Giornale di Critica dell'Architettura

1 commenti di Zennaro

Commento 9271 del 09/02/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


La professione di architetto, e mi limito solo a questa, è ormai per buona parte misconosciuta. Non è possibile che un architetto, il giorno dopo che ha terminato gli studi, cancelli tutto ciò che ha imparato all'Università e si inventi una nuova professione tentando di mimare gli ingegneri, che notoriamente nulla sanno di qualità formale poiché non è il loro mestiere, e i geometri, che anch'essi occupano uno spazio professionale improprio. Nel suo sforzo di soddisfare il mercato delle costruzioni, non sapendo fare il suo mestiere, trova nella commissione edilizia la prima causa dei suoi problemi ed è il primo a plaudire alla sua eliminazione. Tutto si vorrebbe abolire, soprattutto la commissione edilizia formata dal macellaio e dal droghiere (o da tutti quelli menzionati), e credo che su questo punto non vi è nulla da eccepire. Quando, però, i primi ad abolire la conoscenza del mestire sono i mestieranti stessi non si capisce più di cosa si sta parlando. Chiedo venia se sono lievemente drastico, ma dovendo esaminare, da esperto (individuato senza collocazioni politiche), i progetti dei miei colleghi, ogni volta che lo faccio ne esco assai depresso (faccio parte di una commissione ambientale di esperti nata sulle ceneri della commissione edilizia). Tranne rarissimi casi sono proprio i professionisti stessi che, accampando giustificazioni improbabili (la più frequente si nasconde dietro la considerazione che bisogna pur mangiare, o che il committente vuole quella soluzione), producono edilizia faticosamente qualidficabile. Quando arrivano progetti, anche a volte azzardati, ma contemporanei, ci si apre il cuore. Non è ammissibile che nella maggior parte dei casi i geometri presentino progetti migliori di un architetto, che nascondendosi dietro la scusa di essere originale ad ogni costo propone banalità inqualificabili. Pertanto aboliamo pure tutto, ma in primo luogo proporrei di abolire il titolo di architetto, o conferiamolo ai soli che sono capaci di dare dimostrazione pratica di saperlo fare.
Credo che non siano le commissioni edilizie ad essere sottoposte a cancellazione, semmai la loro composizione, che sarebbe utile fossero composte da soggetti competenti. Andrebbe invece cancellata la incapacità di pensare l'architettura. In una democrazia che non ha valori da celebrare l'architettura non ha più senso (o ha senso solo se è opera d'arte che rappresenta il contemporaneo), e quindi per fare dell'edilizia basta un capomastro qualunque. Le lagnanze sono spesso frutto di incapacità di porsi e di trovare una soluzione.

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9/2/2011 - Sandro Lazier risponde

Se me lo concede vorrei essere chiaro e diretto. Il suo commento, a mio avviso, denuncia un evidente peccato originale: Vittorio Gregotti. Ovvero una irrisolta questione ontologica che riguarda l’architettura. Se postuliamo, quindi diamo per scontato, l’architettura essere qualcosa con dei confini definiti, siano essi funzionali, formali, sociali, ecc…, lasciando alla sua vocazione creativa e spaziale l’esigua parte restante, la poniamo sicuramente nella condizione d’essere trasmessa al prossimo con l’esempio e l’insegnamento, come un mestiere, come giustamente, dal suo punto di vista, lei la intende. Un mestiere a cui si richiede anche, finalmente quando si parla di qualità, un minimo di fantasia creativa.
Se invece, come io credo l’architettura essere sostanzialmente l’architettura, ovvero una semplice tautologia, quel luogo della creatività che ha per oggetto lo spazio, ovviamente abitato delle persone, ma principalmente rivolto a sé stesso, allora le cose cambiano. Cambiano perché non c’è più nulla da insegnare e, dagli insegnamenti, trarre una qualche misura qualitativa universalmente condivisa. Si può insegnare la tecnica dell’architettura, come la grammatica e le tecniche pittoriche. Una buona scuola serve a questo. Ma non si può insegnare a esser poeti, artisti e nemmeno architetti.
Per cui, oltre ad abolire il titolo – architetto, in fondo, è colui che è autore di opere di architettura, ingegnere, geometra, macellaio non importa, anche se non possiede il titolo specifico – occorrerebbe rifondare l’università, istituendo magari una laurea in tecnica dell’architettura, lasciando libertà d’insegnamento (nessuna laurea, nessun valore legale) alle varie anime e correnti culturali che, onestamente, non possono più stare dentro la stessa chiesa sopportando gli uni le eresie degli altri. Smettendo di gabellare la società con l’ipocrisia che tutti gli iscritti all’ordine sarebbero garanti di una competenza equivalente e certificata, faremmo un grande salto verso quella tanto ambita qualità dell’architettura di cui sentiamo parlare da anni. Ma in modi, ovviamente, del tutto diversi. E soprattutto potremmo fare a meno di commissioni e commissari che tutti, a loro modo, si sentono istituzionalmente competenti.

Per finire, e qui rispondo anche al commento di G. Manganello, voglio ricordare che la qualità non si raggiunge per induzione, ma per competizione, che non è una cosa bella. Vuol dire concorrenza d’idee, da difendere spesso con lo scontro, che a volte vuol dire ripudio di ciò che si pensava prima. Grado zero, direbbe Zevi. Ma quanti Zevi occorrerebbero in Italia nelle commissioni edilizie di 8.000 comuni?