilizzo delle loro famose alghe. Dallo stoccaggio in pareti di plastica, che possono creare ulteriori innovazioni architettoniche, al loro stadio di trasformazione in cilindri che consentono la creazione di cibo e allo stesso tempo purificano l’aria e infine alla consumazione di un drink in bicchieri in vetro 3d printed che rappresentano una sperimentazione nuova e interessante.

Nelle Corderie ho trovato molto interessante il bel lavoro del team turco-americano Anadol e Hotamışlıgil sulla architettura molecolare, che ci accoglie quasi all’inizio e che vede un team misto tra uno scienziato ed un architetto. Mi ha molto interessato l’istallazione Feireiss-Banchini che hanno scoperto un pioniere americano dell’autocostruzione che si chiama Lyod Kahn, autore di molte pagine del World Earth Catalogue. Lo hanno studiato e intervistato. E siccome Banchini lavora lui stesso su queste opere sperimentali, l’istallazione lega con un filo storia, ricerca e progetto e soprattutto passato e futuro. Bello il libro “Shelter Cookbook” che hanno prodotto per l’occasione.

Feireiss-Banchini
There are wall that want to crawl Leopold Banchini, Lukas Feireiss, Dylan Perrenoud in collaboration with Llyod Kahn

Sempre alle Corderie interessante l'edificio di Lina Ghotmeh che è miracolosamente sopravvissuto all’esplosione al porto di Beirut, (ci si augura che i ruderi delle distruzioni belliche possano essere usati in altri edifici), l’operazione nel Mercato a Plateau Central di Benedetta Tagliabue e naturalmente il lavoro di Achim Menges che in questo caso crea un vero prototipo abitabile e percorribile con una sterzata pragmatica alla ricerca del suo Istituto Stoccarda.

Menges
Material Culture: Rethinking the Physical Substrate for Living Together Achim Menges e Jan Knippers University of Stuttgart ph. courtesy Biennale

Infine di grande impatto è il lavoro di Libertìny che lavora sulle api scoprendo che attraverso la creazione di una struttura le api possono trasformarla in scultura o forse addirittura in spazio.

Libertiny
Behive Architecture Sculture in cera di api Tòmas Libertiny (foto Giovanni Betti)

Insomma la sezione alle Corderie è ottima e vale la visita.
Proseguendo si trovano molti padiglioni nazionali, alcuni di buon interesse, ma l’attesa è naturalmente per il padiglione Italia.
Io sono rimasto interdetto.
Non ho alcuna sintonia per il mondo, l’estetica e la grafica cyborg, trovo confusionario il susseguirsi delle cosiddette comunità resilienti, anche se forse vi si nascondono degli aspetti interessanti. Non ho mai citato lo slogan “Resiliente” in vita mia eccetto in un breve pezzo che mi era stato richiesto dal curatore Alessandro Melis, che ho scritto con Gaetano De Francesco, e di cui non ho trovato traccia alcuna.
Il Ministro Alberto Bonisoli che ha scelto il curatore, adesso può specchiarsi nell’esito. Insomma, se siete in ristrettezze, oppure studenti, non vi consiglio di andarci. Ci sono molti altri modi più utili per apprendere de visu l’architettura. E a Venezia stessa tra gli eventi collaterali e gratis vi sono ottime mostre, per esempio quella a Palazzo Bembo “Watershed Architecture” che tocca un tema ben serio. Se siete già in città, forse potete visitarla, ma attenzione il tempo di una giornata è comunque poco.
Potete seguirei i miei consigli oppure se vi fa piacere aggiungete i vostri pareri. Antithesi è sempre fatte per dialogare.

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