Giornale di Critica dell'Architettura

1 commenti di Fabrizio Leoni

Commento 368 del 13/07/2003
relativo all'articolo Nonsolomoda, anche idiozie
di Paolo G.L. Ferrara


egregio Ferrara,
mi sono imbattuto sulle sue osservazioni per caso.
Certo, Nonsolomoda, trasmissione che guardo con divertimento e leggerezza, ha il piccolo pregio di alludere ad argomenti di architettura e ciò in sè non è sbagliato, vista l'assenza dell'architettura dai media italiani. Ma come lei mi pare dica, accomunando spazio architettonico a linguaggio architettonico e contenuto ad epidermide (cioè disciplina architettonica a fashion e glamour) accredita verso i distratti l'idea che un artefatto come un edificio di Gehry "scada" e passi di moda come un vestito di Dolce e Gabbana. E, così facendo, crea spazio per un certo umore accademico di segno oscuro che impedisce, in alcuni settori della nostra cultura (non in tutti per fortuna), la crescita di strumenti critici aggiornati ai nostri giorni.
In realtà, Gehry, e una certa scuola di Los Angeles, hanno radici sicure nella disciplina, nel mestiere, nella storia del lavoro degli architetti.
Come lei dice Gehry è Santa Monica. Ma cos'è Santa Monica (o per estensione Los Angeles) per qualche studente invecchiato o per qualche professore reazionario? Un luogo dove si va al lavoro in skate, un luogo dove tutti hanno i capelli blu? Certo che no, è il luogo dove lavoravano gli Eames, cioè l'industrial design più colto; è il luogo dove Neutra e Schindler coltivavano un raffinato razionalismo viennese nell'ambito di uno strepitoso innesto di cultura urbana ispanofana nello sprawl di una metropoli americana. E' il luogo di una cultura del costruire o dell'autocostruire che si basa meno sulla cura di un canone (che pure esiste, basta prendere un manuale di planning californiano) che su una visita da Home Depot, supermercato del semilavorato da dove attingere icone e metafore (e montanti two by four!) per trasformare i propri rendering in oggetti costruiti.
Al SCI-arc, scuola dalla quale esce la maggior parte dei collaboratori di Gehry, di Rotondi, di Moss etc, (cioè di quelli che materialmente sviluppano i progetti di tali architetti), dove ho passato un po' di tempo, c'erano lezioni di urbanistica come di dettagli esecutivi, si facevano maquettes come 3d al computer e video animazioni, c'erano workshop di saldatura dei metalli come di disegno dal vivo con la modella nuda che posa, corsi in cui si leggeva Tafuri e Foucault così come si costruivano prototipi in scala naturale. Cioè era, o meglio è, una vera Scuola Di Architettura. La cultura digitale, il cinema, la topografia, il clima, il fashion, il glamour sono alcuni tra gli ingredienti di una ricetta architettonica molto ricca e complessa che non può essere liquidata come un circo superficiale da stizziti richiami all'ordine.
Un'ultima piccola cosa: Frank Gehry è un simpatico signore in la' con gli anni, non credo che gli studenti o i giovani architetti dovrebbero assumerlo come un'architetto del futuro. Gehry vale come Giò Ponti o Rietveld, ovvero come un protagonista del suo tempo: uno di trent'anni dovrebbe guardare a cosa c'è più in la' o semplicemente cercare di aprire la propria via, il proprio modo di essere architetto. Dimenticavo: negli edifici di Gehry in genere c'è una grande qualità spaziale, cioè... è un piacere starci dentro.
Fabrizio Leoni-Politecnico di Milano

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13/7/2003 - Paolo GL Ferrara risponde

Stizziti richiami all'ordine? No, per carità di Dio! Caso mai, vera incazzatura nel leggere quanta rassegnazione ci sia...se è vero che molti si accontentano di Nonsolomoda e delle sue comprovate idiozie. Io no.
Ripeto: la cultura è una cosa seria e se minimamente crediamo che architettura sia cultura, beh...