Giornale di Critica dell'Architettura

1 commenti di Giuseppe Zapelloni

Commento 6403 del 13/09/2008
relativo all'articolo Dorigati a Pavia. Ingresso al mercato coperto. Let
di Giueppe Zappelloni


Per maggiore completezza d'informazione credo opportuno proporre l'articolo a firma del progettista cui la mia lettera fa riferimento.

«La loggia sarà luogo d’incontro» (la Provincia Pavese — 29 luglio 2008)
Prosegue il dibattito sulla copertura all'ingresso del mercato sotterraneo in piazza della Vittoria. Dopo le critiche, arrivate da più parti, interviene uno dei due progettisti (l'altro è l'architetto Vittorio Prina, dell'ufficio tecnico comunale di Pavia). Si tratta di Remo Dorigati, professore di Progettazione architettonica e urbana al Politecnico di Milano, che spiega cosa c'è dietro l'opera.
Penso sia importante cogliere l'occasione di dibattito nato dalla costruzione della nuova loggia in Piazza della Vittoria per affrontare alcune questioni che riguardano i processi di trasformazione e conservazione della città storica. I due termini non rappresentano di per sé polarizzazioni inconciliabili ma convivono e attraversano i continui processi di adattamento di una cultura urbana. Essa si alimenta della propria storia ma anche del desiderio di adeguarsi alle diverse modalità di usare e interpretare lo spazio pubblico. Comprendere quale sia il significato contemporaneo delle città non è per nulla semplice poiché viviamo la presenza di culture plurime che usano e percepiscono la città secondo modalità spesso conflittuali. Anche le memorie sono molteplici: vi è la memoria di chi, abitante, ricorda i luoghi della città e gli avvenimenti che vi si sono svolti poichè l'ha vissuta nel tempo. Ma vi è una memoria di chi, visitatore, si muove nello spazio e associa i luoghi che percepisce a tutti gli altri luoghi che ha vissuto: città di ferro e di mattone, città di vetro e città di pietra. Una memoria che è la storia di una città e una memoria che lega quella città a tutte quelle del mondo e che la fa appartenere ad altro e ad altri, allo stesso tempo. Questo crea anche dei sussulti e delle ferite che il tempo, e ciò è stupefacente, ha reso accettabili: i differenti linguaggi e le diverse tecniche oggi vengono vissuti come un fatto unitario. Rinascimento, barocco, eclettismo e modernismo si sono assemblati in un coacervo di forme, una cava di linguaggi, che sul retro del Duomo si riversa verso la Piazza: una macchina costruttiva senza l'apparato decorativo. Non è un'idea di architettura è un insieme di esperienze e di fatiche che hanno cercato un continuo adeguamento alle ragioni del tempo. E' un'architettura fatta da tante idee e da tanti uomini ostinati a trovare un senso nuovo alla loro città e che hanno utilizzato ogni traccia, in primo luogo perché vi hanno riconosciuto una risorsa. Sono nate nuove qualità urbane che, costantemente, hanno messo in discussione il concetto di contesto come fatto identitario. Ma anche qui le opinioni sono assai diverse ed è difficile trovare una unità di interpretazione fra i cittadini. Quando, anni fa, R. Bossaglia aveva proposto una nuova riflessione fra arte e spazi pubblici, molti avevano apprezzato la presenza di alcune sculture più di altre in nome di un principio contestuale che privilegiava la materia. La pietra di P. Cascella andava bene per il centro storico mentre l'acciaio di C. Mo o la vetroresina di A. Pomodoro venivano considerate estranee. Buone per spazi residuali esterni al centro. Fu così che Pomodoro rimosse, con il pretesto di un restauro, le colonne collocate a Porta Milano visto che era «innegabile che la triade non fosse particolarmente amata dai pavesi».
Vorrei che i cittadini cercassero di comprendere il senso della nuova loggia o almeno le sue ragioni in modo che, come avviene in un dibattito civile, le loro opinioni anche contrarie fossero sostenute da una riflessione sugli spazi della loro città. Non mi soffermo sulle motivazioni funzionali (coprire l'accesso al mercato, inserire un ascensore per disabili, dare ordine all'edicola e al fioraio, ecc.) che, pur essendo la prima vera ragione dell'intervento, non giustificano del tutto la nuova forma. Essa è il risultato di molti fattori che nascono dalla storia del luogo ma anche da valori urbani contemporanei. Se si osservano le incisioni storiche della città del XVIIº secolo, si può notare che la piazza era delimitata sui lati corti da una sorta di filtro fatto da paracarri in pietra che lasciavano libere le due vie al transito ridimensionando il dominio della piazza mercantile. Il nuovo intervento aiuta a ri-proporzionare uno spazio indeciso fra essere un grande slargo o uno spazio più contenuto, più consono al suo essere piazza. Non è un caso che, nel tempo, i due limiti abbiano definito il luogo cui collocare le diverse installazioni per la politica e per gli spettacoli. E la loggia può accogliere anche questo.
La piazza è uno dei pochi luoghi della città dotata di portici (che al contrario sono ricorrenti nelle corti interne). Lo spazio coperto pubblico, che in modo discontinuo avvolge la piazza trova nelle loggia un nuovo "fuoco" che può avere il ruolo di spazi

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