Giornale di Critica dell'Architettura

5 commenti di Luigi Moffa

Commento 855 del 19/12/2004
relativo all'articolo Public Art e Architettura
di Vilma Torselli


L’arte è da sempre privata nel senso che, potere civile o religioso a parte, suscita in persone diverse, diverse sensazioni. Mi riferisco ai gusti ed alle affinità che ognuno di noi nutre nei confronti di quella o quell’altra data “opera”. Perché l’arte in fondo altro non è che un catalizzatore grazie al quale riusciamo ad elevare l’animo sino a vedere, quasi palpare, effusioni e sensazioni che nel quotidiano mondo delle tre dimensioni non sono nemmeno lontanamente concepibili.
Quel restare estasiati di fronte ad un opera – e che sia di pittura, scultura, architettura o quant’altro ci viene spacciato oggi per arte, ma pur sempre con l’etichetta “d’arte”, non importa – è come una sorta di viaggio. Metafisico, ovviamente, e quindi senza tempo e senza spazio, senza una partenza e senza un arrivo, senza bagagli e senza compagni di viaggio. Una quarta dimensione in cui non esistono angoli di rotazione ne vettori direttori. In perfetta solitudine ci si addentra nei meandri dei propri piaceri, ciò che l’occhio da solo non vede ma che la mente concepisce lo stesso. Una sola mente che si estranea, esclude tutto ciò che fisicamente la circonda concentrando le energie unicamente su quel dato evento. Non credo che più menti, tante stando a quante se ne augura la Torselli, compiono questo viaggio tutti stretti per mano. Non vi è un treno che si ferma in stazioni che prestabilite a priori non possono essere. Non vi è neanche una meta. Tutto è funzione di variabili, fattori e circostanze diverse a seconda del singolo individuo.
A mio parere non è pensabile di poter riqualificare territori degradati per mezzo dell’attuale Public Art. Il risultato di tale atteggiamento è visibile nelle migliaia di sculture senza senso che da un po di anni adornano le tanto attuali rotonde stradali. Spazi circolari racchiusi ed inutilizzabili che si crede di poter nobilitare inserendovi oggetti che l’ignoranza comune decanta come arte. Nello stesso tempo si da la caccia ai ragazzi che esprimono il loro essere in questo mondo ed il modo in cui lo avvertono, lo vivono, dipingendo con bombolette spray sui muri delle fatiscenti periferie.
Non si può pensare alla Public Art come strumento di “una moderna cultura della socializzazione”. Oggi, ed in misura sempre maggiore con il passare del tempo, i nostri figli socializzano nel mondo virtuale di internet, in cui sentimenti virtuali si avvertono, drammaticamente, reali. Li dentro custodiscono corrispondenze quotidiane, amici ed amore. Stanno scomparendo i luoghi della socializzazione come in passato noi ci siamo abituati a viverli. In questo contesto la Public Art deve essere poca e di valore. Perché la confusione non fa altro che accentuare il disinteresse collettivo. E deve custodire una metafora, una storia da raccontare, un senso, cosi come hanno avuto un senso per tanti anni gli svettanti monumenti in ricordo dei caduti in guerra. Un numero esiguo in rapporto a quanti ne usufruivano. Un attestato di affetto che, nello stesso intento, accomunava comunità intere.
Se poi si vuole prescrivere la Public Art all’obbligo di rapportarsi al contesto in modo da “preservare la specificità, la storia, la memoria, il significato conferitogli dalla gente che lo frequenta” si viene meno alla possibilità, che l’arte offre, di forte contaminazione tra culture diverse. Attualmente credo sia atteggiamento retrogrado relegare la Public Art al solo significato conferitogli dalla gente di un luogo. Mai come oggi tante culture cosi diverse tra loro sono entrate o stanno entrando in contatto. Ne viviamo già una guerra: quella di religioni tra Oriente ed Occidente. A cambiare è la stessa visione del mondo, e la Public Art, e l’architettura e tutto ciò che si eleva nella sfera dell’arte, devono darne giusta lettura.

[Torna su]

Commento 846 del 29/11/2004
relativo all'articolo Gli studenti universitari non conoscono la storia
di Paolo G.L. Ferrara


Chiara Manzoni,
premetto che non ho davvero nulla contro di Lei, ne contro gli studenti che intasano la burocrazia lenta delle facoltà di architettura italiane. Ognuno è libero di gestire la propria vita, e di operare le scelte che sente nel momento che vive. Ma continuo a non condividere una sola parola di quanto Lei scrive.
Secondo Lei volontà, ostinazione ed intelligenza possono bastare per raggiungere qualsiasi traguardo della vita. Cosi con volontà, ostinazione ed intelligenza si può diventare tanto un campione di calcio quanto un buon architetto. Non credo assolutamente in questa tesi. L'ostinazione è di per se un atteggiamento che nasconde più lati negativi che positivi. Guardare avanti con i paraocchi non la immerge in modo pieno ed esclusivo in ciò che la circonda. La volontà è relativa anch'essa. Come si può essere volenterosi al cospetto di un qualcosa che produce insofferenza? Il lavoro occupa gran parte del tempo della nostra vita. Tra le ore di riposo e le ore passate in ufficio si consumano i due terzi della nostra giornata. Quindi starei molto attento a parlare e addirittura consigliare ostinazione.
Il non aver nessuna tradizione artistica nell'albero genealogico della sua famiglia non è una buona scusa per giustificare mancanza di talento. Il talento. Esattamente ciò che la Cipriano e la Archer hanno travisato. Io non mi riferivo a persone super dotate di chissà quale ingengo come le uniche a poter parlare Architettura. Resto convinto che senza una minima dose di talento e predisposizione non si può pretendere di mettersi sullo stesso piano di chi quelle doti le ha come dono di natura.
In quanto al bagaglio conoscitivo storico-culturale anche li ci sarebbe molto da discutere. Entro la fine del terzo anno lo studente doveva gia aver dato un certo numero di esami (mi riferisco al vecchio ordinamento). Oggi addirittura arriva la laurea alla fine del terzo anno di studi (nuovo ordinamento). E Lei dopo 3 anni lamentava la mancanza di bagaglio conoscitivo storico-culturale? Sono sicuro che nessuno abbia mai preteso da Lei "professionalità", ma posso capire quanto sia irritante il dialogo tra due persone che parlano la stessa lingua e che non si intendono. Nessuno deve insegnare a progettare, perchè non vi è alcun tipo di regola nella progettazione. Nulla di prestabilito, nulla di valido in assoluto, nulla di non valido in assoluto.
"l'Architettura non è esclusiva di chi la vede come vocazione, se così fosse.... ci sarebbero pochissimi architetti". Se cosi fosse è ciò che mi auguro.
Saluti Chiara Manzoni. Le auguro vivamente di prendersi le dovute soddisfazioni dopo anni di frustazioni. Ora possiede il titolo.

[Torna su]

Commento 836 del 18/11/2004
relativo all'articolo Gli studenti universitari non conoscono la storia
di Paolo G.L. Ferrara


Non volevo colpevolizzare nessun studente che durante il percorso degli studi incappa in periodi di crisi più o meno giustificati. Ho scritto di una società che vive di mode a breve scadenza e di un'Architettura che non ha opposto, perchè inerme, nessuna contro misura che limitasse l'affluenza di soggetti più o meno dotati. Certo, esistono ancora i test di ammissione ed un numero limitato di immatricolazioni annue. Ma anche questo tipo di sistema lascia alcune perplessità. Ma non è di questo che volevo parlare.
Nell'era dei continui tagli all'istruzione pubblica temo un collasso della stessa o quanto meno uno sfoltimento di menti che per interessi economici preferiranno l'istruzione privata. Se cosi fosse (un qualcosa di molto simile avviene già da tempo in America), ci sarà un'istruzione privata di alta qualità perchè laddove entrano in gioco cifre ingenti di denaro (frequentare quel tipo di università diverrebbe molto oneroso) il servizio offerto deve assicurare docenti di qualità. L'attrazione dei docenti risulta maggiore se si pensa al prestigio professionale che deriva dall'insegnamento in una scuola con un "buon nome". E ci sarà un'istruzione pubblica frequentata dai meno facoltosi, economicamente, e da docenti che per proprie capacità non possono aspirare a quella privata. La storia ci ha insegnato che civiltà passate molto sviluppate come la nostra subirono un declino che andò di pari passo con il crescere della distinzione tra ricchi e poveri.
Ma fortunatamente siamo ancora lontani da questo tipo di scenario. Certo che l'attuale sistema universitario italiano, ed in particolare le facoltà di Architettura, vivono quotidianamente problemi di sovraffollamento. Cosi è facile trovarsi a dover frequentare un corso di progettazione con più di cento iscritti. Quanto è gestibile tutto ciò? Ore ed ore di estenuanti attese per poter fare dieci minuti, nel migliore dei casi, una revisione su di un lavoro settimanale. Liste di attesa interminabili per poter sostenere un esame. E tutta una serie di altri problemi che conosciamo. Credo che in tutto ciò non sia giusto mettere sullo stesso piano studenti dotati rispetto a studenti che vedono l'Architettura come una magia. Della magia conosco streghe e fatture, maghi e cilindri. Non siamo maghi che da un cilindro estraggono conigli, colombe, e mazzi di fiori, estasiando bambini affascinati dall'ignoto. L'Architettura non si fonda su trucchi. Anche se a volte la cozzaglia di materiali, forme, e stravaganze che vediamo in giro può far credere questo. A mio avviso vi dovrebbe essere molta più selezione tra chi si candida a voler scrivere i destini della futura Architettura. Oggi tutti vogliono essere artisti, e vedono nell'Architettura un facile mezzo raggiungibile anche con scarse capacità. E non si sbagliano di molto. Perchè alla laurea arrivano persone che dell'Architettura non hanno capito un gran che. E molto probabilmente non la capiranno mai. Ne abbiamo già troppe di mine vaganti.
La selezione è fattibile gia al primo anno di corso. Non si parte mai dal nulla, e per questo la vocazione è riconoscibile. La selezione permette di poter incentrare le energie dei professori sugli studenti più meritevoli. Ripeto, più dotati. E, credimi, tutti ne trarremmo vantaggio.
In quanto ai professori, non so Lei che facoltà abbia frequentato o stia frequentando, ma della casistica da Lei proposta (parla di professori che obbligano i giovani studenti a comprare libri autografi, di professori che declamano le proprie teorie spesso posticce senza concedere alcun dibattimento critico) ne ho conosciuti un 5% sul totale dei docenti che ho frequentato. Sono sicuro che la stragrande maggioranza degli attuali docenti siano persone valide e dotate di dignità che non la vendono per un incasso di poche centinaia di euro annue. Inoltre i "cosiddetti esami complementari" sono opzionali. Per fortuna vi è una vasta scelta, e mi creda: non tutto quello che per lei e "posticcio" è posticcio anche per gli altri.

[Torna su]

Commento 834 del 17/11/2004
relativo all'articolo Gli studenti universitari non conoscono la storia
di Paolo G.L. Ferrara


A volte sorrido di fronte alla facilità con cui vengono mosse certe critiche. Ma questo è il paradosso della critica stessa: che critica sarebbe se non vi si induvidua solo ciò che proprio non va? L'accusa resta ancora il metodo più semplice per farsi accettare in un circolo vizioso dove tutto è suscettibile di condivisione o di ulterori critiche.
Cosi Chiara Manzoni desiderava docenti che fossero meno docenti e più umani. Perchè dopo due anni e mezzo di frequentazione della facoltà di Architettura non capiva ciò che il docente spiegava. Mi sorge un dubbio: Chiara Manzoni si è mai chiesta allora se era realmente portata per gli studi intrapresi? Purtroppo nella società delle mode l'Architettura non ha avuto scampo. Ed il numero delle opere realizzate in un anno è inferiore al numero dei neo-laureati.
Poi, però, dopo due anni e mezzo di frustazioni, dettati da continui ripensamenti fino al punto di voler abbandonare tutto, quasi per magia (Lei lo chiama destino...) grazie all'aiuto di un angelo ispiratore poco più grande di lei, arrivarono le conferme tanto attese. Lo studente di architettura prima, e l'architetto poi, non possono non essere estremamente narcisisti e convinti ed orgogliosi dei propri mezzi. L'autostima non può calare perchè ne risentirebbe il confronto verso un'arte che per sua stessa natura tende a dominarci, ma che dobbiamo imparare a dominare. Se non si domina non si possiede. E se non si possiede non si può pretendere di parlare ed intendere Architettura.
Quanto e cosa può pretendere uno studente da un docente? Cosa può insegnare un docente di progettazione ad una massa di 80 studenti annui? Nella migliore delle ipotesi insegna ciò che ha appreso, metabolizzato, maturato e prodotto nel tempo. E che di solito non si ferma a "due libri pubblicati che raccontano cose gia scritte". Nella logica di tale migliore ipotesi, il docente è in possesso di un linguaggio, non solo verbale, atto a spiegare le sensazioni vissute in prima persona. A questo punto si può non condividere il modo di fare architettura di quel determinato docente, ma non si può non capire ciò di cui si sta parlando. Quando accade di non capire credo sia il caso di cambiare l'indirizzo degli studi intrapreso. Chiedo: si può pretendere che un docente di progettazione ci insegni a progettare?
Molto carina la descrizione fiabesca dell'Architettura come magia. Voglio sperare che Chiara Manzoni non cercava cartomanti ma architetti che parlavano Architettura.

[Torna su]

Commento 748 del 21/06/2004
relativo all'articolo Un diverso risveglio
di Giovanni D'Ambrosio


Sabato 19 Giugno 2004
A D’Ambrosio Giovanni
Mi chiedo se a volte non valga la pena di vivere una notte in compagnia di una donna appariscente, con cui passare una meravigliosa serata al lume di candela, restando incantato dal fascino che, trucchi a parte, riesce comunque ad emanare, per poi svegliarsi e alla luce del sole limpida del mattino constatare che forse non ne è valsa la pena.
Il gioco sta nella conoscenza a priori di quello che verrà dopo. Mi spiego meglio, continuando ad utilizzare la metafora di D’Ambrosio: se la sera stessa si sa del “tutto fumo e niente arrosto” allora perché non concedersi solo per quella sera rinunciando a farla dormire con se? Perché non restare affascinati ma tenendo in ogni modo le dovute distanze? Bisogna saper farsi affascinare ma restando con i piedi per terra. “Cogli l’attimo”, ma non farti infatuare.
Un buon architetto deve innanzi tutto essere dotato di buona critica. Ben poco di quello che passa sotto i nostri occhi rappresenta il giusto, e non tutto quello che a prima vista ci sembra appariscente ed affascinante sarà quello che poi veramente condividiamo. Certo che il falso troppo spesso, e per fortuna, non è degno di nota. Ma se il falso diventa una mostra di quadri come sta accadendo a Siena, patria dei più grandi falsari di dipinti rinascimentali, allora perché non andarla a visitare? Prestinenza Puglisi riconosce alla copia più vera del vero un certo valore, se non altro ai fini conoscitivi. Non che personalmente sia d’accordo in tutto e per tutto con l’affermazione di Prestinenza Puglisi, ma si parla di una copia più vera del vero…
Quello che maggiormente ha attratto la mia attenzione è stato il fine conoscitivo, quel fine conoscitivo che da solo dovrebbe bastare a giustificare la riesumazione di architetture che il tempo, con il quale spesso non ci confrontiamo, ci porta via. Fino a qualche tempo fa venivano posti al di sotto della prima pietra di un edificio di una certa importanza alcuni oggetti di uso comune o carte recante la genealogia dei proprietari costruttori. Erano consci, e mi fu ribadito in una delle prime lezioni che ho seguito alla facoltà di architettura, che il tempo si riappropria, prima o poi, di quella fetta di spazio ingabbiata dall’uomo. Condivido il punto di vista della Cipriano, e cioè che dobbiamo abituarci a rielaborare il lutto delle architetture perse.
Le attuali riviste di architettura, "sfogliate le pagine iniziali, superate le solite pubblicità", "offrono al lettore alcuni progetti che incuriosiscono per la loro forza cromatica". Ma il buon architetto, dotato di spirito critico, qualità essenziale per la disciplina che tratta, non deve soffermarsi più del dovuto su ciò che più appare, ma deve indagare sui significati più profondi dell’architettura stessa. I maggiori scatti a cui sono state sottoposte le case di Wright sono stati effettuati al tramonto, con le luci dell’interno accese. O almeno gli scatti più suggestivi sono stati fatti in quel periodo particolare della giornata. Si pensi alla Casa sulla Cascata, alla penombra generata dal bosco retrostante ed all’effetto di quelle luci che si diffondono nell’ambiente apparentemente incontaminato. Bhe ma la Casa sulla Cascata non si ferma al tramonto. E’ un architettura che vive 24 ore al giorno e che se anche fosse stata ritoccata fotograficamente per attrarre maggiormente l’attenzione, deve comunque la sua importanza alla firma, tutta particolare e che ben conosciamo, del suo inventore.
Il buon architetto deve vedere oltre il ritocco, deve saper vedere quello che sta dietro al ritocco. Quando Berlage portò in Olanda i primi progetti di Wright (mi riferisco all'album Wasmuth del 1910), mai trattò di petto la questione dell’architettura organica sostenuta con forza, come capo saldo della sua stessa concezione di architettura, dal grande maestro. Perché Berlage per primo, e di seguito chi prendeva atto delle sue visioni (Wils più di tutti), guardavano all’essenza di quell’architettura tanto moderna per quei tempi da far paura.
"L'architetto narratore di significati reconditi imponderabili" di P.Marzano mi affascina piu della donna appariscente.
Berlage e company non si sono fatti abbindolare dalle piante arrampicanti disegnate da Wright nei suoi prospetti. I progetti di Wright venivano letti oltre le sue rappresentazioni naturalistiche, nella sola loro essenza.
Un ritocco può servire ad attrarre l’attenzione, con tutti i benefici che ne conseguono per "l’architetto che, comprensibilmente, ha premura di vendere il suo progetto" e per "la carta stampata, vere e proprie chimere, che ci nutrono attraverso l’irreale cultura dell’immagine", ma oltre ad attrarre l’attenzione non credo che un architettura vada letta per il gioco dei "vetri specchiati o malamente colorati", o per "gli effetti di un architettura che si specchia in un laghetto o sulla ghiaia che si riflette irrealisticamente su soffitti e pareti". Oltretutto se malament

[Torna su]