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Ci sono 2 commenti relativi a questo articolo

Commento 179 di Paolo Marzano del 09/07/2002


All’intellettuale Bruno Zevi.
di Paolo Marzano
Vorrei portare la mia testimonianza di un ricordo che ho, di una passione comunicativa del Professore che è riescito a svegliare, con la sua dialettica un sentimento d’appartenenza indissolubile dell’architetto, alle fasi di trasformazione del mondo, caricandolo di responsabilità, accusandolo d’indifferenza e proclamandone le vittorie, quando ne esistevano le indiscutibili prove.
Tanto tempo fa conobbi personalmente il Professore ad una conferenza alla presentazione del testo “Linguaggi dell’architettura contemporanea”. Si tenne nell’aula del Disegno, all’Accademia del Disegno in Firenze il giorno 02/12/93.
Poi tempo dopo lo rincontrai nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio alla presentazione del Progetto per l’alta velocità di Firenze il 06/04/98, era il coordinatore del gruppo di progettazione. Una stetta di mano forte e appassionata da chi, con assidua e ardua polemica si lanciava in discorsi dritti come lance e permeati di una concreta e pregevole cultura e articolazione intellettuale. Personalità autorevole che ha “scritto” pagine memorabili. Con le sue declamazioni di marinettiana memoria, comunicava una passione che ardeva e sprigionava energia positiva per noi che eravamo attoniti ascoltandolo e sperimentando quell’elasticità mentale che i suoi interlocutori raramente seguivano per quanto vasto e importante era il suo spaziare, argomentando e saltando da un riferimento storico, alla verifica architettonica e al ricordo bibliografico. Fatti riportati con tanta facilità e con una lucidità mentale conseguente all’allenamento letterario e alla preparazione incommensurabile. I riferimenti diversi e lontani portavano ad una sola strada; la libertà per l’individuo contro la prevaricazione continua e i tentativi di ritorni ad ordini costituiti. Dopo la morte di Frank Lloyd Wright dichiarò che dal quel momento in poi si poteva fare solo filologia sull’architettura del maestro americano. Dopo la scomparsa del Professore, ho idea che si può solo tentare di ricercare una critica e una metodologia per verificarla, lontana comunque dalle sue potenzialità indagatrici che partivano verticalmente per analizzare fermenti e contestualizzarli, prefigurandone atmosfere e realtà impreviste.
Di tanti architetti dichiarava la genialità come di alcuni descriveva la deplorevole fama, senza mezzi termini o timori compromissori. Degli scritti e dei famosi discorsi del Prof. sono a conoscenza, almeno due generazioni di nuovi appassionati, dall’alba tra le righe del particolaristico C.L. Ragghinati fino ai giovani critici contemporanei. Del grande intellettuale che era il Prof, ricorderò sempre le due tematiche che come messaggi subliminali, trasmetteva in ogni sua energica discussione: la prima riguardava l‘“angoscia” dell’architetto. “Genio” che soffre per la trasformazione lenta e dolorosa di un’idea, di un progetto, di una visione, quindi della realizzazione terrena di un sogno. Consapevole che qualunque trasformazione rappresenta una piccola morte per quello che è proiettato a diventare “altro”. In questi alti e bassi emozionali si trova lo “spirito del tempo” di cui l’uomo deve nutrirsi per immergersi in questa realtà.
La seconda tematica è un atteggiamento: lo scegliere di stare sempre dalla parte di una minoranza per “battagliare” e mostrare i limiti e la facile prevaricazione, caratteristica dei più. Mettersi contro qualunque ordine che si sospetta si stia per costituirsi. Combatterlo prima, altrimenti ci vorrà più tempo e molta più energia, dopo. E’ questo l’insegnamento che non ammette compromessi e mediazioni. Gli ordini costituiti generano appartenenze, le appartenenze generano gerarchie, le gerarchie emanano regole, le regole generano classificazioni di idee insieme a manierismi interpretativi e…..ci risiamo un’altra volta!?, Rieccoci, ricaduti nelle conventicole che usano i loro termini, i loro codici e si crogiolano tra concetti vecchi e stantii che regolano i comportamenti. Stranamente sento parlare tanto e dappertutto del Professore, spero che oltre a nominarlo ed a ricordarlo in mille occasioni (cosa che è già stato detto, lui non avrebbe certo voluto). Spero che oltre a nominarlo si porti avanti con coraggio, una testimonianza di competente e accesa ricerca mirata, contro i qualunquismi architettonici che si stanno pian piano rivelando sempre più ed il congelamento intorno ad alcune idee e visioni architettoniche di cui le riviste sono piene, praticamente contro gli ordini che si costituiscono. Il nemico, ha insegnato il Professore (architettonicamente parlando), è nascosto dietro una ripetizione stilizzata e una sintesi veloce, dietro ogni luogo comune, dietro ogni forma facile e vendibile. Per ricordarlo sarà utile sicuramente combattere con la cultura le critiche sterili (tante e per niente propositive), con gli strumenti affilati, della passione, della dialettica uniti indissolubilmente ad una dinamica cultura.

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Commento 244 di Carlo Sarno del 23/12/2002


"...Solo un altro critico, Edoardo Persico, peraltro da Zevi amatissimo, aveva avuto tanto coraggio nel legare il messaggio civile dell’architettura con le forme dello spazio. Lo aveva fatto in una conferenza memorabile dichiarando l’architettura “sostanza di cose sperate ”, manifestando così l’inscindibilità del nesso tra forme e liberazione, tra spazio e utopia, tra concretezza del presente e immagine di un futuro sperato, voluto, agognato.
Se le parole sono il tramite dei valori di chi le pronuncia, vale anche il contrario e cioè che le persone sono coloro che plasmano le parole. E chi non ha valori, non può, se non ipocritamente, inventare parole che indirizzano al cambiamento...".
In questo periodo natalizio urge un recupero dei valori etici dell'architettura , una pausa di riflessione dei profondi sentimenti che sono a fondamento della vita personale e sociale . Anche l'Architettura può approfittare della "magia" del Natale per riscoprire la sua vera identità , la sua missione di creatrice di un futuro migliore .
Richiamo questo articolo su Zevi di Luigi , che evidenzia il lato morale e anticonformista del grande critico organico , per aprire una finestra sulla speranza di una architettura che parta dalla vita , dalle vere necessità dell'uomo contemporaneo , senza farsi trascinare in futili mode o diatribe.
L'Architettura ha bisogno di impegno morale , ha bisogno di rifondarsi sull'amore per la vita nella maniera in cui Gesù Bambino ci ha insegnato , ha bisogno di guardare chi soffre , chi è povero , chi è debole e costruire per il nostro prossimo bisognoso una vita migliore piena di pace e felicità.
L'architettura senza amore non è " Architettura " !!!

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