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Commento 421 di Fausto Capitano del 08/10/2003


Cosa s'insegna resta un mistero; come si insegna è nella memoria di noi tutti. Lo sforzo indifferenziato pare sia sempre stato quello di far crescere negli Allievi la coscienza di ciò che si fa, in funzione di ciò per cui lo si sta facendo.
Una tendenza altrettanto indifferenziatamente infiltrata nei Corsi, pare sia sempre stata quella di iniziare gli Allievi alla "citazione architettonica". Tendenza stracolma di buoni propositi che nel terreno lussureggiante e amorfo della mente dello Studente si traduce da sempre in "ora scopiazzo ciò che piace al Prof. e cambio un po' qua un po' là, leggo un po' 'sto critico un po' l'altro e faccio vedere che ho studiato".
Da mezzo secolo esiste, dunque, un bivio. Raccogliere dati, alla ricerca di un prodotto architettonico da plagiare per non adoperarsi a trovare soluzioni con metodo e fatica, è una direzione; raccogliere dati per comprendere quali sono stati i risultati procedurali di chi si è impegnato in problemi simili a quello in oggetto di studio, farne una cernita critica, riflettere sui loro connotati positivi e su quelli negativi ai fini del perseguimento del proprio target progettuale, far tesoro degli errori e/o delle conquiste degli altri per ottimizzare le proprie scelte e rendere più efficaci i propri atti creativi, è tutt'altra direzione.
E' inutile sprecare tempo a dire quale delle due è quella giusta (oggettivamente giusta). E' inutile, anche, puntualizzare quale sia, da sempre, la direzione privilegiata lungo la quale s'incanala lo studente medio (con l'avallo sconsolato dello "spallato" Prof. medio). Ma non è superfluo evidenziare la potenzialità sottosfruttata (e fraudolentemente celata) della seconda strada, nei confronti della consuetudine (cognitivamente lenta e metodologicamente stagnante) diffusa nei luoghi di eccellenza specializzati nella trasmissione del sapere, di offrire ad allievi confusi e distratti un "tranquillo pacchetto" (delimitato e statico) di opere magistrali e di esemplari maestri (conoscenze selezionate non sempre con parametri oggettivi di qualità e sostanza), icone di un rifugio dall'incapacità apparente di aver nuove buone idee, ripari contro il fluire (marchiato come caotico e pericoloso) di una conoscenza che oggi è dinamica come mai prima.
Gli allievi, incitati indirettamente a trovare nuove idee per primeggiare non si sa bene in che cosa e perché (come se fosse a loro deputata la missione impossibile di inventare tutto daccapo ogni giorno), non riuscendovi, accettano con rassegnazione il pacchetto accademico di pronto soccorso contro il fallimento e, percependo come troppo alto il gradino sul quale è piazzato, si limitano a guardarlo da lontano e a copiarne le fattezze nei loro prodotti creativi.
Ora, chi legge può anche scegliere di coprire queste poche righe con frasi fatte e confutazioni elaborate, ma resta la realtà di un andazzo che si delinea proprio in tal modo; resta la realtà circoscritta di "allegre truppe con condottiero unico" che fanno la loro brava parata di fine anno in un salottino di cara buona "Accademia in erba" impreziosita da genitori orgogliosi e spettatori non paganti che s'inventano cronisti di una normale seduta di esami (roba da matti!). Sorvolando sull'argomento ritorniamo, per un momento, sulla potenzialità perduta, insabbiata e minimalizzata nella seconda direzione del bivio: nell'eden dei buoni propositi, i dati raccolti (tra i quali compariranno certamente grandi opere di grandi maestri) si analizzano "portandoli a terra", toccandoli con mente aperta e non suggestionabile, scoprendo i particolari delle scelte progettuali in relazione agli obiettivi oggettivi che dovevano, in quella circostanza, essere raggiunti. Si scindono i valori estetici da quelli tecnici, gli inputs filosofici da quelli pratici. Si scoprono i difetti, si appuntano le buone soluzioni; si mettono da parte i prodotti fuori dal tempo e dai bisogni, mentre si studiano quelli che sembrano offrire spunti a vantaggio della contingenza progettuale.
Non esistono maestri esemplari, non esistono opere magistrali; ci sono solo buone idee e cattive idee che hanno preceduto le nostre, venute in mente ad individui creativi che si sono sempre mossi con metodo anche quando hanno voluto far credere di essere stati travolti da non comune energia artistica scesa come manna dal cielo sulle loro teste da eletti.
Nell'eden dei buoni propositi (o delle allucinazioni) esiste tutto ciò; nella realtà, a causa di Insegnamenti affogati in 60 giorni operativi, a causa di ritmi didattici frenetici, a causa di Professoroni che impongono e non propongono, a causa delle mode, ecc., nella realtà (dicevo) gli allievi copiano, giocano solo superficialmente con i prodotti magistrali, plagiano alla meno peggio, fanno l'esame e vanno avanti (o indietro!) nella loro ascesa ad una professione per la quale non trovo, in questo momento, attributi pregnanti da scrivere qui di seguito.
Per farla semplice semplice, nell'Università media, durante le ore dell'Insegnamento medio, il Professore medio non trasmette allo Studente medio le sostanze giuste per perseguire sempre nuovi ideali estetici partendo dai valori etici dell'atto creativo (il bello è la conseguenza del giusto). Non c'è il giusto insegnare e non c'è la bella architettura. Punto e daccapo.

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Commento 464 di Antonino Saggio del 03/11/2003


Ringrazio dell'attenzione (cosi raramente esercitata per la didattica universitaria) e delle osservazioni di E. Botta. Il programma del Corso di cui ci si discute nell'articolo è accessibile da questo link.
ProgrammaCaad2003.HTML

Mi si chiede di chiudere la forbice invece di aprirla vieppiù. Osservazione plausibile, che non mi sente affatto lontano
...coffeebreak/.../index.htm
Un forte saluto ai lettori e ai redattori degli scritti

Prof. Antonino Saggio

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