La torre, il ponte, il viadotto. <br>E alla fine sopravvisse il peggiore

Storia e Critica

La torre, il ponte, il viadotto.
E alla fine sopravvisse il peggiore


di Paolo G.L. Ferrara
16/6/2021

Nel suo articolo “Senza vergogna” (agosto 2020 - LINK all’articolo) tra gli ultimi che ha scritto e tra i più forti e liberi, Lazier definiva “squallido viadotto” quello che Piano chiamava “ponte”.
Le parole di Renzo Piano, espresse il giorno dell’inaugurazione del suo viadotto, fecero venire meno la pazienza di Sandro Lazier sulla questione dell’abbattimento del “ponte Morandi”.

L’articolo fu il terzo di un trittico che Sandro iniziò a scrivere immediatamente dopo il crollo del ponte.

Nel primo, “Requiem per Genova, e forse per tutto il Paese” (dicembre 2018 - LINK all’articolo ), aveva perfettamente compreso che l’operazione di Piano di proporre il suo nuovo ponte appena qualche giorno dopo il crollo, non si sarebbe arrestata, e che – soprattutto – nessuno si sarebbe permesso di obiettare…
Nel secondo, “Siamo in alto mare” (marzo 2019 - LINK all’articolo ), tra gli altri argomenti trattati, Lazier poneva l’accento sulla pretestuosa critica di Piano alle capacità costruttive di Morandi, argomentate dall’architetto genovese facendo riferimento alle modalità applicative della sinergia cemento/tiranti, che l’ingegnere romano avrebbe usato in modo errato.
Scriveva Lazier che “… in architettura la storia insegna che non esistono errori, ma solo scelte che il tempo provvederà a sanare”, intendendo con ciò che “… alla fine, gli errori il tempo li digerisce tutti, ma cionondimeno toglie che sarebbe bene non farli”.

Riparto da questo concetto quale incipit per parlare di un altro “Ponte Morandi”, certamente meno noto, certamente poco attrattivo dal punto di vista della sua valenza storica e che nessuna archistar ha attenzionato, neanche per intervenire nel dibattito (comunque assolutamente sterile) che si era acceso su di esso subito dopo il crollo di quello più famoso, a Genova.

Ne parlo perché credo che l’architettura e la paesaggistica non debbano avere maggiore o minore risonanza a secondo del luogo in cui si inverano e/o rispetto alla loro paternità.
Un “altro” Ponte Morandi che dal punto di vista squisitamente paesaggistico non è meno importante di quanto lo fosse quello di Genova.
In realtà, non si tratta di un vero e proprio ponte, bensì del “Viadotto Akragas”, così chiamato in onore della gloriosa città della Magna Grecia che poi, dopo essere stata “Girgenti”, nel XX secolo divenne “Agrigento”.
Il nuovo nome lo volle Benito Mussolini, nel 1927, per darle una connotazione “italiana”, come se la storia della sua fondazione e delle sue magnificenze, frutto della colonizzazione millenaria, potesse essere cancellata dal cambio del nome.
Invero, il nuovo nome restò anche dopo il 25 aprile 1945, e da lì in poi Agrigento si calò perfettamente nella modernità post bellica, ma in modo maldestro, scegliendone la peggiore declinazione: la speculazione edilizia, che è sempre preludio all’anti-architettura, all’anti-urbanistica, all’anti-paesaggistica.
Oltre alla devastante cortina di palazzi che si stagliano a fondale della Valle dei Templi, ne è dimostrazione anche il “Viadotto Akragas”, e nonostante l’indiscusso ingegno di Morandi.
In realtà, il viadotto e la cortina di palazzi sono legati dalla frana del luglio 1966, che scoperchiò definitivamente il malaffare speculativo, che però non si fermò.
Il discorso all’ARS (Assemblea Regionale Siciliana) di un deputato, del 2 settembre del 1966, è certamente indicativo della situazione assolutamente critica che Agrigento viveva dal punto di vista della gestione politico/affaristica.

La famosa frana era avvenuta circa cinquanta giorni prima, e il deputato pronunciò queste parole:
<< Ho l’impressione che il Comune di Agrigento sia Comune di quelle tali comunità del Far West in cui le questioni della giustizia potevano essere risolte soltanto perché, ad un certo momento “arrivano i nostri”, con mezzi diversi da quelli legali, diversi da quelli della corretta amministrazione. Ma questo poteva accadere nel Far West, non può accadere nella Repubblica Italiana, dove esistono tradizioni diverse. >>

Qualche anno dopo, all’inizio degli anni ’70, il viadotto Akragas vide la luce, ma non avrebbe dovuto.

In effetti, sin dal 1945 Agrigento era stata inclusa nell’elenco dei nuclei abitativi soggetti a eventi franosi (Decreto Cattani-Togliatti) e dal 1968, anno del terremoto della Valle del Belìce, fu inserita anche in quello delle zone soggette ad eventi sismici.

Per circa cinquant’anni poche voci ne hanno parlato quale scandalosa operazione speculativa. Poi, dopo il crollo del Ponte sul Polcevera, all’improvviso, destate dal tragico rumore di Genova, si sono scatenate le coscienze di chi vedeva, ad Agrigento, l’imminente pericolo del ripetersi della tragedia.

A dire la verità, qualche anno prima ci fu chi aveva denunciato la disastrosa situazione strutturale del viadotto Akragas 1, che fu così chiuso nel marzo del 2017.
Ci si era accorti che strutturalmente qualcosa non andava, tanto che nel marzo del 2018 fu il TG1 a fare un servizio sulla situazione di assoluto pericolo, che portò molti addetti ai lavori (architetti, ingegneri, critici, moralisti) a chiederne l’abbattimento.

Qualche mese prima del crollo di Genova, dunque, lo stato precario del Viadotto Akragas1 ebbe risonanza nazionale. In realtà, così come per Genova, nessuna responsabilità può essere data a Riccardo Morandi per lo stato della sua assoluta criticità strutturale, ma certamente va data a chi mai aveva provveduto a far fare la corretta manutenzione del manufatto.
Genova ed Agrigento, due opere di Morandi nate per essere elementi della contemporaneità. Due opere in realtà molto diverse, soprattutto a livello paesaggistico.
Ma se a Genova Morandi progettò sul Polcevera un positivo segno assoluto della modernità, ad Agrigento lo fece senza avere contezza della presenza del paesaggio, dando vita all’anti-paesaggistica creata dall’anti-urbanistica.

Si consideri che la prima vergognosa manifestazione in disprezzo delle bellezze paesaggistiche fu quella di edificare il viadotto proprio sull’antica necropoli greca di Pezzino, Valle dei Templi.
E se è vero che l’architettura e le infrastrutture sono opere che nascono per il bene della collettività, la riflessione che vorrei porre non è quella sull’opportunità di demolire o conservare, risanandole, le opere “moderne” che presentano condizioni strutturali al limite.
Piuttosto, considero pregnante il pensiero di Lazier che “… alla fine, gli errori il tempo li digerisce tutti, ma cionondimeno toglie che sarebbe bene non farli”.

Allora, fatto l’errore della costruzione del Viadotto Akragas, credo sia più pregnante capirne le cause non ponendo l’attenzione sulla sua solidità strutturale, bensì su un altro aspetto, quello della maldestra gestione urbanistico/politica nella storia di Agrigento.
Oggi il viadotto è fisiologico alla città e, ancora di più, a quel territorio massacrato da molti interventi scellerati eseguiti a partire dagli anni ’60, dunque gli errori della sua pianificazione e costruzione sono stati assorbiti dal tempo, ma restano un errore.

Il citato discorso all’ARS del 1966 ben focalizzava il deprecabile assetto urbanistico di Agrigento, allora nel pieno della disgraziata e clientelare gestione politica al potere, attuata dalla DC sin dal dopoguerra.
Eccone un altro passo, assolutamente significante:
<< Io mi permetto di consigliare a tutti i colleghi di rileggere, se hanno tempo, gli atti parlamentari di quelle sedute. >> (ndr: il parlamentare si riferisce a quelle riguardanti i rapporti mafia-politica emersi già nel 1963).
<< Oggi c’è la dimostrazione di come la Democrazia cristiana riuscì a fare svanire in una bolla di sapore tutta la fatica compiuta per assestare un colpo al sistema di potere basato sul clientelismo mafioso, sulla violazione delle leggi e dei regolamenti, sull’affarismo e sull’arricchimento personale. >>

Il significato di “bene pubblico” e di “interesse pubblico” lo rintracciamo proprio in quegli atti parlamentari del 1963 che risultano assolutamente attuali, a prescindere dalla gestione politica attuata in Sicilia prima, durante e dopo la seconda metà del XX secolo, sino ai nostri giorni. Rileggerli ci darebbe la misura di quanto la gestione urbanistica sia spesso soggetta alla compromissione mafia-politica-finanza, che non è patologia esclusivamente meridionale, ma che anche oggi è ben radicata pure in insospettabili operazioni edilizie di grande risonanza, spesso ammantate di grandeur pseudo culturale. Nel nord Italia.
Nel sud Italia, tra mille, il viadotto Akragas ne è uno degli emblemi.
Vediamo perché.
Torniamo alla frana del luglio 1966. La Commissione Grappelli, preposta a verificarne le cause, pose l’assoluto vincolo d’inedificabilità anche sull’area in cui il viadotto sarà poi costruito - a partire dal 1970 - per collegare con Agrigento la zona di nuovo insediamento denominata “Villaseta”, che nasceva proprio per ridare una casa ai sinistrati abitanti nella zona della frana.
Ecco la prima sconcertante incongruenza: si costruì il viadotto su area sotto vincolo di inedificabilità assoluta. Del resto, la relazione dell’indagine tecnico-geologica era chiara sulla situazione di pericolo, affermando che:
<< “Villaseta risulta ai limiti di una zona che presenta vistosi aspetti di dissesto geologico ed idrogeologico, che possono essere fortemente esaltati da interventi edilizi o infrastrutturali. Pertanto, in essa non dovrà essere consentita alcuna nuova costruzione o ricostruzione”. >>

Incongruenza che, il 15 dicembre 1972, evidenziò anche dal Corriere della Sera, data in cui il viadotto era in costruzione nonostante il vincolo di inedificabilità e l’attuazione del Decreto Gui-Mancini (1968), preposto alla tutela della zona archeologica di Agrigento: nemmeno dal decreto d’inedificabilità assoluta aveva fermato gli interessi nati intorno agli appalti di miliardari di lire scaturiti dal viadotto.
Risulta tutto ancor più paradossale se solo si pensa che il citato decreto vietava tassativamente ai proprietari dei terreni di modificare i tipi e le forme di colture, nonché di usare, per la lavorazione dei terreni stessi, mezzi meccanici senza l’autorizzazione della Soprintendenza, posto che si trattava di area rientrante nell’ambito della necropoli.

Insomma, mentre ai proprietari/contadini di quei terreni era vietato piantare una cipolla… sopra di essi …sorgeva il viadotto, i cui piloni poggiavano su fondazioni scavate direttamente nella necropoli stessa. In sintesi: era assolutamente vietato scavare per pochi centimetri così da potere coltivare, ma non lo era scavare in profondità per potere alloggiare le fondazioni dell’infrastruttura.
Ironia dell’assurdo: proprio dalle sedi scavate per alloggiare le fondazioni dei piloni, l’archeologo Ernesto De Miro, recuperava reperti di grande rilievo.

Situazione davvero pirandelliana. Si pensi solo al verbale della Questura di Agrigento, datato 1970 che riportava del sopralluogo degli agenti arrivati in sito: trovarono almeno nove plinti eseguiti sui resti archeologici e lo denunciarono. Nonostante il fascicolo aperto con l’ipotesi di reato di distruzione del patrimonio archeologico, la Soprintendenza non fece altro che obbligare l’impresa costruttrice a comunicarle (verbalmente!) l’eventuale ritrovamento di reperti. Ne vennero alla luce molti, ma la stessa Soprintendenza, esaminatili sommariamente, decretò che non si trattava di alcunché di artistico o interessante (!). In realtà furono ritrovati molti reperti di pregio (oggi esposti al Museo archeologico di Agrigento), come alcune rarissime pissidi, dunque è facile immaginare quanti ne sono andati persi.

Il viadotto Akragas 1 è chiaramente un’opera che coinvolge sia la tutela del paesaggio, sia quella dei beni archeologici, e lo testimonia anche la serie di opinioni recentemente espresse, dall’ urbanista prof. Giuseppe Gangemi, dall’ex presidente dell’Ordine degli Architetti di Agrigento Michele Cimino, dal Soprintendente BBCCAA di Agrigento Michele Benfari, tutti apertamente a favore della conservazione del viadotto.
Considerando che l’ANAS sta procedendo al risanamento (investimento di 30mln di euro), ogni opinione in merito al suo abbattimento non ha più ragione d’essere.
Non è inutile, invece, cercare di capire se il viadotto Akragas 1 sia o meno uno scempio morale ancor prima che paesaggistico.

Senza ombra di dubbio, lo è: il viadotto nacque “seppellendo” anche il decreto legge n.590 del 30/7/1966 (“Dichiarazione di zona archeologica di interesse nazionale della Valle dei Templi di Agrigento”), convertito con legge n. 749 del 28 settembre 1966. Al suo art.2 bis precisava che la Valle dei Templi (dunque anche la necropoli) veniva dichiarata zona archeologica di interesse nazionale, perimetrandone l’area di inedificabilità. Si trattava di circa 1300 ettari, vincolati dalla legge Gui-Mancini.

Lo scempio paesaggistico “risanato” resterà lì al suo posto, ma è con quello morale che dobbiamo fare i conti, perché è solo avendone piena coscienza la Sicilia potrà evitare altri tristissimi errori nella sua pianificazione territoriale.

Affermare che il viadotto Akragas1 sia “una bellezza straordinaria”, così come dice il Soprintendente BBCCAA di Agrigento lo trovo estremamente inopportuno perché si rischia di legittimare un’opera senza valenza.

Non è tra le opere migliori di Morandi, e certamente non basta chiamarla “Ponte Morandi di Agrigento” per dare valenza ad una infrastruttura che si pone in spregio al rispetto paesaggistico del sito archeologico e di tutta la Valle dei Templi.

Tutto ciò che viene edificato (palazzi, villette, infrastrutture, muretti, grattacieli, porti, aeroporti, etc.) entra in rapporto con il paesaggio, creando paesaggistica.

Qui sta il punto: possiamo avere un meraviglioso paesaggio che però, inserendogli costruito di mediocre livello, viene ridotto a deprecabile paesaggistica. Viceversa, lo stesso meraviglioso paesaggio può essere valorizzato dal costruito di qualità, trasformandosi in ottima paesaggistica.

Il viadotto progettato da Morandi, che si sviluppava da Villaseta ad Agrigento, oltre a devastare la necropoli paleocristiana, non fece altro che diventare parte protagonista di una già pessima paesaggistica, quella dellamuraglia di palazzi ai piedi della città antica (Girgenti), di cui aveva già sconquassato il rapporto con i templi, e che fu teatro della frana del 1966.

Frana da cui nacque l’idea del viadotto, quasi a testimoniare che i mali si concatenano.

Come già accennato, il nuovo insediamento residenziale di Villaseta fu edificato proprio per ospitare gli sfollati della frana, ma anche qui qualcosa non torna se è vero, come è vero, che dopo il terremoto del Belìce (1968) anche Agrigento e il suo territorio furono inseriti tra le zone a rischio sismico.

Peccato però che a questo puzzle di territori, quasi nel suo centro, mancasse la tessera corrispondente all’area dove sarebbe sorto proprio il Villaggio di Villaseta.

Pur correndo il rischio di essere accusato di dietrologia, affermo senza indugio che la storia della moderna Agrigento sia un compendio (negativo) del malaffare edilizio, e il viadotto Akragas 1 ne è solo l’elemento fisicamente più evidente ed imponente.

Diceva Sandro Lazier che “… in architettura, quindi, la storia insegna che non esistono errori, ma solo scelte che il tempo provvederà a sanare”, intendendo con ciò che “… alla fine, gli errori il tempo li digerisce tutti, ma cionondimeno toglie che sarebbe bene non farli”.

Esattamente: non farli gli errori.

Dunque, considerando che da cinquant’anni il viadotto Akragas 1 è parte integrante della paesaggistica agrigentina, non ci resta (ma non è poca cosa) che riflettere e meditare sul perché, in sfregio e spregio al paesaggio, nacque. Farlo servirà a dare ancora più pregnanza al pensiero di Sciascia, attuandolo:
“Bisogna rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà; rompere questa specie di patto fra la stupidità e la violenza che si viene manifestando nelle cose italiane, rompere l’equivalenza tra il potere, la scienza e la morte che sembra stia per stabilirsi nel mondo; rompere le uova nel paniere, se si vuol dirla con linguaggio e immagine più quotidiana, prima che ci preparino la letale frittata”.


Davvero incredibile come Sciascia possa riferirsi ad entrambe le situazioni, Genova ed Agrigento.
L’incuria che ha portato al crollo del Ponte Morandi di Genova ci ha privati di un’opera di grande ingegneria e paesaggistica, sostituita dalla passerella carrabile di Renzo Piano, lasciandoci in attesa che il Parco del Polcevera s’inveri nell’anello rosso di Boeri (sembra che i 35 milioni stanziati per l’inizio dei lavori siano in arrivo), così da cancellare completamente la memoria di Morandi.
L’incuria che ha portato al deperimento strutturale del Viadotto Akragas 1 la si sta coprendo con altrettanti milioni di euro, intervenendo parzialmente su alcuni piloni ammalorati, come se quelli non direttamente chiamati in causa dal pericolo di crollo si possano dire essere in perfette condizioni. Riapriranno il viadotto, per qualche anno, forse. Poi lo richiuderanno. E, prima o poi, chiuderanno tutti gli altri viadotti che circondano Agrigento, anch’essi in c.a., anch’essi male manutenuti, anch’essi figli di una errata pianificazione territoriale.

Quasi dimenticavo. L’autore dell’intervento all’ARS del 1966 fu Pio La Torre. Sarà poi ucciso nel 1982, dopo anni e anni di lotta contro la corruzione politico-mafiosa.

In attesa che il viadotto Akragas 1 sia riaperto (e poi richiuso) consiglio a me stesso e a chi lo vorrà di leggere gli atti dell’ARS che riportano i dibattimenti, le interrogazioni, le mozioni di tutti quegli uomini che hanno lottato per davvero per l’autonomia della Sicilia dalla compromissione politico/mafiosa.

Rileggere La Torre è illuminante, è attuale:
<< Signor Presidente, onorevoli colleghi, la frana di Agrigento ha posto la Sicilia ancora una volta all’ordine del giorno della Nazione. Si torna a parlare di questa nostra terra e del modo in cui viene governata. La Camera si è riunita in seduta straordinaria, il 4 agosto, ma non già per prendere provvedimenti straordinari per lo sviluppo economico dell’Isola, per l’attuazione del suo Statuto, per risolvere i problemi dell’Alta Corte, per porre fine all’emorragia dell’emigrazione, fronteggiare la disoccupazione. >>
<< Siamo all’ordine del giorno del Paese per un fatto senza precedenti: un quarto della città di Agrigento è crollato. Ottomila cittadini, da un giorno all’altro senza casa, hanno perduto tutto: gli artigiani le loro botteghe, i commercianti i loro negozi, gli operai il loro lavoro. L’opinione pubblica – sgomenta – si è chiesta come ciò sia stato possibile. A questo angoscioso interrogativo si è tentato di rispondere invocando il fato, il destino e le calamità naturali che l’uomo non riesce a volte a dominare. >>

Il “fato” e il “destino” delle urne elettorali da cui spesso hanno avuto origine le calamità artificiali, causate da chi ha governato.

Il Viadotto Akragas 1 nulla ha che possa farlo annoverare tra le grandi opere del suo progettista: è palesemente uno scempio paesaggistico. Non andava costruito, senza se e senza ma.

Lo è stato, e ce lo teniamo, ma è il peggiore tra i progetti di Morandi.

È ancora lì, mentre il migliore non c’è più, frettolosamente ascritto a simbolo negativo e demolito: rileggere la trilogia degli articoli di Lazier aiuta a riflettere.


Trilogia di Sandro Lazier:

"Senza vergogna” (agosto 2020) - LINK all’articolo

Requiem per Genova, e forse per tutto il Paese” (dicembre 2018) - LINK all'articolo

Siamo in alto mare” (marzo 2019) - LINK all'articolo


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