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Ci sono 2 commenti relativi a questo articolo

Commento 174 di Sandro Lazier del 27/07/2002


La posizione di De Fusco è specifica di chi vuole sottomettere alle osservazioni e tautologie tipiche di ogni sistema formale la necessità di capire e comunicare i fatti, con il rischio, ovviamente, di escluderli quando non appaiono comunicabili. Come se gli uomini, senza nozioni di ottica, non potessero vedere.
La posizione di Zevi è opposta e filosoficamente attualissima. Il corredo scientifico tendente a dimostrare la validità della sua teoria è strumentale e non fondante rispetto al fatto che l’architettura, bene o male, comunque parla e occorre capirla e comunicarla.
Ma vediamo in dettaglio.
De Fusco dice essere una lingua l’insieme di norme condivise che permettono la comunicazione e analizza il rapporto norma-invariante tenendo presente che “… ogni forma di linguaggio si basa su un rapporto incessante di regole e innovazioni” e che, citando Mukarovski, le regole hanno senso se, da un lato non ammettono eccezioni e, dall’altro, se si può pensare alla loro violazione (es: non ha senso una regola a Torino che disciplini il traffico marittimo perché non è violabile: a Torino non c’è il mare). Una condizione, questa, che esclude dalla logica del linguaggio le invarianti zeviane in quanto fondate sulle eccezioni, quindi non più violabili senza ricadere nel sistema di regole che, appunto, si vorrebbero violare. Altro problema che pone De Fusco riguarda il codice-lingua ovvero l’elemento che “… mette in forma un sistema di relazioni possibili dalle quali si possono generare infiniti messaggi” (U. Eco) che, detto più semplicemente e relativamente all’architettura, dovrebbe contemplare quei segni elementari con i quali avverrebbe la costruzione di messaggi. Gli stessi, De Fusco, ritiene essere proprio le invarianti zeviane. In sostanza, le invarianti, essendo tratte da opere definite e complete, non sono in grado di produrre messaggi perché già lo sono compiutamente. Manca, secondo De Fusco, quella caratteristica di astrazione che ha proprietà di codice necessaria a produrre comunicazione. Un codice non è un messaggio ma un segno che serve per formulare messaggi.
Inoltre, secondo De Fusco, l’empirismo storiografico da cui sono tratte le invarianti non basta a legittimare linguisticamente le antiregole zeviane perché, ammette egli stesso “… appena si entra in questo sistematico ordine di idee, si dissolve ogni sorta di empirismo, anche quello fondato sull’esperienza storica”.
Sembra abbastanza chiaro come, per De Fusco, le invarianti non siano che regole che hanno pretesa di agire al contrario e come, per tautologica simmetria, inclusione ed esclusione, regola e antiregola, abbiano lo stesso peso. Il formalismo, in questa logica, non produce che altro formalismo, distante dalla pratica empirica perché distante dalla realtà.
L’approccio zeviano è fondamentalmente opposto perché la metodica e la codifica, per Zevi, non sono fondanti ma strumentali. Egli dice: l’architettura mi manda dei messaggi; come posso tradurre e decifrare gli elementi che accomunano i testi più significativi? Ne traggo storiograficamente e con il maggiore grado di astrazione i segni propriamente architettonici (e non linguistici) capaci di produrre nuovi messaggi. Non mi pongo a priori limiti formali; ricorrerei alla teoria del cavolfiore, se fosse necessario, quindi verifico formalmente che la tesi abbia un qualche significato.
Per Zevi esistono realtà diverse e parallele. Una riguarda l’architettura e i suoi messaggi, l’altra il sistema formale che traduce questi i messaggi. L’una non cala nell’altra e viceversa. Questa doppia realtà non è un’idea bislacca. Basta, per esempio, pensare al rapporto tra realtà fisica e realtà statistica. La prima riguarda la concretezza degli individui, e dei fenomeni naturali. La seconda è una realtà formale (che si può esprimere solo con numeri che sono un sistema formale) ma che riguarda concretamente la prima. La statistica dice che tutti gli anni, sulle strade italiane, muoiono per incidente X persone (dato tragicamente concreto) ma non dice chi, dove e quando, rendendo inapplicabile ogni possibilità di calare sugli individui questa realtà numerica. Oppure, le statistiche sulla vita media, dicono che si può vivere oltre gli ottant’anni. Ciò non toglie che, come individui, possiamo morire a trenta.
Per questa ragione le invarianti, che sono un sistema di regole formali (empiriche e impure quanto si vuole)non vanno calate direttamente nella realtà della progettazione – non sono altre regole – ma servono a verificare su un piano diverso la “modernità” di un testo liberamente scritto e libero da ogni subordinazione.

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Commento 173 di Carlo Sarno del 27/07/2002


Renato De Fusco è un gigante nel campo della linguistica semiotico-strutturale dell'architettura e lo scontro con il gigante Bruno Zevi che opta per una linguistica storico-empirica è inevitabile.
Secondo me questa volta non c'è un vinto e un vincitore ma le loro posizioni sono valide entrambi per la costruzione di una linguistica architettonica come metodo operativo per leggere la storia e servire da strumento per la progettazione.
Renato De Fusco nel suo libro "Segni, storia e progetto dell'architettura",
il cui titolo è già un programma, scrive :"...il nostro parlare di storia presuppone una integrazione del metodo storico con quello strutturale...lo storicismo cui ci riferiamo accantona la problematica ontologica per porsi come metodologia scientifica, tutta rivolta alle sue implicazioni operative e verificabile dall'efficacia delle sue realizzazioni...".
Nel suo libro De Fusco verifica sul campo della storia la sua teoria esaminando opere sia paradigmatiche (ovvero eccezionali rispetto ai codici vigenti) e sia emblematiche (cioè ben inserite in un contesto linguistico).
La teoria di De Fusco non esclude , come sembra voglia dire Zevi, il messaggio eccezionale, l'opera unica e poetica, che come dice giustamente De Fusco resta pur sempre un messaggio.
L'elenco come azzeramento può avvenire solo dopo una consapevolezza dei codici vigenti, e quindi una loro lettura strutturale e sistemica e non solo empirica.
Poi per quanto riguarda la validità di un approccio teorico e non solo empirico mi ritorna in mente la teoria della relatività di Einstein che fu convalidata solo dopo alcuni anni dall'esperienza.
In conclusione, l'approccio semiologico-strutturale di Renato De Fusco ancorato alla storia lo trovo molto valido per la lettura ed una ricodificazione innovativa dell'architettura, d'altra parte le invarianti di Bruno Zevi di un nuovo linguaggio dell'architettura, che come giustamente dice ha radici antichissime e profonde nella storia, le trovo anch'esse utilissime per una comprensione di opere che altrimenti resterebbero incomprensibili per i codici istituzionalizzati.
I metodi dei due giganti sono diversi ma il fine è lo stesso: SAPERE LEGGERE E PROGETTARE UNA BUONA ARCHITETTURA!

Tutti i commenti di Carlo Sarno

 

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