Giornale di Critica dell'Architettura

3 commenti di Luigi Prestinenza Puglisi

Commento 727 del 26/04/2004
relativo all'articolo Stroncare la 'lobby del culo e camicia'.
di Paolo G.L. Ferrara


Una (fanta)ipotesi di lavoro
Caro Paolo, non parlerei di mafia ma sicuramente di omertà: la prima fa pensare a un sistema cosciente e strutturato del potere , il secondo a un colpevole silenzio di fronte a fatti e misfatti che, pur essendo gravi, non seguono un preciso disegno e rispondono piuttosto a logiche personali di convenienza, a lobby articolate in forma debole, a volontà di carriera, di ottenimento di incarichi o nei casi migliori di acquiescenza in base al principio italico -e non solo- del vivi e lascia vivere.
Vorrei adesso lanciare una proposta provocatoria e credo per certi aspetti non facilmente realizzabile, alla quale mi ha fatto pensare il tuo articolo e che segue a una riflessione sul sito di Arcaso. Dapprincipio ho visto di Arcaso gli aspetti negativi: delazione, gossip, anonimato. Successivamente ho pensato che non era da disprezzare l’idea di mettere in evidenza inquietanti coincidenze basate su fatti documentati. Perché avrebbe potuto delineare una geografia occulta, evidenziando una serie di connessioni che sfuggono non solo all’osservatore distratto ma anche agli interpreti più attenti. Connessioni che, però, sono chiarissime a coloro che intendono la cultura strumentalmente. Esplicitare il tessuto delle relazioni: il critico A ottiene l’incarico nell’università il cui preside è B, B fa vincere il concorso ad A, B e A fanno insieme la tal cosa ecc…Ma farlo su scala nazionale e con una mole molto maggiore di informazioni. Infatti, da sola, nessuna relazione vuol dire nulla. Capita spesso di interpretare come scambio di favori fatti esaurientemente spiegabili in chiave esclusivamente culturale. Sarebbe interessante, per esempio, a proposito dei nomi che citi ricostruire una mappa delle relazioni che legano Venezia e il Ticino forse passando per Milano. Così tanto per vedere che succede in campo professionale, editoriale, accademico. Tante altre mappe sarebbero possibili. Alcune tematiche dedicate all’università, dove molto di questo malaffare si annida. L’obiettivo sarebbe insomma una topografia che descrive il modo in cui circola il potere , in senso positivo e negativo. Esplicitarla con un grafico, un ipertesto, una serie di diagrammi, per evidenziare fatti documentati, acclarati, pubblici sarebbe possibile grazie all’informatica. Non sono in grado tecnicamente di riuscire a realizzare un diagramma tanto complesso e di gestirlo elettronicamente. Mi rendo conto che un ipertesto così fatto potrebbe alla fine somigliare sinistramente alla schedatura del Grande Fratello. Ma, certo, ammesso che qualcuno voglia intraprendere questa iniziativa e che gli aspetti negativi relativi alla privacy siano superabili, sarebbe una operazione di grande interesse, che credo ci direbbe tante cose. Forse troppe.

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Commento 714 del 11/04/2004
relativo all'articolo La Fenice, com'era e dov'era
di Luigi Prestinenza Puglisi


Sono affascinato dalla coerenza del discorso di Irma Cipriano. Ma c’è qualcosa che non mi torna quando penso ad alcuni esempi che mi vengono in mente. Quali, per esempio, quattro opere la cui visita ha segnato la mia formazione. Sono casa Schroeder, casa Farnsworth, villa Savoye, Falling Water. Tutte e quattro sono oggi ridotte a monumento di loro stesse. Deprivate della loro vita e oggetto di lifting accurati, una- penso a Falling Water- è stata recentemente manomessa nella struttura originale per farla tenere in piedi. In altre, casa Schroeder e casa Farnsworth, non è permesso entrare se non con soprascarpe per evitare di recare alla struttura qualsiasi danno. E se in casa Farnsworth sino a poco tempo fa ci viveva Lord Palumbo, non doveva essere una piacevole vita a giudicare, dai vincoli che si autoimponeva per non intaccare l’aura del monumento. Villa Savoye, oggetto di numerosi restauri, è diventata un luogo di feticismo dove architetti di tutto il mondo si recano per scattare l’ennesima foto. In tutte della vita originaria non resta nulla. Sono come la mummia di Lenin. Eppure, devo dire, che sono contento, sia pure in queste condizioni falsate, di aver visto queste architetture. Ne ho imparato più cose che dalla visione di mille fotografie stampate sui libri di testo. Un po’ come andare allo zoo, un po’ come andare ai musei di storia naturale dove fanno mostra di se gli animali impagliati. Mi si dirà che oggi esistono altri modi per conservare la memoria: filmati, ricostruzioni CAD ecc... Eppure non credo siano equivalenti. Ecco perché, per certe opere non riesco a disprezzare l’imbalsamazione o, per dirla con un’altra parola, la museificazione. Certo, vedo con preoccupazione la crescente feticizzazione dei musei e capisco che stanno assumendo un ruolo sproporzionato in questa società contemporanea, incapace di pensare al futuro e sempre pronta a rimpiangere il passato. Credo che sia fisiologico, parte di un sano metabolismo, che molte cose si eclissino con il tempo. Condivido il punto di vista di chi vede nell’ ansia conservativa che oggi ci possiede un rapporto più che irrisolto con la morte.
Torniamo, però agli esempi concreti, quale la Casa della cascata. Cosa fare? Farla andare in rovina per non sostituire la vecchia struttura dei terrazzi con una nuova e più efficiente? Darla in mano a un architetto contemporaneo per reinterpretarla, con il rischio di far ripetere il rovinoso restauro e ampliamento fatto da Gawathmey al Guggenheim di NY ( diciamocelo: che restauro da cani!). Restituirla ai proprietari per fargli vivere una vita normale? Tra tutte le soluzioni credo che la musealizzazione e il restauro conservativo siano, per il caso specifico, le migliori. Ecco perché penso che in certe condizioni eccezionali- presenza di opere di assoluto rilievo e coerenza, elementi particolarmente importanti in un contesto unico ecc...- possa essere pensabile bloccare la vita a un dato istante, accettando anche gli aspetti negativi che questa operazione di sicuro crea: se da molto sottraggo qualcosa, qualcosa comunque resta.

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Commento 711 del 06/04/2004
relativo all'articolo La Fenice, com'era e dov'era
di Luigi Prestinenza Puglisi


Volevo ringraziare le persone che sono intervenute sul mio articolo e, come richiestomi, precisare il mio pensiero:
A: non sono aprioristicamente contro il falso. In certi casi una ricostruzione falsa può essere utile: esempio il padiglione di Mies. Per me, però, il padiglione di Mies è solo un modello in scala 1:1 rimesso allo stesso posto dell’originale. Detto questo: sono felice che lo abbiano ricostruito, anche con una certa accuratezza.
B: sono convinto che il restauro come il liftng crea dei falsi. Il Colosseo attuale è falso come è falsa la faccia di un signore ( o, se vogliamo, una signora) molto liftato. L’alternativa, senza un lifting continuo avvenuto nei secoli, era forse avere un cumulo di pietre. Nessun problema da parte mia: non amo così tanto il Colosseo. Ma il lasciarlo in piedi, falsificato, non è grave peccato. Anzi, può essere utile a fini didattici. Sono però contrario all’idea di Aymonino di ricostruirlo interamente ( quello che c’è basta e avanza per farsene un’idea e per avere un’idea delle tecniche di restauro usate nel tempo).
C: la Fenice non era il Colosseo. Se costruivano una cosa nuova al suo posto sarebbe stato a mio avviso molto meglio. Merita di essere conservato, falsificandolo, solo ciò che ha grande valore culturale. O un grande valore contestuale: per esempio il campanile di piazza San Marco riedificato nel novecento ( francamente l’averlo riedificato come era e dov’era non mi sembra un grande peccato, anche se sono sicuro che non è come era perchè è sempre una reinterpretazione, per quanto accurata). Sottolineo, per non essere travisato: il modello in scala 1:1 al posto dell’originale dovrebbe , a mio avviso, essere solo l’ultima delle mosse disponibili.
D: I centri storici falsificatti in blocco, come avviene oggi, alla fine creano Disneyland, una iperrealtà più vera del vero ( nell’accezione che di iperrealtà da Baudrillard). Ma il più vero del vero, l’iperreale è in realtà solo un falso. Un po’ come i quadri degli iperrealisti , i quali però, poichè gestiti artisticamente hanno qualche interesse, mentre nel caso dei centri storici non c’è nessuna intenzionalità artistica: solo feticismo. Inoltre, per il padiglione di Mies può avere un senso blocare la storia in un momento: al 1929. Per un centro storico non ha alcun senso: perchè la loro storia è la loro vita ininterrotta. Pensare a congelarli nel tempo vuol dire presepizzarli. Insomma: sono contrarissimo alla falsificazione in blocco dei centri storici .
E: il metodo migliore per evitare falsi è, a mio parere, lavorare per stratificazioni, in cui il moderno si sovrappone all’antico, dialogando con questo e reinterpretandolo ( credo che esistano modi molto diversi che credo siano validi: apprezzo Scarpa al museo di Castelvecchio, ma apprezzo anche Foster a Londra, al British e, soprattutto, in un più piccolo museo di cui adesso mi sfugge il nome). Su questo tema ho sviluppato un altro contributo che Antithesi ha, a suo tempo, gentilmente pubblicato e al quale, per brevità, rimando.

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