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Opinioni

Le nuove nomine per l’amministrazione dei beni culturali in Sicilia. Ovvero: il cinismo di pochi uccide il paesaggio


di Leandro Janni
15/9/2010
Sicilia, settembre 2010. L´ennesima, ultima impresa “poltronista” del presidente della Regione, Raffaele Lombardo, è in evidente contrasto con una legge che egli stesso ha fortemente voluto e inserito nella brochure pubblicitaria del suo governo, alla voce "grandi riforme". La legge 10 del 2009 che ridisegna la burocrazia regionale, infatti, stabilisce che soprintendenti e direttori dei musei vengano nominati dal dirigente generale dell’Assessorato regionale dei Beni culturali e ambientali.

Nella Sicilia "riformata", dunque, la scelta dei vertici delle istituzioni culturali dovrebbe avvenire, più o meno, in questo modo: il direttore dell’Assessorato dei Beni culturali e ambientali, dopo aver valutato attitudini e curricula dei candidati, dovrebbe scegliere quelli che ritiene più idonei a ricoprire gli incarichi. Dovrebbe, appunto.

Di fatto, la Sicilia "riformata" non esiste. Quella che abbiamo di fronte a noi è la Sicilia di sempre, dove le nomine - ad onta di quanto previsto dalla legge - vengono fatte ricorrendo alle consuete intese tra i partiti. Del resto, una partita importante come quella delle soprintendenze non poteva sfuggire all´occhio interessato del governatore Lombardo. Da quelle scrivanie si amministra un potere che, in parecchi casi, è superiore a quello di un assessore.

Certo è che in questi ultimi anni la discrezionalità politica nella scelta di vertici e dirigenti nel settore dei Beni culturali e ambientali, in Sicilia, si è fatta sempre più pervasiva e pressante. Sempre meno legata alle effettive qualità tecnico-scientifiche dei soggetti prescelti. Alla luce di quanto accaduto e accade, possiamo ben dire che i lunghi anni di formazione e specializzazione, la professionalità acquisita, le ricerche scientifiche, le pubblicazioni non contano più nulla. Non vengono più considerate un patrimonio di esperienze da difendere e valorizzare. La gravità di questa situazione non può essere ignorata. Tanto più se si pensa alle numerose e delicate competenze trasferite dallo Stato alle Regioni; tanto più se si pensa alla consistente lista dei beni demaniali che, proprio di recente, sono passati dallo Stato alla Regione.
E' una questione di civiltà, ma anche di rispetto della Costituzione italiana, che considera la tutela del patrimonio culturale e ambientale uno dei principi fondamentali della Repubblica. E d’altronde, dignità, competenza e prestigio delle strutture e dei funzionari dell’Assessorato regionale dei Beni culturali e ambientali non sono sicuramente in cima ai pensieri di un potere politico tanto cinico quanto modesto.

Come ha detto il direttore della Scuola Normale di Pisa e consigliere nazionale di Italia Nostra, Salvatore Settis, nei giorni scorsi, al Festival della mente di Sarzana, “il cinismo di pochi uccide il paesaggio”. La medicina? Settis la individua nella capacità dei cittadini di organizzarsi e mobilitarsi per difendere un diritto di tutti: il diritto al paesaggio. Forza e coraggio, allora: organizziamoci e mobilitiamoci.

Leandro Janni
Consigliere nazionale di Italia Nostra

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