Giornale di Critica dell'Architettura

1 commenti di Fulvio Zanoni

Commento 9133 del 10/11/2010
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


Sognando Gibellina. (Lettera a un giornale)

Avete in mente Gibellina? Una distesa a perdita d'occhio di teatri, monumenti, musei, centri civici, opere d'arte (prima dell'era berlusconiana le urgenze dei terremotati non erano una priorità): ma intorno la desolazione, il vuoto. Piccioni, vetri rotti, sculture rovinate. Miliardi buttati via. Gilbellina oggi è un paese desolato, abbandonato dai suoi abitanti. Ma è l'Italia che sognano i nostri intrepidi intellettuali, quelli che giovedì 12 novembre vedrete in prima fila nelle piazze, a ragionare con i piedi.

Si esibirà il fior fiore dell'intoccabile camorra (di ascendenza gramsciana, ma espertissima anche in doppiezza togliattiana) che infeuda, con la tracotanza dell'inamovibilità, le casematte del potere intellettuale - i media, il mondo universitario, l'ambiente letterario e artistico - in spregio ai diversi orientamenti elettorali. Perduta l'ideologia, cruccio costante della corporazione rimane la tutela della propria egemonia, al prezzo del linciaggio dell'intruso, si chiami Leone o Craxi, Andreotti o Cossiga, Bossi o Berlusconi.

Torna ad incombere l'incubo della bancarotta greca, ma i nostri prodi intellettuali scendono sdegnati nelle piazze per contendere al Veneto alluvionato (leghista e pertanto illetterato) le poche risorse disponibili; la loro proverbiale ingordigia li fa persino incapaci di riflettere che le risorse, prima di pretenderle per sè, bisogna dar modo a qualcuno di produrle.

Giornalismo ipocrita e furbastro, cinema di quart'ordine, satira televisiva canagliesca: questo ci regala l'implacabile intellighenzia compagnola. Quanto a capacità di spreco, nessuno la può uguagliare: ne fa fede il Mart di Rovereto, inutile casa del popolo costata a tutti noi 140 miliardi di lire (70 milioni di euro) senza il benché minimo guaito da parte di nessun pennuto. Neppure uno. (Se però quell'immane sperpero anziché ai compagni si fosse potuto addebitare ai berlusconiani, sai che sdegno unanime, sai che strepito stellare!)

Anche gli artisti del rinascimento sperperavano: per colpa dei loro raffinati e indolenti committenti, l'Italia del seicento perse l'appuntamento con la rivoluzione industriale (mentre l'Europa nordica preferì investire il suo piccolo surplus meno in bellezze artistiche e più in intraprese produttive). No fabbriche, si musei: questo slogan da guitti di strada - quelli che si credono teste di punta della democrazia e invece sono teste di qualcos'altro - è ormai la nuova religione dei sindaci e dei nostri consigli comunali!

Chi si pasce di pensieri elevati ha sempre disdegnato le urgenze popolari. Ma gli intellettuali del rinascimento facevano cultura; i nostri fanno solo tura-cul.

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