Architetti o sensitivi?
 
  Oggi il 11/12/2007
Opinioni
Architetti o sensitivi?
di Giovanni Bartolozzi
"L'architettura uno strumento con cui gli uomini del presente colloquiano con quelli del passato, quindi un colloquio con i morti"
Con questa tristissima e deprimente frase il professor Paolo Portoghesi (che avevo calorosamente invitato al convegno di Ottobre su Zevi e nonostante la gentilezza, all'ultimo momento, non potuto venire) conclude la presentazione del suo ultimo libro assieme a Paolo Zermani, e altri docenti universitari.
Innanzi tutto non condivido che l'architettura sia considerata uno strumento, ma credo profondamente che l'architettura sia lo spazio dove si svolge la vita dell'uomo e se l'architettura potesse essere considerata uno strumento, sicuramente la sua funzione non sarebbe quella di favorire il colloquio con gli uomini e gli architetti del passato.
Interpreto questo assunto conclusivo di Paolo Portoghesi, come un ulteriore tentativo di cercare stabilit, conforto, sostegno e approvazione nella storia, nell' architettura del passato e dunque nel lavoro degli architetti del passato.
Tuttavia se volessimo parlare di architettura come strumento, naturalmente dopo aver assodato la sua primaria e costitutiva caratteristica spaziale, mi piacerebbe attribuire a quest'ultima una funzione completamente diversa, direi opposta, una funzione rivolta al futuro e non al colloquio nauseante con l'aldil. Questa funzione potrebbe essere quella di creare felicit e benessere, quindi un'architettura che possa essere strumento di felicit. Quando nel 1989 venne conferito il Pritzker Prize a Frank Gehry, Ada Louise Huxtable disse: "non ci sono edifici tristi di Gehry; non si pu pensare a niente che ha fatto senza sorridere".
Bene, se l'architettura pu essere usata come uno strumento, mi piacerebbe attribuirgli proprio questo senso di felicit e stupore.
In realt sarebbe interessante ripercorrere tutto il discorso di Paolo Portoghesi e analizzarne i vari aspetti, alcuni dei quali ritengo di notevole interesse, cos come sarebbe divertente riascoltare i discorsi vuoti e insignificanti di quasi tutti i relatori, alcuni dei quali iniziavano proprio cos: "consiglio ai giovani studenti di comprare il libro di Paolo Portoghesi, anche se costa molto, piuttosto che leggere sempre da internet"; un atro relatore diceva: "non condivido che gli studenti consultino le riviste di architettura, ma vi consiglio di consultare la nuova rivista fondata da Paolo Portoghesi, (Abitare la Terra)"
Preferisco invece approfondire e portare chiarezza su un aspetto fondamentale, difficile, e che da studente che vive a Firenze, mi preme non trascurare. Com' noto uno degli aspetti portati avanti da Paolo Portoghesi, durante la sua carriera di progettista, il rapporto Architettura-Natura e ne testimonianza uno dei suoi libri.
Tuttavia, credo che l'unico architetto italiano che si sia veramente inoltrato, con la mente e con l'anima, nel difficile rapporto con la natura, giungendo a conclusioni originali e sorprendenti, sia stato il pi illustre e amato architetto fiorentino dopo Brunelleschi: Giovanni Michelucci. Il suo apporto indiscusso e grandioso, e a tal proposito ritengo che la presentazione del libro di Paolo Portoghesi, seguita dai sonniferi interventi, sia stata una occasione per sminuire il grande insegnamento del Maestro toscano.
Portoghesi dice che Michelucci stato un riferimento per il suo lavoro, ma il rapporto Architettura-Natura raggiunto da Michelucci, credo non abbia alcun riferimento con quello del prof. Portoghesi, che non voglio assolutamente criticare.
Il rapporto architettura-natura estremamente interessante e stimolante, ma nella misura in cui non scade in baratto formale o in concetti teorici sofisticati.
Tenendo anche conto dei diversi interventi mi pongo una domanda: come si pu parlare ed esaltare Giovanni Michelucci -citandone anche delle bellissime frasi- per poi essere ,nella realt progettuale, dei seguaci di Rossi e Grassi, e pi in generale, credere e fare del passato un materiale da costruzione?
Credo sia una delle pi grandi contraddizioni. Non riesco a trattenermi di fronte al continuo confronto con Michelucci; quanti di questi docenti spiegano ai loro alunni la chiesa dell'Autostrada, piuttosto che il teatro Carlo Felice o il Teatro di Sagunto?
Uno dei docenti intervenuti raccontava di aver perso molto tempo tentando di convincere Michelucci a parlare della stazione di S. Maria Novella, del suo rapporto con la citt e dell'uso della sezione aurea nella progettazione della stessa. Michelucci, ormai novantenne cambiava discorso, quasi non ritenesse suo il progetto della stazione di Firenze.
Dopo aver sentito questo intervento, mi chiedo anche come un docente che ha avuto la possibilit di parlare con Michelucci possa perdere del tempo a capire come ha usato la sezione aurea per progettare la stazione di Firenze, piuttosto che tentare di capire come ha realizzato la chiesa dell'Autostrada o la Borsa Merci nel centro di Pistoia o la quasi totalmente dimenticata chiesa di Longarone.
Sicuramente il progetto della stazione di Firenze un opera che ha segnato la cultura architettonica e urbanistica a livello mondiale, ma come ben noto non vi lavor solo Michelucci, e di sicuro non il suo capolavoro. Tentare, dunque, di comprendere Michelucci dal progetto della stazione di Firenze estremamente equivoco.
Michelucci va dunque capito, il suo rapporto con la natura non cosa banale, ma e frutto di un secolo di lavoro. La natura non costituisce un punto di riferimento o una conferma formale che consente all'architetto, tranquillizzandolo, di collocare nel verde o nel paesaggio un edificio.
Per Michelucci la natura Dio, o meglio il Dio di Michelucci la natura.
Questo si comprende entrando nella chiesa dell'Autostrada, all'interno della quale Dio sta nei pilastri ramificati, nelle membrature strutturali contorte che reggono il tetto e che creano uno spazio sacro dove ogni fedele e ogni viaggiatore possa trovare, nella sua diversit, la propria individualit.
Il rapporto Architettura-Natura stabilito da Michelucci non pu essere mischiato con chi ha fatto della storia una fonte di commercio formale.
Tornando alla presentazione del libro, Portoghesi parla anche della sua nuova rivista Abitare la Terra, ennesimo tentativo dopo Controspazio, Eupalino e Materia, dice Portoghesi, "per far riflettere gli architetti sul loro mestiere[...] Abitare la Terra rivendica la libert dell'uomo rispetto allo strapotere della tecnica che opera in modo minaccioso".
Caro prof. Portoghesi, credo che la tecnica sia una delle testimonianze della crescita di una societ, se la tecnica si evolve e gli architetti, giustamente, ne tengono conto un dato estremamente positivo e non costituisce una minaccia, anzi, sar anche questo la testimonianza della crescita della nostra societ e consentir all'architettura di stare al passo con i tempi e con la storia.
Un'altro docente, concludendo l'incontro dice: "grazie a tutti per aver partecipato e abitiamo la terra".

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  19/2/2002
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