La Fenice, com'era e dov'era
 
  Oggi il 31/10/2007
Opinioni
La Fenice, com'era e dov'era
di Luigi Prestinenza Puglisi
Finalmente stato ricostruito il teatro della Fenice a Venezia. Come era e dove era secondo lindicazione dellex sindaco Massimo Cacciari. Linaugurazione della nuova Fenice stata un gran successo e non poteva, in una societ strutturalmente conservatrice come la nostra ,essere che cos. Tutti i mezzi di stampa hanno esaltato la bellezza del teatro ritrovato. E cos, consumato tra la contentezza di tutti il misfatto, a noi poveri architetti non resta che qualche amara considerazione.
Premettiamo subito e a scanso di equivoci che non siamo affatto contro la riproduzione di opere del passato, tali e quali erano. Noi che predichiamo la simulazione come uno strumento conoscitivo e la applichiamo al cyberspazio, riconosciamo alla copia pi vera del vero un certo valore, se non altro a fini conoscitivi. Semmai ci meravigliamo che a farsi paladini della simulazione siano proprio i conservatori, coloro che predicano lautenticit, che non esitano a incolpare la tecnica di ridurre tutto a immagine e a simulacro, scomodando per questo Nietzsche, Heidegger e le fenomenologie servite in tutte le salse. Ci sono casi, del resto, che non rimane altra strada, per avere una migliore conoscenza del passato, che riprodurne le opere con modelli cos simile al reale da sembrare reali ovvero conservarle anche a costo di renderle pallidi simulacri di se stesse. Si ricostruito nel 1986, per esempio, il padiglione di Barcellona di Mies a Barcellona, e mi sembra, tutto sommato, con buoni risultati. La casa Schroeder ad Utrect di Rietveld a tal punto un monumento di se stessa che ci si pu entrare solo a piccoli gruppi e calzando degli speciali soprascarpe. Limportante per che sia sciolto lequivoco e nel padiglione di Mies e nella casa di Rietveld, in verit, ci non avviene- che ci che noi vediamo non loriginale ma un oggetto simile privato di vita ovvero, interpretato, anche se accuratamente, da un ricostruttore che in tutti i casi dubbi ha usato la propria cultura, la propria immaginazione e spesso la propria personale fantasia. Insomma i suoi pregiudizi. In Italia di riproduzione del passato, dichiarata e a fini didattici, purtroppo se ne fa poca. Lunico museo di questo tipo, con magnifici modelli e calchi, che riproducono alla perfezione oggetti scomparsi o situati in lontane realt geografiche, fu voluto e realizzato dal fascismo ed il Museo della Civilt Romana allEUR. Ed triste, se non imbarazzante, vedere che i nostri musei non sono neanche allaltezza di questo del ventennio, con la loro scarsa e nulla propensione alla didattica cio alla chiara ricostruzione, cio interpretazione (dora in poi adoperer i due termini come sinonimi) di ci che stato.
La riproduzione tale e quale diciamolo chiaramente- in certi casi, lunica soluzione. Pensiamo ai capolavori distrutti dai terremoti , quali quelli in Iran proprio nel dicembre 2003, o a brani di citt distrutti durante le guerre, valgano per tutti i centri storici tedeschi nella seconda guerra mondiale. O anche a architetture notissime, quali il Colosseo, che oramai sono pi lopera dei restauratori che si sono succeduti nel tempo che dellarchitetto che originariamente li concep. Senza ricostruzione, purtroppo, non si d memoria nel senso che ogni vestigia prima o poi diventerebbe polvere. E lidea del monumento che dura eterno puramente metaforica, nel senso che nulla senza restauro e manutenzione durerebbe pi di tanto. Falsificare, come sanno le signore che con sempre maggior frequenza si sottopongono a numerosi interventi di ricostruzione, restauro e implementazione, pu essere necessario. Ma proprio perch pu esserlo, bene adoperare gli strumenti dellinganno con grande intelligenza e accortezza. Cio senza quelle infantili fiducie, tipiche della nostra cultura da soprintendenza, che trasformano il falso in un giocattolone alla Disneyland e che denunciano solo la scarsa cultura di chi crede che il vero pi vero del vero sia alla fine vero e non un abile simulacro ovvero un modello, una ricostruzione, un inganno con il quale confrontarsi.
Coloro che si occupano di restauro, dovrebbero mettere sulla loro scrivania limmagine della mummia di Lenin nella Piazza Rossa o di Mao a piazza Tien An men. E ci che meglio rappresenta lo spirito di chi cerca di fermare il vivente al dove era e come era. Prima riduce lorganico in inorganico, togliendogli la vita; poi, per preservarlo, lo mette in una teca di cristallo magari progettata da un architetto moderno ( nel caso di Lenin, la bara era di Melnikov), e infine in un edificio reliquario da destinare alla venerazione del pubblico.
Oggi per fortuna non tutto si mette ancora in teca. Ma intorno a troppi monumenti cominciano a vedersi vetri protettivi, cancellate e recinzioni. Come accade alla gran parte delle vestigia romane chiuse in gabbia per ventiquattro ore su ventiquattro. Oppure, come nel caso della nuova galleria Colonna a Roma, durante le ore notturne. Motivi di ordine pubblico? Certo ma anche di feticismo di chi oramai crede che il reperto debba essere reso oggetto di contemplazione, sottratto alla confusione, al caos, insomma alla vitalit disordinata dellesistere.
Trasformatisi in grandi sacerdoti del culto del passato, i tecnici della conservazione fanno di tutto per nascondere che alla base del loro agire vi una feticizzazione del falso. E a tal fine inventano un linguaggio specialistico, tecniche specialistiche, lauree specialistiche e si appoggiano a una pseudoscienza anchessa specialistica con convegni che sembrano cenobi di alti studi di fisica quantistica. Non ho mai potuto fare a meno di essere stupefatto da quanta cultura sembra occorrere per ricostruire il colore di un intonaco fatto da un capomastro. E con risultati che lasciano allibiti. Non sono uno specialista ma francamente mi stupisco che a Palazzo Farnese il Sangallo , che era un classicista, si sia dato a esperimenti informali nella collocazione dei mattoni o che vigorosi maestri di cantiere abbiano accettato di eliminare ogni contrasto tra finestre e sfondo come accaduto a Palazzo Chigi. Mi consola lidea che con la stessa facilit con la quale gli illustri luminari giurano che lintonaco fosse in un modo, dopo qualche anno, sempre sulla base di studi inoppugnabili, cambiano idea. E cos , per esempio, Roma in pochi decenni si trasformata da una citt dai colori caldi, a una dai colori pastello stile Holly Hobby, a una color del cielo che rassomiglia pi a una citt asburgica che alla patria di una cultura carnale e barocca. A nessuno viene in mente che forse il segreto di ogni citt consista nel non avere piani del colore, nel cambiare continuamente i propri lasciandone la scelta al buon senso degli abitanti? E che la ricchezza di una piazza consiste nel fatto che a un edificio recentemente dipinto gli se ne contrappone un altro oramai degradato e, magari, un altro ancora con colori oramai passati di moda? Si certo, a qualcuno sar venuto in mente. Ma allora , si obietter, se si annulla laura sacrale dello specialista, di cosa potrebbero vivere gli specialisti?
Per carit, non che ce labbia con loro. Anche loro servono. Ma tutti sanno che in discipline dove laspetto estetico predominante non si possono lasciare i tecnici in balia di se stessi. Affidereste mai la traduzione di una poesia a un traduttore ignaro di letteratura? Giammai, distruggerebbe, banalizzandolo, ogni verso. Molto meglio affidarla a un poeta, anche se balbettante nella lingua straniera: come per esempio successo a Quasimodo con le liriche greche. Ricordo che anche per lIliade si diceva: meglio una bella infedele che una brutta fedele. Insomma amare e reinterpretare tradire e il tradimento esige competenza: in architettura Carlo Scarpa lo ha dimostrato in modo sublime. Provandoci in modo inconfutabile che molto meglio uno Scarpa infedele rispetto ai mille restauri disgustosi che le nostre soprintendenze ci propinano.
Le nostre citt, affidate a funzionari tecnicamente preparatissimi si fa per dire- ma formalmente analfabeti, sono piene di scempi. Il dove era e come era, spesso vuol dire solamente mettersi in mano a mummificatori dilettanti. Che non hanno il senso del valore storico ed estetico e non sanno orientarsi di fronte a due problemi, che apparentemente appaiono semplici ma che solo una radicata cultura pu risolvere. Il primo consiste nel fatto che una architettura unopera che nel tempo soggetta a continui rimaneggiamenti, spesso per il meglio, e quindi decidere il comera non affatto scontato. Serve un giudizio cio una assunzione di responsabilit e un riconoscimento di valore. Il secondo consiste nel fatto che molte volte le architetture sono sbagliate e accettarle come erano e dove erano un errore. Ci vale sia in senso formale: la facciata del Maderno per San Pietro era un orrore e bene ha fatto il professor Sandro Benedetti a darle una profondit che forse non ha mai avuta. Sia in senso funzionale: gli oggetti devono essere usati e non si vede perch debbano essere accettati come erano e dove erano. Ma luso cambia le relazioni, cio in fin dei conti la forma e questo problema non pu non essere assunto come un dato, anzi il dato principale, dal restauratore. Pena la riduzione della massa muraria, come avviene nei centri storici, a un involucro senza senso di nuove attivit che dellantico stravolgono i nessi.
Torniamo alla Fenice. Era giusto rifare un modello 3D del vecchio teatro talmente reale da sembrare vero? Forse dal punto di vista politico. Non certo per il valore intrinseco delledificio. Non era un granch e, se si fosse perduto, la nostra civilt non ne avrebbe risentito. Crediamo, inoltre, che Venezia con un nuovo teatro autenticamente moderno si sarebbe arricchita. Ma la Serenissima non ama larchitettura contemporanea e in tempi diversi ha rifiutato di ospitare un buon progetto di Le Corbusier e un magnifico palazzo di Wright sul Canal Grande. Cosa si pu augurare a una citt cos sprecona, che si ammanta di storia ma non ha saputo sfruttare due splendide occasioni che la storia le ha offerto? Nulla, solo che non continui a farsi male con le sue stesse mani, tra gli applausi dei conservatori che credono di stare nel mondo reale e invece stanno costruendosi, pervicacemente e da soli, il da loro tanto paventato mondo di Matrix.

L'articolo pubblicato su l'Arca, n191 aprile 2004
  ...
  3/4/2004
---->versione stampabile
 

Invia un altro commento

Ci sono 11 commenti
Invia l'articolo a un amico
 


antiThesi - Giornale di Critica dell'Architettura - www.antithesi.info - Tutti i diritti riservati