Giornale di Critica dell'Architettura

1 commenti di Pietro Battarra

Commento 525 del 29/11/2003
relativo all'articolo Eisenman, Gehry e '...la ripetizione dell'identico
di P.GL Ferrara - S. Lazier


Spio dalla serratura del web le vicende di Anthitesi da qualche tempo, ma probabilmente per pigrizia o per malessere da tastiera non ho mai partecipato ai dibattiti proposti.
Questa volta il tema è troppo pruriginoso per non essere affrontato:
il vecchio “five”, l’autore di “The graves of architecture”, della splendida serie delle Houses, il radical newyorkese che assieme a pochi altri ha tentato di riannodare parte dei fili interrotti dalla iattura post, ha lanciato il suo anatema intellettuale sul californiano!...
Troppo bello per essere vero: è ricominciato un dibattito architettonico sul metodo e sul tema della ricerca!
Effettivamente… sarebbe troppo bello.
A sapere ben guardare tra le pieghe del foglio di carta o delle orbite oculari della testa di cavallo (nota: per chi era a Modena a sentire la presentazione del progetto, per non ricordo bene quale porta cittadina, la testa di cavallo rappresenta un vero e proprio nodo gordiano della personalità gehryana, tornando in almeno tre o quattro progetti differenti con fare quasi geometresco) la scena che si presenta è tutt’altra:
una ballerina di seconda fila (che ha studiato danza classica alla Scala ed è molto apprezzata dai “veri intenditori“) tenta di sottrarre un pezzetto di ribalta alla star del varietà del sabato sera sulla rete nazionale mentre mostra il seno appena rifatto e le rosse labbra carnose.
A parte la piccola divagazione letteraria, sembrerebbe ritrovarsi nella critica di Eisenman un ritorno di quella tensione intellettuale che lo ha contraddistinto per buona parte della sua carriera e che tanto ho apprezzato per profondità di ricerca e singolarità di vedute: Peter Terragni, così si autodefiniva pochi anni fa (povero Giuseppe!... che brutta fine hai fatto…), richiama all’ordine Gehry e ne decreta la morte intellettuale sancendone l’inaridimento della vena speculativa.
E’ un peccato che il caro Peter abbia perso il titolo ad ammonire chiunque da quando ha aderito a quella che Andrea Pacciani (non conosco le vicende della polemica iniziale, ma condivido a pieno il contenuto dell’intervento) definisce “architettura strillata”, al carrozzone dell’architettura da “rivista d’architetturatuttafoto”, da servizio di NONSOLOMODA, alla tendenza di dovere stupire con il fantastico e l’inusuale, magari mascherandola con un leggero tocco di onanismo intellettuale attraverso delle griglie distorte al calcolatore date poi in pasto ad un tornio 3d.
Lo stesso Eisenman ha battuto la strada della grande scala e del grande pubblico (non so perché, ma ultimamente quando penso all’architettura contemporanea mi viene sempre più alla mente il motto “panem et circenses“ ed in questo, continuo a non trovarci nulla di innovativo o rivoluzionario), entrando di diritto nel mondo atomizzato delle starlettes dell’architettura dei giorni nostri: signori sulla sessa-settantina di cui riconoscere un progetto è ormai più facile che distinguere il baffo della Nike dal marchio della Coca Cola.
Peter ce l’ha fatta: è entrato nel gota dei “creatori di un linguaggio, suo, unico ed irripetibile“.
Avere creato un linguaggio???? Creare un linguaggio????
A questo proposito, cito Chomsky (lo stesso con cui il nostro Peter andava a braccetto anni fa e di cui utilizzava le teorie linguistiche per compiere le sue fantastiche capovolte intellettuali): “Abbiamo forse, come individui, “fatto” noi la nostra lingua? Cioè, tu hai “fatto” l’italiano ed io l’inglese? Questo mi sembra senza senso, o errato. Non abbiamo avuto affatto alcuna possibilità di scelta rispetto alla lingua che abbiamo acquisito; essa si è semplicemente sviluppata nella nostra mente in virtù della nostra costituzione interna e dell’ambiente. “ (vi risparmio il seguito).
E’ per questo che dello scultoreimprenditorepubblicitariomuto Frank Owen Gehry preferirei non PARLARE.

Quello a cui assistiamo (a questo punto avrete capito che Eisenman è la delusione personale che fa da pretesto ad una critica estesa allo stato delle cose) è la nascita di una miriade di multinazionali dell’architettura che creano dei landmark ben riconoscibili e riproducibili NON PARLANDO ALCUN LINGUAGGIO: strilli, gridi e sussurrii incomprensibili ma molto rumorosi.

E’ per questo che dello scultoreimprenditorepubblicitariomuto Frank Owen Gehry preferirei non PARLARE...

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29/11/2003 - Sandro Lazier risponde

Mi pare che Pietro Battarra usi la citazione di Chomsky un po’ a sproposito. Detta così si dovrà convenire che la lingua, paradossalmente, sia esistita prima delle persone (quindi Derrida, quindi la decostruzione ecc..).
Mi pare invece importante chiarire che, quando in architettura si parla di linguaggio, sarebbe opportuno comparare l’espressione architettonica al mondo della musica più che a quello della lingua parlata o scritta. Purtroppo, la necessità della lingua parlata di comunicare, oltre ai sentimenti, azioni e intenzioni, è capace di sporcare l’esito di ciò che può apparire evidente. Per esempio, in ambito scientifico la comunicazione deve essere pulita, possibilmente non contaminata da interpretazioni soggettive. Nel mondo della poesia, invece, non sono importanti le parole (che sono suoni condivisi con un significato, ecc…) e le regole che le governano, ma il modo con cui queste stanno insieme e la comunicazione “figurata” che ne consegue. Credo che Battarra converrà che l’italiano di Dante non è l’italiano di Manzoni, e che, pur rimanendo tra contemporanei, l’italiano di Pasolini non è l’italiano di Moravia. Dante, Manzoni, Pasolini e Moravia hanno un loro linguaggio. Così come Bernini e Borromini, come Eisenman e Gehry, come me e chiunque altro abbia intenzione di produrre un segno riconoscibile e interpretabile.
Nel campo della musica si può benissimo comunicare per ore (sentire un brano) senza dire nulla intorno alle cose concrete che ci circondano, ma un brano può dare senso a tutta una vita. La nona sinfonia di Ludwig van Beethoven non è solo “strillata” ma addirittura anticipa e recupera nell’ambito della musica la “dignità del rumore”.
Probabilmente, per i contemporanei di Beethoven, il Rock sarebbe stato rumore incomprensibile. Non lo è per noi.