Giornale di Critica dell'Architettura

2 commenti di Marco

Commento 14522 del 09/05/2017
relativo all'articolo Pritzker Architecture Prize 2017
di Sandro Lazier


Ottimo articolo molto coinvolgente.
http://www.calcolostrutture.net/

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Commento 12114 del 28/01/2013
relativo all'articolo Fundamentals
di Sandro Lazier


Sulla parte dedicata alla scelta di Koolhaas condivido. Meno su quanto scrive Lazier a proposito di popoli (e quindi culture) e territorio e anche di conseguenza architettura. L'architettura di un territorio (e quindi di un popolo) è ben riconoscibile e radicata in ogni parte del pianeta. E non si ricominci con la storia che nessuno ha radici e siamo semplicemente figli del mondo (cito Lerner) perchè ognuno di noi le ha e le deve, a mio modesto parere, tenere ben strette. Il tentativo di codificare un'architettura internazionale priva di radici è a mio modestissimo avviso fallito, le opere di Alvaro Siza o dello stesso Piano, per esempio, lo dimostrano

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28/1/2013 - Sandro Lazier risponde

Il problema, secondo me, non è quello d’esser radicati oppure no. Le buone piante si giudicano dai frutti, non dalle radici. Così come le buone architetture. Ergo, se le piante sono buone daranno buoni frutti. Dipenderà, ovviamente, da dove le coltivi.
In un terreno idealmente fertile, delle radici quasi si potrebbe fare a meno. È in un terreno cattivo che avrò bisogno di radici particolarmente robuste e profonde. Ma da un terreno cattivo è difficile ricavare buoni frutti.
Deduco: tante radici -> posti peggiori -> frutti peggiori.

Qualche anno fa si parlava di villaggio globale, un’idea che oggi pare scomparsa. Un’idea che esplicitava al senso comune la rivoluzione del web. Grazie alla possibilità di comunicare in tempo reale con tutto il pianeta, si poteva assimilare il mondo della rete ad un antico villaggio dove , giorno per giorno, potevi conoscere tutto ciò che succedeva al suo interno. Non si trattava di contrapporre globale e locale, ma di rendere il locale grande come il globale, di farli, in pratica, coincidere. Ora, solo chi ha paura di crescere e mettere in comune esperienze e cultura può provare avversione al villaggio globale e al suo linguaggio. Paura soprattutto di perdere un’identità e restare senza nessuna cultura cui riferirsi. Il che non è possibile perché se si perde un’identità se ne trova simultaneamente una nuova, probabilmente migliore della precedente perché frutto di una rinnovata condizione.
Non mi pare che R. Piano rinunci alla comunicazione globale. Altra cosa è essere architetti organici dove è la specificità del luogo che genera l’architettura che dovrà modificarlo. Ma si parla di luogo fisico, non culturale.