Sopprimere le Commissioni edilizie

Opinioni

Sopprimere le Commissioni edilizie


di Sandro Lazier
29/1/2011

Tra i diritti fondamentali di una persona c anche quello di potersi costruire la casa con unarchitettura rappresentativa della propria cultura e sensibilit. Si tratta di un diritto che riguarda in generale la libert despressione e il nostro modo molto intimo e personale di stare al mondo.
Cos come ci si sceglie vestito e automobile e ci si esprime liberamente con parole e gesti, allo stesso modo si ha il sacrosanto diritto di abitare a proprio gusto e piacere, comunicando al prossimo lesperienza della nostra vita con la personalit che meglio ci descrive.
Credo anche che questo sia un diritto tra i pi profondi e fondamentali perch molto semplice da capire quando ci riguarda ma, a quanto pare, molto difficile da far rispettare dagli altri, spesso poco disposti a tollerare le stravaganze del prossimo, ma soprattutto da quegli addetti della pubblica amministrazione che la legislazione interpone tra questa legittima necessit espressiva, oltre che abitativa, e la sua concreta realizzazione.
sempre pi frequente, infatti, il caso in cui, soprattutto nei piccoli centri dove lattrezzatura culturale e giuridica spesso indolente - forse perch sedotta dal contesto agreste che per tradizione meno disposto alle novit formali - questo diritto viene tranquillamente calpestato in ragione dunestetica dinteresse collettivo, dettata in forma anonima, caso per caso, da un convegno di sedicenti esperti (in edilizia sicuramente, forse meno in filosofia e storia dellarte) che prende il nome di Commissione edilizia.
Con la considerazione preventiva che linteresse generale debba comunque prevalere su quello particolare e privato, nella convinzione dessere investiti duna missione pubblica, in molti soggetti che danno vita a questi comitati si sta radicando lidea che, appunto in fatto dinteresse, il generale abbia piena facolt di annientare il particolare, purch il delitto sia compiuto collegialmente (in forma di commissione, edilizia o paesaggistica indifferentemente) e abbia conseguenze su tutti indistintamente, senza deroghe, eccezioni e, soprattutto, favoritismi. Insomma, lonest della prassi dovrebbe giustificare e garantire la bont della teoria. Ma non cos. Se la teoria difetta, nessun rigore nella prassi la potr redimere e giustificare.
Il difetto della teoria, a mio parere, sta nellattribuzione dun valore assoluto a ci che definiamo in modo molto astratto interesse generale. Una sorta di stella fissa alla quale tutto deve riferirsi, ma che fissa non .
Nelluniverso sociale, complesso e relazionale, non esistono stelle fisse. Cosicch ogni scelta pubblica sempre e solo prerogativa di una parte rispetto ad unaltra, minoritaria. Per questo esiste la politica. Per questo esiste il confronto delle idee, a condizione che queste vengano espresse e, soprattutto, che abbiano possibilit desser manifestate.
Le ragioni della politica non sono le stesse di quelle che orientano un consiglio di amministrazione societario, dove il silenzio della concorrenza produce solitamente un beneficio per tutti i soci.
In politica, se non si d spazio al dissenso, se non si tutela lintegrit di chi la pensa diversamente dandogli modo desprimere il suo pensiero, addio confronto e, di conseguenza, addio politica. Annientare il dissenso, espresso in qualsiasi forma e da qualsiasi cittadino, in politica equivale al dispotismo, che di fatto un suicidio collettivo.
Ci sono dei confini, quindi, che non possono essere varcati nemmeno dalle migliori intenzioni di carattere generale. Questi confini sono i diritti della persona, che tutelano la sacralit degli individui dagli eccessi dellorganizzazione sociale, qualunque essa sia e indipendentemente dalla nobilt dei fini che la determinano, senza distinzione di razza, di religione, di sesso e, ovviamente, di gusto; e tra questi diritti certamente c quello di abitare come meglio si desidera, magari davanti un caminetto acceso godendosi il paesaggio da una grande vetrata, senza che un pretestuoso concistoro ci obblighi a passare le giornate sbirciando dai pertugi della finta casa di nonna papera, per il semplice fatto di stare in centro storico o in campagna con lobbligo di compiacere qualche gitante domenicale.
Nessuno lo pu fare, semplicemente perch non si deve fare. Non si pu imporre a tutti, per diritto, una tendenza culturale per sua natura reazionaria, generalmente avversa ad ogni forma di novit formale, fondamentalmente conservatrice e tradizionalista, in cui si sostiene il falso storico e si rimpiazzano le poche cose originali rimaste in piedi con la loro caricatura. Non si pu imporre uno stile, una tipologia, nemmeno con lalibi filologico, spacciando il nulla per linguaggio architettonico, a chi non ne vuole sentir parlare perch giudica insensata la mistificazione.
Eppure quello che sempre pi frequentemente succede, almeno dalle mie parti e, ripeto, soprattutto nei centri minori, dove ai componenti della Commissione edilizia viene di fatto delegato il compito di moderare le presunte esuberanze estetiche dei nuovi interventi edilizi.
Detto cos, un simile compito parrebbe anche avere un senso, un senso comune. Ma un senso molto comune, che si manifesta soprattutto nei facili commenti sempre pi diffusi sulla bruttezza e degrado del paesaggio, devastato dalla brutta architettura, soprattutto moderna, che bisogna assolutamente vietare o quantomeno camuffare con gli abiti di quella antica.
Affermazione, questa, talmente banale che induce al plauso anche chi dei termini bello e brutto non sa dare nemmeno una definizione elementare.
Non abbiamo strumenti giuridici per fermare il brutto lamentava un sindaco di non ricordo dove. Come se il brutto avesse una sua ontologia, una sua oggettivit riconoscibile universalmente. Come se, soprattutto, non avesse legittima cittadinanza tra le persone civili. Larte del novecento ha speso i suoi migliori talenti proprio per mostrarci laltissimo valore estetico della bruttezza, cos comera intesa classicamente. Bellezza e bruttezza non sono categorie affidabili. Sono piuttosto scivolose. E lo sono per tutti, indipendentemente dalla cultura personale e dalle propensioni politiche. Se non si sufficientemente prudenti facile ritrovarsi, da una parte, tra gli sprovveduti conformisti ad applaudire, per esempio, le esuberanze mediatiche di qualche tutore delle vecchie bellezze italiche che lamenta, additando il nuovo, limbarbarimento di una civilt in declino. Mentre, dallaltra, un certo egualitarismo inintelligente, diffuso tra noi, ha frenato gli spontanei e liberi processi di differenziazione culturale, il bisogno di elevazione umana. Cos le opere della libert, che sono necessariamente diseguali, rischiano di essere svalutate, dissipate, mutilate. Allora le qualit umane da eccellenti diventano mediocri e - peggio - si diffonde un amore sconsiderato per la mediocrit. Cos Andrea Carandini, dal 2009 Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, sul Corriere della sera del 24 gennaio 2011 .
La maggiore autorit italiana in fatto di beni culturali, contrariamente al senso comune che vorrebbe scongiurarle, ci suggerisce addirittura la promozione delle esuberanze estetiche, libert espressive capaci di liberarci del ciarpame di una mediocrit diffusa.

La domanda giusta, quindi, questa: pi civile un popolo che permette a tutti i cittadini di esprimersi liberamente, tollerando quella confusione formale che una tale condizione promuove inevitabilmente o quello che, per imporre unarmonia apparente e consolatoria, costringe la sua gente alla sudditanza, al conformismo e alla mistificazione? A mio parere, si tratta di scegliere tra due possibilit. Da un lato una civilt onesta anche se confusa, gioiosa anche se difficile, la cui bellezza consiste soprattutto nel tollerare e mettere a frutto le libert del prossimo, costruendo la qualit del futuro sulla libera competizione delle idee e, dallaltro, unarmoniosa barbarie, tristissima nel suo conformismo disciplinato e culturalmente avvilita dalla nostalgia, rigorosamente intrappolata in tipologie dogmatiche e catene ideologiche che appartengono soprattutto alla poca fantasia di coloro che se ne devono servire, per presunzione o profitto.
Compito dellarte in genere, e dellarchitettura in particolare, quello di dare rilevanza estetica alla realt che viviamo, cos da nobilitarne il giudizio sul piano etico. La nostra realt oggi confusa perch complessa, con tanti attori che si muovono rapidamente. Un tempo, allepoca del paesaggio ordinato che tanto piace agli intellettuali della domenica, pochi privilegiati avevano capacit di modificare il territorio, che cambiava con grande lentezza, sufficiente ad assimilarne la trasformazione senza grandi traumi estetici. I molti vivevano, per pi generazioni, in catapecchie terrose, poco pi che capanne allungate, come si vedono ancora dalle mie parti, nelle quali si ammassavano figli e bestie, nemmeno immaginando che un giorno il lavoro, diffuso dallo sviluppo economico, sociale, tecnico e scientifico, li avrebbe emancipati da una condizione di schiavit estetica e morale prima ancora che economica.
Il progresso e la ricchezza diffusa hanno dato finalmente a tutti la capacit di spendere dignitosamente il proprio denaro e hanno reso questa facolt vitale per il mantenimento di questa realt sociale, indipendentemente dal regime ideologico che dovrebbe produrla. Ma il progresso ha un prezzo importante che non si pu evitare e occorre pagare. Tanti soggetti oggi possono fare tanto producendo velocemente molto disordine nella trasformazione del posto in cui vivono, a cui i vecchi canoni estetici ispirati all'analogia e allomologazione non possono pi dare risposte convincenti.
Il compito dellarchitettura, in questa confusione, quindi quello di estetizzare la diversit, il disordine, le disarmonie, come hanno fatto nel novecento tutte le arti, pittura e musica con pi evidenza, senzesser costretti a mutilare quelle libert che sono state il motore del riscatto civile di cui siamo orgogliosi.
La libera ricerca artistica e formale quindi necessaria per mantenere alti i nostri livelli di civilt. Perci appare quantomeno sconcertante che qualche pubblica istituzione, magari equivocando gli stessi nobili propositi, ne proibisca lattuazione prescrivendo rispetto del contesto, che una squallida parodia dellantico anche per ci che nuovo e diverso.
Il principio di libert di confronto che questo scritto rivendica, ovviamente vale anche per chi ha tesi esattamente contrarie alle mie. Il problema con costoro riguarda la prassi: io tollero le loro e loro devono tollerare le mie. Non possono impormele per legge e nemmeno per volont popolare. La logica vuole che si pu tollerare tutto tranne lintolleranza, diceva il filosofo Karl Popper.
Se a qualche sindaco o commissario, interpreti duna mediocrit prevalente, piace metter su casa col mobilio finto della nonna, pi che legittimo e civile che lo faccia. Ma non lo pu imporre a tutti gli altri in ragione dununiformit di contesto a cui non crede pi nemmeno il pi sprovveduto degli amatori dellarchitettura.
Queste che ho descritto dovrebbero essere alcune ragioni teoriche per cui chi partecipa ad una qualsiasi commissione, con il compito di valutare un edificio, non dovrebbe dare giudizi estetici sui progetti ma esclusivamente tecnici. Facolt, questa, peraltro gi assegnata con la nomina di un responsabile del comune che la legge sul testo unico del 2001 aveva introdotto quale unico interlocutore amministrativo.
Unico, nel senso che uno stato di diritto vuole un solo responsabile che informi il cittadino, prima, di ci che pu e non pu fare, senza dover asservire nessunaltra ragione culturale che non sia la sua.
In democrazia non esistono ragioni culturali di Stato, anteposte a tutte le altre e tali da potersi imporre per diritto. Chi ha una teoria che sostiene il contrario lo dica esplicitamente, senza nascondersi dietro lipocrisia dessere solo funzionale ad una norma scritta, ben sapendo che tale norma prescrive proprio una illegittima censura culturale.
Chi ritiene di poter difendere gli abusi che sono in atto ci dica su quale base teorica rivendica la superiorit estetica di una teoria rispetto ad unaltra.
In particolare, voglio rivolgermi agli architetti e allOrdine che li governa. Gli architetti, come glingegneri e i geometri, sono quei professionisti che in genere accompagnano i cittadini nella realizzazione del loro desiderio abitativo. In maggioranza sono dei tecnici la cui attenzione rivolta pi alla stabilit strutturale degli edifici che non allaspetto comunicativo della loro architettura.
Per gli architetti dovrebbe essere il contrario. Quindi essi non possono ignorare il presupposto teorico che tutela la libert progettuale essenziale al lavoro che svolgono. Anzi, dovrebbero essere i primi a difenderla, magari con laiuto dellunico sindacato che lo Stato italiano concede loro con una legge che rimanda tuttora a quelle razziali del 1939.
LOrdine degli Architetti, sul presupposto di unipotetica eguaglianza di talenti che dovrebbe ipocritamente garantire al pubblico la stessa competenza dei suoi ordinati, viola la deontologia quando concede agli stessi, nel territorio neutrale e segreto delle commissioni, non solo il diritto di disapprovare il lavoro dei colleghi ma, addirittura, di censurarlo. Per correttezza e obbedienza deontologica, questo dovrebbe invitare tutti i commissari iscritti al proprio ordine ad esimersi dal dare giudizi nel merito delle scelte progettuali dei colleghi, di fatto sostituendosi ad essi, se non altro per un semplice principio di lealt di concorrenza.
Oppure, molto pi nobilmente, dovrebbe chiedere a coloro che partecipano a dette commissioni di dimettersi allorquando gli strumenti urbanistici indicano esplicitamente scelte progettuali preventive, incompatibili con non solo con le teorie fondamentali ma con la deontologia professionale.
Ma soprattutto dovrebbero espellere tra gli iscritti quelli che di tali abusi negli atti amministrativi sono gli autori materiali.
Stessa cosa dovrebbero fare tutte quelle associazioni che hanno come scopo la promozione dellarchitettura. Specificando, innanzitutto, quale per loro larchitettura da promuovere (antica, moderna, postmoderna, ecc) si farebbe maggiore chiarezza presso il pubblico sui propositi delle medesime e si eviterebbe di trovare tra i censori dun progetto un associato che nei buoni propositi la dovrebbe pensare come voi.

Ci sono altre ragioni per cui socialmente conveniente che le commissioni edilizie vengano soppresse. Alcune riguardano aspetti giuridici che sarebbe bene fossero illustrati da chi si occupa di diritto. Altre sono minori, dal mio punto di vista, ma non meno rilevanti, come la necessit di sveltire le pratiche amministrative per aiutare il paese ad uscire da una crisi economica profonda.
Altre, ancora pi irritanti nella loro ingiustizia, riguardano la spartizione professionale del territorio e delle parcelle. Fenomeno che per verificarsi non ha bisogno della malafede di nessuno. Nei piccoli centri, e in Italia ce ne sono tanti, per ragioni statistiche e demografiche i personaggi che circolano sono sempre gli stessi, i quali hanno una loro idea personale che vorrebbero legittimamente promuovere. La possibilit di poter censurare progetti non graditi determina zone geografiche dinfluenza nelle quali la popolazione ravvisa automaticamente il modo pi rapido per la soluzione del loro problema abitativo.
Per concludere, per me sarebbe importante che da questo scritto uscisse perlomeno un confronto produttivo sulle ragioni di una situazione preoccupante.

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