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Ci sono 6 commenti relativi a questo articolo

Commento 234 di Pierluigi Di Baccio del 17/12/2002


Devo ammettere di condividere tutto o quasi di quanto scritto da Paolo G. L. Ferrara. Tuttavia, dal mio modesto osservatorio di studente d'architettura, vorrei solamente aggiungere che il confronto fra il progetto di Botta e quello di Nouvel per l'Opera di Lione è inappropriato soprattutto perchè risolto da Fulvio Irace a favore del ticinese. Ritengo utile dare un giudizio di valore, che Ferrara preferisce omettere: l'intervento dell'architetto francese ha una carica fortemente eversiva, in un contesto storicizzato, anche discutibile, forse, ma innegabilmente conduce a un risultato assai più felice rispettoa al progetto di Botta. In quest'ultimo l'anonimato è totale, la scelta dei volumi e il loro accoppiamento è quasi incomprensibile: se davvero , come dice Irace, Botta si è mosso con rispetto e circospezione, il risultato smentisce totalmente le intenzioni. Un atteggiamento più energico sarebbe stato più coerente, visto che comunque si tratta di intervenire pesantemente con nuovi volumi sull'esistente, e probabilmente avrebbe condotto a esiti più degni (anche se forse in tal caso Botta, con tutto il rispetto, non è l'architetto giusto allo scopo). Nouvel a Lione forse non ha fatto un capolavoro, ma ha realizzato gli stessi obiettivi di adeguamento funzionale e tecnico creando una struttura pulita e formalmente innovativa: una grande volta a botte in acciaio e vetro, oscurabile, al posto del vecchio tetto in legno "a nave roversciata" (tipo Basilica palladiana a Vicenza) che in quel caso era andato distrutto in un incendio. Inoltre a Lione è stato ridisegnato tutto l'interno creando un complesso ben integrato vecchio-nuovo dotato però di forte personalità. Parlando per esperienza, si tratta di un'architettura che dà emozioni nuove, il che mi sembra un risultato importante. Ovviamente si tratta del mio personalissimo parere.
Grazie per lo spazio concesso.

Pierluigi Di Baccio

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17/12/2002 - PaoloGL Ferrara risponde a Pierluigi Di Baccio

L'articolo non era rivolto alla critica fatta da Irace. L'ho riportata (parzialmente)perchè spero sempre che chi legge vada a recuperare quanto cito, affinchè possa farsi un'idea più generale rispetto quelle che sono le mie opinioni. La pluralità è fondamentale. Il non essere d'accordo con Irace o altri, lo è altrettanto.

 

Commento 237 di Antonino Saggio del 18/12/2002


L'articolo di Ferrara è un esempio del motto: poche chiacchere, ma lavoro. Dissento però nelle conclusioni, ma vorrei essere convinto del contrario. Perché mai dobbiamo accettare il progetto di Botta dopo aver capito quanto è deludente? E chi l'ha detto? La real politik è perdente perché ci auto compromette. Dico invece che si deve bloccare tutto e invitare cinque bravi e se volete anche grandi architetti ad un rapido "avant progetto" (un architetto può, con i suoi collaboratori proporre una strategia in un tempo ragionevole). I progetti saranno illustrati in una conferenza trasmessa dalla Tv (se si vuole dallo stesso Canale 5) e poi con un qualunque sistema di tele voto si deciderà. Magari vincerà Mario Botta. A quel punto saremmo "democraticamente" rassegnati al volere della maggioranza di una ennesima fenice infelice.

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Commento 312 di Angelo Errico del 21/04/2003


Croce e delizia la vicenda della Scala. Non certamente la sola. Valga una lettura per tutte, "Grandi Peccatori, grandi cattedrali", in cui si analizzano le vicende storiche con le quali nei secoli, alcune cattedrali d'Italia, hanno visto rimaneggiamenti, sostituzioni, rifacimenti, per giungere a noi con il sentimento del recupero e del restauro in nome e per conto della memoria.
La lite è la stessa, di sempre: quanto il nuovo con il vecchio possono conciliare una convivenza se non addirittura un matrimonio. Credo Zevi in un suo libretto da mille lire, riporta una considerazione sui templi buddisti, per i quali s'impiegano anni per costruirli, e un attimo per abbatterli, per poi ricostruirli. E' inconcepibile per noi occidentali questa pratica, che più che un'arte dell'architettura sembra l'arte dei pazzi, ma tant'è, è certamente più profonda di contenuti e di riflessioni di quell'arte tipicamente nostra e nostrana, delle opere iniziate e incompiute, iniziate e sbagliate, iniziate finite e ridotte a ruderi pompeiani in un tempo risicato di anni.
Milano attraversa in quest'ultime sessioni di governo comunale (Polo delle libertà con a capo il sindaco Albertini) un periodo in cui, ancor più che la vittoria delle ideologie forti, o anacronistiche, o progressive, o che dir si voglia, impera e prospera la mancanza delle ideologie, per dar ampio spazio al servizio gratuito di cortigiani e imprenditori da quarto mondo, per consentir loro di creare opere e infrastrutture indegne; pensa probabilmente l'amministrazione che con il culto e la dialettica dell'immagine, dello spot, con lo sbandieramento del nome dell'architetto di grido - un vessillo usato per mettere a tacere chiunque - si possa dar mano ai lavori come quelli di piazza San Babila, di piazza Duca d'Aosta, di piazza Cadorna, per citarne alcuni, che fanno schifo persino agli extracomunitari.
La Scala resta per la sua mole, un esempio di critica e polemica d'attualità. Se pensiamo alle tante piccole opere che verranno demolite nel silenzio più irreale, come accadrà al mercato in stile liberty di piazza Wagner - coperto da un muro esterno in mattoni e rimasto intatto nell'involucro che ha consentito l'appropriazione dei posti di vendita abusivamente occupati a suo tempo - o al mercato di Quarto Oggiaro dell'arch. Arrigo Arrighetti - che ha ricevuto dallo statunitense Richard Neutra un encomio scritto a mano - poichè nel suo piazzale sostano zingari e senza tetto, allora capiamoci: qui la questione non è il Botta o il Nouvel di turno; è la mancanza di una reale politica d'intenti, senza alcun controllo della cittadinanza, ancor prima di quelle da parte delle accademie e dei politecnici.

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Commento 863 di Francesco Finizio del 21/01/2005


L'intervento di Botta era quasi scontato, interessante sicuramente il nuovo palcoscenico piu tecnologico e adatto alle nuove esigenze artistiche, giuste le demolizioni di strutture ormai fatiscenti che si sono stratificate nei diversi periodi di restauri..e giusta ed espressiva la sistemazione,l 'invenzione dei due corpi l'elissoide e il cubo chiamato ingiustamente e volgarmente dai più "lo scatolone" costruiscono una scenografia teatrale che proietta la facciata del Piermarini sulla piazza antistante, la rende leggera, la fa librare nel cielo come ali di gabbiano, due strutture semplici elisse e il cubo dialogano fra loro la curva e lo spigolo, la purezza dello schermo cubico e la curva frastagliata della torre creano un gioco di rapporti continui che purtroppo nessuno riesce a notare.......ma l'effetto più suggestivo lo riscontra nel notturno ....le minuscole luci del cubo.....come stelle liberano le strutture dal loro volume riducendole a semplici schermi a semplici fondali.......secondo me l'intervento di Botta è il risultato di un'attenta lettura sia storica che artistica del monumento....non porta novità ma riesce a rendere attuali e al passo con i tempi le stutture architettoniche facendo dialogare il nuovo con l'antico.

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Commento 864 di Beniamino Rocca del 23/01/2005


E' bravo, questa volta, Stefano Boeri che a proposito della critiche di Mario Botta ai futuri grattacieli della Fiera stronca il superprofessionista svizzero così sulle pagine del Corriere della Sera di domenica 23 gennaio "... così come si può dare il colpo di grazia all'architettura di un antico e celeberrimo Teatro d'opera mentre ci si appella alla storia e al suo "contesto". All'architettura non servono anatemi generici, ma esperienze coraggiose e critiche puntuali".
Naturalmente c'è chi continuerà a guardare al cubo ed all'ellisse di Botta scambiandoli per " ali di gabbiano ", ma a qualche giovane architetto l'intervento di Boeri farà sorgere qualche dubbio sull'architetto svizzero e sulla sua orecchiabile e sempre simmetrica architettura.
Il Piermarini, Milano ed i milanesi non meritavano quel " colpo di grazia", perchè di questo si è trattato .
Complice , al solito , la Soprintendenza ai Monumenti, la legge Merloni ed i suoi "Appalti Integrati" . Ma quello di modificare questa sciagurata legge voluta dai dipendenti pubblici ( eh sì, è proprio " il Responsabile di Procedimento" il novello "Principe" che la legge Merloni incorona), che è il vero problema per fare buona architettura, oggi, non interessa nessun critico d'architettura, Domus in testa, purtroppo.

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Commento 1082 di Vulmaro Zoffi del 09/02/2006


Parliamoci chiaro e senza giri di parole fra memorie piermariniane torri sceniche e cavilli tecnici.
Quando nel mondo si cita il Teatro alla Scala si parla del suo Coro, della sua Orchestra e di Opera e Balletto.
Sono gli artisti il suo prestigio mondiale. Sono loro la Scala. La sua vera immagine internazionale. E penso al Corpo di Ballo: alla fatica delle ballerine, allo studio, al sudore e al sacrificio; alla sacralità di chi per l'arte sopporta quotidianamente il dolore, sorridendo, in punta di piedi. Si crede che un teatro sia il tempio della Musica e si crede che un grande teatro sia costruito per celebrare gli artisti che danno voce e forma alla Musica...
"Camerini piccoli, ballerini della Scala in sciopero. Dieci rappresentazioni cancellate. Il corpo di ballo della Scala incrocia gambe e braccia e fa saltare tutte le recite dell'Histoire di Manon in programma al Piermarini dal 10 ottobre in avanti. Problemi di spazi, di camerini e di spogliatoi. Troppo piccoli per ospitare gli 80 ballerini della Scala.[...]" (Corriere della Sera, Vivimilano, 29 settembre 2005). Sciopero fortunatamente revocato dopo qualche rassicurazione dell'incolpevole sovrintendente che ha promesso di adoperarsi alla soluzione dei problemi.
Sylvie Guillem (alla Scala ad ottobre 2005, ieri all'Arcimboldi), eletta étoile dell'Opéra di Parigi a soli 19 anni da Nureyev, ha rilasciato in questi giorni un'intervista: "[...]Che cosa pensa della nuova Scala? «Che per gli artisti è terribile. Si capisce subito che chi l'ha pensata non conosce il nostro lavoro. Ci sono solo due sale prove. Al piano del palcoscenico mancano i camerini perché sono stati adibiti a uffici. E' ridicolo. A Londra gli architetti vengono invitati a convivere con gli artisti per mesi».[...]" (Corriere della Sera, Vivimilano, 8 febbraio 2006).
Durante i febbrili lavori ai tempi dell'inaugurazione, in mezzo alle crescenti polemiche tecniche, gestionali, economico-finanziarie, qualcuno disse: ''bisogna accendere i riflettori e pensare che la Scala non è solo dei milanesi o degli italiani, ma anche di tutti quelli che vi si recano da tutto il mondo''.
Già. Si pensava a tutto e a "tutti". Ma non a Loro.
Ogni giorno, lontani dai riflettori, ottanta ragazzi - gli stessi che sorridono sul palco (quello almeno funziona) - sono costretti a faticare e lavorare in spazi ridotti, camerini angusti e disturbati dal suono dei confinanti ottoni. Reclusi da qui all'eternità del botticino, così maledettamente resistente all'usura.
Non ci resta che sperare, fra qualche altro mese e qualche altra opera interna, che qualcuno riesca almeno a raffazzonare altro spazio in più per Loro. Che qualcuno ponga definitivamente rimedio all'inadeguatezza delle soluzioni architettoniche; problemi che "non sono obiettivamente di pronta soluzione" (Lissner). Sì, perché anche gli orchestrali - in particolare una parte dei già citati ottoni -, hanno lamentato le stesse carenze logistiche.
Questo è - parliamoci chiaro - il disonorevole tributo di riconoscenza di certa "architettura" all'Arte.

Tutti i commenti di Vulmaro Zoffi

 

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