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Ci sono 5 commenti relativi a questo articolo

Commento 61 di Arianna Sdei del 28/02/2002


riferimento:Commento 66
Personalità geniale, non v’è dubbio.Lo scorcio di Casa Silva può essere affiancato a quello di un prospetto dell’università di Cincinnati e creduto coevo, li separano invece ben 35 anni. Tutta la ricerca che ha cominciato ad affacciarsi nelle università da pochi anni e che ormai più nessuno può ignorare era già iniziata, costruita, quando i capostipiti ancora, forse, la ignoravano.
Lui era il solo in quel momento, geniale, non v’è dubbio.
E Zevi non poteva non riconoscerlo, ma la genialità purtroppo non basta.
Sono molteplici le cause che fanno di un artista incompreso una personalità di primo piano nella società , prima fra tutte la volontà di farsi capire, di trasmettere, di comunicare, ed allora la richiesta di avere disegni più comprensibili e foto più esplicative avrebbe subito assunto un altro significato.
Il messaggio va ricercato, elaborato, creato dall’artefice ma è compito dello stesso di farlo passare.
Il messaggio va comunicato ed il messaggio è un regalo all’umanità intera, quindi più importante di qualsiasi idea personale.
Dirò di più, se manca questa forte volontà di comunicare l’artista non è tale, non esiste l’artista egoista.

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Commento 66 di Beniamino Rocca del 07/03/2002


In risposta al commento 61
Non so entrare nel merito della questione per come, mi pare un po’ troppo filosoficamente, la pone Arianna Sdei.
Conoscendo un po’ Mario Galvagni una cosa mi sento di dire: Lui ha sempre cercato di comunicare le sue idee, in ogni occasione, anche intervenendo ai dibattiti sull’architettura che già negli anni ’50 si tenevano con Rogers e Gardella alla Casa della Cultura di Milano.
Era troppo in anticipo sui tempi: questa la verità. Non riusciva a farsi capire dagli architetti e dagli accademici quando parlava della sua idea di architettura, di “ percorsi percettivi “, di “matrici formali “.
I primi dicevano “ l’è matt“ , e gli accademici : “ è un formalista “.
Strano ma vero, la committenza lo capiva, e lui -appena ventiquattrenne - sapeva fare innamorare i clienti della sua architettura portandoli sul greto del torrente, nei campi, sulla spiaggia, a prefigurare spazi, luce, materiali.
Avendo lavoro era invidiato, proprio come successe a Carlo Scarpa con l’ordine di Venezia, mentre gli ordini degli architetti di tutta la Liguria (ma anche di quello di Milano sarebbe bello dire ) facevano processioni alla Soprintendenza per impedirgli di progettare.
Insomma, se sei troppo in anticipo sui tempi e non hai potere accademico, comunicare architettura costruita è dura.
Beniamino Rocca .

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Commento 69 di Arianna Sdei del 12/03/2002


In risposta al commento 66
Voglio solo dire che non dovremmo farci scappare le occasioni quando ci capitano sotto mano, che talvolta dovremmo anteporre il messaggio, che è appunto l'architettura costruita, al nostro ego.
Penso che l'architettura sia costruita, calce, cantiere, materia, e che questo sia lo strumento che l'architetto possiede per comunicare, il consenso è funzionale alla costruzione.
Penso che il consenso non lo si ottenga cercando di convincere, ma mostrando semplicemente la propria esperienza, ed è questo il gesto che paga, si rinuncia ad un pò di arroganza per acquisire comprensione, l'episodio con Zevi mi fa pensare a questo.
La mia considerazione muove dalla lettura dell'articolo ma proviene da una lunga riflessione personale, voglio pensare che il messaggio può passare e che l'architettura si può fare.
Ringrazio l'autore per la sentita risposta
Arianna Sdei

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Commento 71 di Alberto Scarzella Mazzocchi del 13/03/2002


In risposta al commento 69
Afferma Arianna Sdei che il messaggio va comunicato ed è compito dell'artefice del messaggio il farlo passare.
Sono d'accordo ma non è il caso di Mario Galvagni, perché i suoi disegni sono stati contestati in quanto inusuali, all'epoca, in una rivista di architettura.
Galvagni, esprimendosi nelle tre dimensioni, elaborava i suoi progetti con il metodo delle sezioni sovrapposte, allora in uso per i disegni di aerei, navi o di componenti meccaniche dei motori.
Doveva quindi, lanciare il messaggio che un'architettura, che esce dal piano, deve essere disegnata con altre tecniche, per ottenere l'effetto voluto, e per verificare la validità e la forza dei volumi.
Disegnare i suoi progetti nelle due dimensioni significava tradirne lo spirito, appiattendole.
Galvagni non è stato, e non è, un artista incompreso, bensì un artista scomodo. Nel proporre le sue architetture, "osava" criticare i maestri, e i gruppi elitari che li osannavano ed imponevano i loro credo, nelle università e nell'editoria di settore.
Zevi, avrebbe potuto aiutarlo, perché come Ponti, era estraneo dal giro di questi gruppi. Purtroppo c'è stato scontro tra due personalità, ed il vivere in due città sufficientemente distanti tra loro, anche culturalmente, come Roma e Milano non ha certamente aiutato.
Poi Zevi, che avrà avuto un sacco di difetti ma che era costituzionalmente corretto e che amava profondamente l'architettura, ha avuto la forza di rompere il ghiaccio. E anche questo è un fatto importante, da ricordare.
Perché concede speranza.
Alberto Scarzella Mazzocchi

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Commento 72 di Arianna Sdei del 18/03/2002


In risposta al commento 71
Già Zevi. Chissà se avrebbe approvato tutti i discorsi prolusi in suo onore in quella maratona d'eccezione che si è tenuta a Roma il 14 e 15 Marzo; mi piacerebbe sapere cosa pensava veramente delle persone che lo hanno ricordato -devo dire, con impegno- e mentre ero lì seduta distante, mentre ascoltavo discorsi del tipo "non esiste dissonanza senza assonanza ed è più dissonante un'assonanza senza dissonanza"; non potevo fare a meno di immaginare cosa avrebbe fatto lui in quell'occasione, quale parola di rottura, quale gesto. Forse perché ho assistito solo alla parte conclusiva dell'incontro ma ho veramente, drammaticamente sentito per la prima volta la mancanza, l'incomprensibile assenza di Bruno Zevi.
Credo che il messaggio sia la propria architettura e che questa meriti una possibilità, se non siamo noi a concedergliela, nessuno ce la concederà.
Ringrazio Alberto Scarzella Mazzocchi per la risposta chiarificatrice.
Arianna Sdei

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