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Ci sono 5 commenti relativi a questo articolo

Commento 383 di Mara Dolce del 23/07/2003


Mi unisco all'augurio di buone vacanze a M.Biló e M.Casati.
www.newitalianblood.com
MASTERS=BIDONI ²

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Commento 384 di Mauro Amaro del 24/07/2003


Mi piacerebbe sapere quale é la ricetta per risolvere i problemi. E' la polemica? E' la denuncia? Io non credo. A mio avviso sono i contenuti di valore gli unici a poter fare la differenza e smuovere le (co)scienze.
Qui su Antithesi, ma anche in altri luoghi, contenuti di valore se ne pubblicano, ma indubbiamente non bastamo e molte energie vengono profuse per denunciare master troppo virtuali, curriculum che non piacciono, organizzazioni troppo poco impegnate alla condivisione pubblica del sapere. Mi chiedo però quanto possa reggere questa metodica, e quanto questa possa stancare nella ricerca di indirizzi di valore. Un invito pertanto, da parte di un lettore interessato alle problematiche del sistema, é quello di portare avanti "progetti" che promuovano un sano scambio culurale tra diverse discipline, quello di un impegno maggiore verso la pubblicazione di contenuti di valore, quello della ricerca di un dialogo e non della creazione di barricate. I contenuti di valore come i lavori di bravi progettisti poco conosciuti, i lavori svolti nelle università, promozione di letture, ecc costituirebbero un esempio "silenzioso" ma altamente formativo. Si aspira a questo spero?
Non si é contenti di quello che altre istituzioni dovrebbero fare? Che importa? E' vero, forse alla fine qualcosina cambia ma alla critica preferisco vedere persone che lavorano nel creare qualcosa che tenti di opporsi a questo sistema. In altre parole, trovo troppo facile criticare e non lavorare a progetti alternativi.

Cordialmente
M.

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24/7/2003 - la Redazione di antiTHeSi risponde a Mauro Amaro

Noi abbiamo scelto di impegnarci nel modo in cui antiTHeSi è strutturata.
Non credo sia di poco conto mettere in evidenza argomenti d'interesse generale, soprattutto se si è pronti ad accettarne le conseguenze che, mi creda, non sono certo bonarie.
Proporre il come uscire dalle situazioni che critichiamo? Giusto, ma iniziamo a farlo proprio nel momento in cui poniamo le questioni.
Comunque grazie per le critiche, che accettiamo quale stimolo a fere di più e meglio.

 

Commento 385 di Gianpaolo Vadalà del 25/07/2003


Per quanto riguarda le buone vacanze agli amministratori di Modena, c'è anche di peggio, per lo strombazzato megaconcorso (il risultato è uscito in questo mese di Luglio) per l'area dell'ex mercato bestiamo vicino alla stazione ferroviaria ha vinto l'Arch. Gianni Bragheri, colui che nei lontani anni 70' -80' collaborò con Aldo Rossi per il cimitero di Modena, e secondo voi quel'è il riferimento progettuale che l'esimio (preside della facoltà di architettura di Cesena, nonche consulente di varie amministrazioni locali etc. etc. etc) usa e ricicla da anni in Emilia? Sempre il cimitero di Modena, peccato che stavolta al posto dei loculi ci sono degli appartamenti con persone che vivono, se non ci credete guardate su europaconcorsi il risultato del concorso con le relative immagini, speriamo che il numero di suicidi per gli abitanti di questo quartiere non salga in maniera vertiginosa dopo la sua costruzione(forse l'architetto aveva in mente un sistema poco dispendioso per tumulare gli abitanti, mah, chi sà? una nuova tipologia casa-tomba.)
Ringrazio gli amministratori per la continuità e la propensione all'innovazione di questo illuminato comune (e non gli puoi dire neanche niente perchè hanno fatto il concorso)

Ciao e buone Vacanze anche da me.

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Commento 387 di emanuele piccardo del 02/08/2003


Purtroppo sono molte le riviste che scrivono senza aver visto le architetture mi domando che senso ha. Noi su Archphoto piuttosto che scrivere di architetture non viste, richiediamo ai progettisti le relazioni dei progetti o li intervistiamo anche via email. Credo sia molto meglio come metodologia piuttosto che inventarsi le parole per descrivere un edificio. Il vero critico dovrebbe uscire dal suo ambito e andare a scoprire gli architetti emergenti, noi nel nostro piccolo, non per essere presuntuosi, ma siamo curiosi di trovare dei bravi architetti. Recentemente mi è capitato di andare a Ivrea dove ho conosciuto un gruppo che si chiama ff.wd architettura, sconosciuti ai più, ma che producono lavori interessanti. Allora mi domando perchè sia così diffcile trovare nuovi architetti sulle riviste come l'Arca o Casabella. In merito all'augurio di buone vacanze condivido buona parte di quello che hai scritto e anche la scelta del film...mi auguro prima o poi di conoscerti e di poter collaborare insieme magari su temi a cui siamo interessati entrambi.
buone vacanze
emanuele piccardo

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Commento 404 di Mariopaolo Fadda del 05/09/2003


Diamine! A Modena hanno revocato l’incarico a Gehry? E io che, povero ingenuo, il 15 gennaio del 2000 inviai una lettera di complimenti (che riporto quasi integralmente) al Sindaco (non so se lo sia ancora) Giuliano Barbolini! Krier al posto di Gehry: quando si dice avere saldezza di ideali...

Egr.
Giuliano Barbolini
Sindaco di Modena

Ho letto il dibattito su “la Repubblica” dell’11/1/00 sul cosiddetto “caso Modena“, intitolato “Citta’ storiche. Se il nuovo sfida l’antico”.
Devo innanzittutto complimentarmi con Lei:
1) per il coraggioso ed intraprendente approccio al problema;
2) per la felicissima scelta di Frank O. Gehry;
3) per la difesa di quella scelta di fronte alla cecita’ della Soprintendenza ed ai patetici distinguo dei sempre piu’ (auto)emarginati architetti italiani.
Premesso che non ho ancora visto la proposta dell’architetto americano e quindi sulla stessa non mi esprimero’, anche se trattandosi di Gehry non dovrebbero esserci troppi dubbi, vorrei confortarla con alcune brevi considerazioni generali, tratte in larga parte da saggi pubblicati o in via di pubblicazione sulla rivista L’architettura – cronache e storia, a sostegno della sua scelta.

1) L’approccio al problema.
E’ dai tempi della bocciatura del Memorial Masieri di Frank Ll. Wright (un’altro americano!) a Venezia, nel 1954, che la cultura architettonica italiana rifiuta di sciogliere il nodo dell’incontro-scontro antico-moderno. E’ a Venezia che trionfa quell'atteggiamento, che diventera' tipico, di chi e' disposto a tapparsi gli occhi di fronte a qualsiasi oscenita' in "stile", "ambientata", in "tono" pur di impedire all'odiata architettura moderna di intervenire nei centri storici. Le conseguenze di questo atteggiamento dogmatico, retrogrado, antimoderno saranno terrificanti. Decine e decine di centri storici saranno sfregiati, non da architetture moderne, ma da brutture in tutti gli stili con il complice silenzio di quegli imbalsamatori che sbraitarono cosi tanto contro Wright.
Pur di impedire al piu’ grande architetto del secolo di intervenire a Venezia, i piu’ inconfessati interessi si coalizzarono: studiosi, mestieranti, esperti, politicanti di ogni genere discettarono per settimane sui sacri principi dell’intangibilita’ dei centri storici. Quei sacri principi sistematicamente e ripetutamente violati, con il complice silenzio degli oltranzisti, proprio sul Canal Grande con quella serie di falsi in “stile locale” puntigliosamente elencati da Roberto Pane che, insieme a Bruno Zevi e Sergio Bettini, fu il piu’ strenuo difensore del progetto di Wright.
Il piu’ agguerrito avversario si dimostrera’ un protoambientalista, Antonio Cederna che, preso da impeto catastrofico, assicurava: “ ... attraverso il varco illustre aperto da Wright, mille mestieranti ... trasformeranno l’Italia a immagine e somiglianza dell’ E.42 ... “. A Wright fu impedito di realizzare la sua opera, i mille mestieranti, per nulla spaventati dal conservatorismo parolaio di Cederna, continuarono ad imperversare e proprio Marcello Piacentini, l’artefice dell’ E.42, potra’ di li a poco, nel 1956, nella piu’ assoluta tranquillita’ sfregiare il centro storico di Ferrara con il suo orrendo palazzo della Ragione.
Venezia rinuncio’, purtroppo, ad evere un’opera del grande architetto americano, nella platonica speranza che questo rifiuto avrebbe contribuito alla battaglia per la salvaguardia dei nostri centri storici.
Il peggio pero’ doveva ancora venire. Mentre in altri paesi, in seguito all'inversione di tendenza dagli insediamenti abitativi periferici al recupero residenziale del centro citta', si parla di rinnovo urbano intendendolo creativamente come riciclaggio, in Italia ci si sclerotizza sull'aspetto recupero, inteso preminentemente in senso tecnico, politico e socio-economico.
Questo fenomeno non e', come potrebbe pensare qualcuno, l'evoluzione ultima di quella cultura del restauro in cui l'Italia, giustamente, emerge; e' una rivolta ideologica di stampo oscurantista che attacca direttamente la cultura del restauro tentandone lo svilimento, ma che, sotto sotto, ha ben altre mire: far fuori l'architettura moderna a cui si addebitano, con agghiacciante irresponsabilita', tutti i piu' turpi misfatti a danno degli ambiti storici.
Il piano di recupero del centro storico di Bologna e’ il la’ che da il via libera ad una pretesa grande novita’: la conservazione integrale, uno dei tanti feticci che la sinistra marxista, appoggiata spesso da un'altra chiesa, quella cattolica, crea per il proprio irresistibile desiderio di dilettarsi in erudite, ermetiche e logorroiche disquisizioni ideologiche; e' una delle tante polpette evvelenate date in pasto alle sprovvedute masse affamate di "certezze". Gli intellettuali si fanno venire gli orgasmi fantasticando l'accensione dello "scontro di classe” e non si creano problemi a sostenere quell'atteggiamento tipico delle classi dominanti che denunciava Pasolini, e che consiste nel trasferire la propria ideologia alle classi subalterne, di spirito conservatore e ritardatario, facendo si che la nuova ideologia si fondi sui valori della tradizione.
La conservazione integrale finira’ per partorire il famigerato ripristino tipologico, vero e propio lasciapassare verso l’abbruttimento intellettuale. Gli oppositori a questa antistorica, pseudo-scientifica e grottesca metodologia saranno ben pochi e quei pochi saranno addittati, con il ben nutrito repertorio stalinista, al pubblico ludibrio.
Dalla folcloristica e ben propagandata e esperienza di Bologna dei primi anni settanta il metodo del ripristino tipologico si è purtroppo diffuso e radicato in quella sterminata periferia del pensiero architettonico dove i "protettori delle nostre tradizioni" favoriscono il sottosviluppo mentale elaborando, a scadenza giornaliera, piani di recupero dei centri storici indegni anche dei più disgraziati paesi del terzo mondo.
Questa la metologia seguita nel 99% dei nostri ambiti storici, i risultati? Sono sotto gli occhi di tutti. Una valanga di falsi in stile, di ricostruzioni ambientate, di edulcorate scenografie da paese dei balocchi da far invidia a Dineyland. E c’e’ ancora qualcuno, A.D. 2000, che ha il coraggio di imputare all’architettura moderna questo disastroso bilancio!

2) La scelta di Gehry.
Negli anni settanta, in Italia, il livello architettonico precipita tanto che pare avverarsi quello che, nel 1959, sembrava un sinistro presagio paventato da Reyner Banham: "The Italian retreat from modern architecture". Abbiamo infatti da un lato gli orribili risultati della cosiddetta salvaguardia dei valori tradizionali, dall'altra coloro i quali, rimestando nel piu’ squallido repertorio classicista, si dilettano nello sperperare il patrimonio storico del movimento moderno. Nel mezzo coloro i quali, pur non negando la salvaguardia dell'antico e la crisi d'identita' della disciplina, si pongono come obiettivo di impedire il ritiro dell'Italia dall'architettura moderna e propugnano quindi:
1) il superamento della cultura della conservazione, in particolare e della cultura tradizionale tout-court, facendo convergere architettura d'avanguardia e architettura popolare;
2) il radicamento, a tutti i livelli, del moderno;
3) l'apporto dell'arte programmata in campo urbanistico, della pop-art nel campo del e della land art nella paesaggistica.
Nell'immediato dopoguerra prevalgono, in campo artistico, le poetiche del gesto e dell'informale, quale estrema risposta alla barbarie dei totalitarismi; le opere di Rauschenberg, Hartung, Fautrier, sembra che suonino la campana a morto per l'architettura. Come poteva, infatti, una disciplina eminentemente progettuale abbracciare queste poetiche che facevano del rifiuto della progettualita' il loro punto di forza?
Ma negli anni sessanta altre correnti artistiche, soprattutto l'arte programmata e la pop-art, si resero conto che ad una societa' tecnicamente specializzata, quale si stava costituendo in quegli anni, che si avviava ad essere governata dai grandi gruppi industriali e dai mass-media era inutile opporre puramente e genericamente il "rifiuto". Questa societa' opulenta aveva sostituito alla politica del risparmio e della produzione la politica dello spreco e del consumo? Gli artisti dell'arte programmata e della pop-art rispondono assumendo, da punti di vista opposti, un'atteggiamento impegnato: l'una tentando di influire sulla produzione, l'altra accettando, al livello soggettivo del consumo, il confronto con l'ambiente: l'oggetto di consumo viene elevato a dignita' artistica.
Zevi, sempre attento a tutto quello si svolge intorno alla disciplina, recepisce subito la portata di queste ricerche e lancia il sasso nella stagnante situazione architettonica italiana: "Arte programmata o pop-art? Quale delle due tendenze e' piu' attuale per gli architetti? Il quesito non si pone: si tratta di due aspetti dello stesso problema... l'arte programmata e' il piano regolatore... e la pop-art e' il ...".
Ma buona parte degli architetti italiani e' impegnata a "superare le avanguardie", a celebrare il funerale dell'architettura moderna, a ricercare un legame con le lotte operaie e studentesche fino a scivolare nella rinuncia all'azione concreta per ifugiarsi in soluzioni progettuali-immaginative. Questo tipo di creativita' svincolata dalla disciplina fornira' l'humus necessario all'evasione storicista del post-modern.
Ben diverso l'atteggiamento del mondo anglosassone, americano in particolare, l'osmosi tra arti visive e architettura e' continuo, fecondo, ricco di fermenti e cosi accanto alla pop-art degli Warhol, degli Oldenburg, dei Lichtestein, al minimalismo dei Judd, dei Morris, dei Le Witt si sviluppa la ricerca manierista di architetti quali Robert Venturi, Charles Moore, Richard Meier, Peter Eisenman, John Johansen ch

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