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Ci sono 3 commenti relativi a questo articolo

Commento 14796 di Gerardo Manca del 20/03/2020


Posso dire? Il tuo articolo non mi convince. Vittorio Gregotti è stato ossessionato nel corso della sua vita professionale (probabilmente prigioniero) da un rigore moralistico dell'architettura, intesa come processo logico. Una visione del progetto come prassi conseguente al rigore (presunto) dell'analisi urbana (tendenza). Gregotti era un sacerdote della metodologia progettuale, spiegabile. Aldo Rossi e Giorgio Grassi hanno scritto e lavorato molto su questi concetti. Condizione diffusa (in parte accettabile) nelle scuole di architettura di allora. Dobbiamo intenderci e discutere, io credo, intorno al tema dell'architettura, ovvero dobbiamo intenderla come disciplina o "estro dell"anima"? Desidero dire che è utile distinguere la metodologia didattica dal progetto di architettura. Con te concordo sulla mediocrità progettuale (insieme a molti altri architetti più o meno noti) di Vittorio Gregotti, quasi sempre impacciato, oscuro e ripetitivo, nella configurazione dello spazio costruito. Ciò precisato ho trovato il tuo articolo eccessivamente forte, talebano (scusami l'ingeneroso accostamento). Qui non alludo al giudizio (condivisibile) spregiudicato su Gregotti, ma alle tue convinzioni granitiche in difesa (diciamo cosi) dell'international style. La liberazione "dalle prigioni dell'etnia" mi diverte molto.

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20/3/2020 - Sandro Lazier risponde a Gerardo Manca

Tolgo la kefiah e provo a risponderti.
Io non difendo l’Internatiol Style per quello che è stato (lui sì rigoroso e conseguente ad un’analisi funzionale ben precisa), ma per i valori che ha promosso e che ha riconosciuto indifferentemente a tutta l’umanità. Qui non si tratta di adottare un pensiero unico, ma valori unici, senza i quali si finisce dritto dove siam finiti, tra le destre più becere e volgari che non vedevan l’ora che scendesse qualcuno dal piano nobile ad aprirgli le porte della stalla, perché gli ricordava nonna e le belle tradizioni. Le analisi di Gregotti e compagni milanesi non sono mirate alla funzione pratica, reale, fisica, ma sono state assurdamente rigorose su presupposti (tendenza) del tutto arbitrari, spacciandole per razionali senza avere nessuna evidenza scientifica, la cui genesi è riferibile solo alla condizione nostalgica e onanistica dei suoi autori.
Se per stile internazionale intendiamo l’aspetto degli edifici, nessuno è stato più internazionale di Gregotti, A. Rossi o Grassi, o chi vuoi dell’avventura milanese, che han fatto gli stessi scatoloni in tutto il mondo. Se lo Zen tu lo portassi in Svezia anziché a Palermo, con tutto quel che occorre nelle infrastrutture, continuerebbe ad essere un capannone alienante, in barba al silenzio, alla leggerezza, al sembrare che ci sia sempre stato. O un’infinita caserma, se vuoi.
Con questi presupposti di nessuna verità oggettiva, spacciati per argomenti dotati di qualche ontologia, se tu monti un protocollo didattico come se dovessi diffondere la bibbia, non solo peccheresti di presunzione ma deformeresti irrimediabilmente le vittime delle tue gabole esistenziali.

 

Commento 14795 di Sandro Lazier del 20/03/2020


Per completezza, inserisco il testo del post a cui fa riferimento l'articolo all'inizio.
"Morto Vittorio Gregotti.
Un metrocubista di discreto talento capace di allevare discepoli nell'ideale della caserma, dove ha recluso le speranze ed i sogni di una generazione politecnica.
Con lui se ne va un altro pezzo di quella crosta accademica che ha negato, con la complicità di molti intellettuali, la possibilità alle giovani menti di riscattare il peggio della storia recente dell'architettura italiana, monumentale, greve e spocchiosa, malgrado le tante energie e idee apparse nel vasto panorama del dopoguerra. Idee alle quali quest'uomo, espressione più influente dell'accademismo, per esclusive ragioni di potere personale, ha sempre negato considerazione. Una condizione, questa, conservatrice e profondamente di destra, come dimostrano le sue architetture, dentro un vestito intellettuale di sinistra. Questa contraddizione è riuscita, nel suo lungo viaggio autoritario, ad aprire le porte al neofascismo moderno."

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Commento 14799 di marco ferri del 24/03/2020


Non posso che essere non d'accordo, ma d'accordissimo con i suoi scritti, compreso quello a fondo pagina che saluta il collega Gregotti.
Da studente non l'ho mai sopportato troppo (secondo me un direttore di una rivista non può pubblicare i propri progetti, per decenza) da professionista continuavo a cercare nelle sue opere (non nei suoi scritti per lo più illeggibili) un qualche guizzo che mi facesse pensare ad un'architettura. Mi sono emozionato quando per il teatro degli arcimboldi ho visto una linea inclinata. Tanto che quando mi dissero che era di Gregotti pensai ad un errore. Pagine e pagine di libri articoli e saggi per produrre quadrati all'infinito come il peggior Ungers (che era 10 spanne sopra almeno).
La ringrazio

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