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Ci sono 7 commenti relativi a questo articolo

Commento 727 di Luigi Prestinenza Puglisi del 26/04/2004


Una (fanta)ipotesi di lavoro
Caro Paolo, non parlerei di mafia ma sicuramente di omertà: la prima fa pensare a un sistema cosciente e strutturato del potere , il secondo a un colpevole silenzio di fronte a fatti e misfatti che, pur essendo gravi, non seguono un preciso disegno e rispondono piuttosto a logiche personali di convenienza, a lobby articolate in forma debole, a volontà di carriera, di ottenimento di incarichi o nei casi migliori di acquiescenza in base al principio italico -e non solo- del vivi e lascia vivere.
Vorrei adesso lanciare una proposta provocatoria e credo per certi aspetti non facilmente realizzabile, alla quale mi ha fatto pensare il tuo articolo e che segue a una riflessione sul sito di Arcaso. Dapprincipio ho visto di Arcaso gli aspetti negativi: delazione, gossip, anonimato. Successivamente ho pensato che non era da disprezzare l’idea di mettere in evidenza inquietanti coincidenze basate su fatti documentati. Perché avrebbe potuto delineare una geografia occulta, evidenziando una serie di connessioni che sfuggono non solo all’osservatore distratto ma anche agli interpreti più attenti. Connessioni che, però, sono chiarissime a coloro che intendono la cultura strumentalmente. Esplicitare il tessuto delle relazioni: il critico A ottiene l’incarico nell’università il cui preside è B, B fa vincere il concorso ad A, B e A fanno insieme la tal cosa ecc…Ma farlo su scala nazionale e con una mole molto maggiore di informazioni. Infatti, da sola, nessuna relazione vuol dire nulla. Capita spesso di interpretare come scambio di favori fatti esaurientemente spiegabili in chiave esclusivamente culturale. Sarebbe interessante, per esempio, a proposito dei nomi che citi ricostruire una mappa delle relazioni che legano Venezia e il Ticino forse passando per Milano. Così tanto per vedere che succede in campo professionale, editoriale, accademico. Tante altre mappe sarebbero possibili. Alcune tematiche dedicate all’università, dove molto di questo malaffare si annida. L’obiettivo sarebbe insomma una topografia che descrive il modo in cui circola il potere , in senso positivo e negativo. Esplicitarla con un grafico, un ipertesto, una serie di diagrammi, per evidenziare fatti documentati, acclarati, pubblici sarebbe possibile grazie all’informatica. Non sono in grado tecnicamente di riuscire a realizzare un diagramma tanto complesso e di gestirlo elettronicamente. Mi rendo conto che un ipertesto così fatto potrebbe alla fine somigliare sinistramente alla schedatura del Grande Fratello. Ma, certo, ammesso che qualcuno voglia intraprendere questa iniziativa e che gli aspetti negativi relativi alla privacy siano superabili, sarebbe una operazione di grande interesse, che credo ci direbbe tante cose. Forse troppe.

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Commento 726 di Mariopaolo Fadda del 26/04/2004


Per “rimettere in moto la critica senza mezzi termini, quella che può addirittura arrivare, per l’appunto, alla stroncatura”, come dice Ferrara, mi pare interessante dare uno sguardo ad una vicenda, quella dello World Trade Center, dove la critica ha dovuto non solo “mettersi in moto” ma rivedere il suo ruolo e la sua strumentazione in quell’autentico bombardamento di informazioni che ha disorientato non pochi addetti ai lavori. Un bombardamento di quotidiane discussioni che hanno impegnato per mesi semplici cittadini, cattedratici, uomini politici, gruppi culturali, testate giornalistiche, reti televisive. Un tribolato e combattuto processo con “una partecipazione pubblica in pianificazione urbana senza precedenti” (New York Times) che “ha cambiato l’architettura” (Libeskind). Le valutazioni staccate nel tempo, le analisi storiche retrospettive, i giudizi interlocutori sono stati aggiornati alla luce degli avvenimenti in “tempo reale”.
Le oltre 4,500 persone che affollano il Jacob K. Javits Covention Center non solo partecipano ad un processo democratico, ma si immergono nell’analisi delle iniziali 6 ridicole proposte e ne decretano l’affossamento. “D’ora in poi, l’architettura non sarà mai più la stessa. Non ci sarà più un edificio senza che la gente discuta su cosa sta succedendo e come apparirà”, dice Libeskind. I critici, per non essere tagliati fuori, devono scendere nell’arena, prendere posizione e combattere per difenderle. Un tempo si sarebbe chiamata critica militante oggi potremmo chiamarla critica orizzontale, prendendo a prestito da Saskia Sassen la definizione di orizzontalità “... i networks economici, culturali e politici si sono resi conto quanto fosse cruciale operare orizzontalmente invece che gerarchicamente” e cioè secondo una rete di rapporti meno verticistici e più democratici. Quell’orizzontalità che porta l’autrice, una sociologa, a lodare non solo gli approcci degli United Architects e di Libeskind, i primi per la loro città verticale perchè “usano la verticalità... ma reinventandola”, il secondo per la soluzione del memorial, ma di tutti i concorrenti per la complessità ed il mix di spazi. “É impossibile che nessuno di questi progetti non venga costruito.”
La critica orizzontale non attiene solo all’oggetto finito ma interviene nel processo e lo condiziona nei termini del principio democratico di “conoscere per deliberare.”
La critica verticale è quella che ci impone di aspettare e ascoltare in riverente silenzio l’editoriale dei direttori delle Casabelle, dei Domus, il libro settimanale di Dal Co, le commemorazioni di Portoghesi, le farneticazioni dell’accademico di turno. Quella critica cioè arroccata nelle redazioni delle riviste patinate, nelle pseudo-torri d’avorio, nelle esclusive cittadelle delle élites intellettuali. Mentre la critica orizzontale scende nell’arena e si confronta direttamente con il pubblico, affidandosi alla stampa quotidiana, ai forum con i protagonisti, alle discussioni pubbliche, alle interviste, alle mostre praticamente in diretta per soddifare la “tempestività” richiesta dalla società contemporanea.
La critica orizzontale si fa carico di aiutare il pubblico a districarsi nella giungla di informazioni che i media gli rovesciano addosso. La critica verticale difende a denti stretti una concezione esclusivistica della cultura che la partecipazione del pubblico mette in crisi sollevando il velo di mistero sui rituali che si svolgono nelle sale riunioni degli studi e degli uffici. E in questo contesto acquistano grande importanza anche gli aspetti giornalistici e, se vogliamo, mondani nella valutazione estetico-formale. I giornali quotidiani hanno compreso da tempo l’importanza del fenomeno e non a caso i maggiori di essi hanno un critico di architettura che scrive regolarmente articoli di architettura.
Sin dalle prime 6 proposte Herbert Muschamp critico di architettura del New York Times, si fa carico di “stroncare” la credibilità dei progetti gestiti nel chiuso degli uffici della LMDC. Spara a zero sui consulenti, lo studio Beyer Blinder Bell e Peterson Littenberg giudicando i primi incapaci di produrre architettura moderna di qualità, e riporta il soprannome con cui sono conosciuti nell’ambiente professionale: Blah, Blah e Blah; ed i secondi di essere architettonicamente “reazionari”, seguaci di Leon Krier e Prince Charles. Accusa Gravin, il coordinatore per il settore urbanistico-architettonico, di separare artificiosamente l’aspetto urbanistico da quello architettonico per marginalizzare il ruolo di quest’ultimo. Le valutazioni dei critici trovano conferma nell’atteggiamento del pubblico e il tentativo di ricostruire lo World Trade Center con il sistema del “culo & camicia” deraglia miseramente.
Subito dopo la dèbacle pubblica delle prime proposte viene organizzato il concorso internazionale che si conclude con la selezione di 9 proposte sulle quali i giudizi sono variegati quanto le proposte stesse: per Nicolai Ouroussoff critico di architettura del Los Angeles Times il progetto migliore è quello degli United Architects, per quello del New York Times, Herbert Muschamp e del The New Yorker, Paul Goldberger quello di THINK (World Cultural Center), per James Russel di Architectural Record e Witold Rybcznsky, professore di urbanistica all’università della Pennsylvania è quello di Foster, Bill Bruder preferisce il progetto di Libeskind, Bernard Tschumi è per il progetto del team di Meier. Ivy direttore di Architectural Record non esprime preferenze ma solleva molti interrogativi.
Ma oltre alle preferenze scattano le “stroncature”. A parte quella quasi unanime della coppia Peterson/Littenberg il cui progetto “ci ricorda quanto offensiva possa sembrare la mancanza di immaginazione in un contesto così carico di significati emozionali” “stronca” Ouroussoff, quella più eclatante è opera di Muchamp che stravedendo per il progetto di Think (incarnerebbe il tema della metamorfosi) non può che picchiare duro sul progetto concorrente di Libeskind definendolo “striminzito e demagogico” e tacciando l’idea della “bathtub” di insipidezza, “Ma perchè, dopo tutto, una larga parte di Manhattan deve essere dedicata permanentemente ad una rappresentazione artistica dell’assalto nemico?”
Gli risponde dalle stesse pagine del New York Times Marvin Trachtenberg, professore di storia dell’arte alla New York University “Gli altri progetti, incluso quello di Think, potrebbero essere catapultati virtualmente in ogni grande città con modesti, o nessun cambiamento... Per contrasto il design di Libeskind è profondamente radicato nel sito, letteralmente tirato su dal sostrato roccioso di Manhattan... É inconcepibile in qualsiasi altro sito.”
“Il progetto di Libeskind per Lower Manhattan è un miracolo di creatività, intelligenza, capacità e pensiero architettonico d’avanguardia; guarda al futuro dell’architettura, così come quello di Think rimane nel passato.”
Architectural Record, organizza in tutta fretta un forum a cui partecipano anche alcuni dei progettisti. E dal forum escono giudizi più globali ma ben poco “omertosi”.
“Non c’è dubbio che questo [il concorso] ha alzato la posta del dialogo architettonico in città... É il programma che è stupido” dice senza mezzi termini, Paul Goldberger, critico di architettura di The New Yorker.
Bernard Tschumi, che è preside della Graduate School of Architecture, Planning and Preservation della Columbia University, ritiene gli schemi di grande qualità anche se “il problema ora è in che modo questi schemi possono essere convertiti, trasposti e tradotti in una precisa soluzione.”
“Rigetto l’idea che uno qualunque di essi [schemi] si irrealizzabile. Sono assolutamente fattibili.” Afferma perentorio Richard Kahan, presidente di Urban Assembly and Take the Field, che subito dopo aggiunge “Ci sono due impedimenti minori: non c’è programma e non c’è cliente.”
James S. Russell dalle pagine di Architectural Record raccomanda di mettere insieme i tre migliori gruppi e fargli rielaborare le proposte in base al giudizio del pubblico. Pubblico che dimostra di avere comunque le idee più disparate. Questi alcuni commenti pubblicati dal NYTimes del 6 febbraio 2003.
Un lettore di Brooklyn “I due progetti sono tra le più audaci, innovative e splendide architetture che il mondo abbia mai visto. Entrambi si contraddistinguono per la profondità del loro riconoscimento dell’immensa tragedia che ha avuto luogo nel sito.”
Uno del Kansas scrive, “Il modernismo ha prodotto occasionali capolavori (tipo il Seagram Building), ma non ha mai prodotto una comunità urbana umana. Ancora, al pubblico è stato detto che il modernismo è il solo appropriato linguaggio architettonico per il sito del World Trade Center, invece di un linguaggio con una tradizione di 2,500 anni di esperienza nel creare comunità urbane umane. Non sa la gente che c’è un revival tradizionalista in corso?”
Un’altro di Filadelfia “La scelta tra il team Think e quello di Daniel Libeskind non è per niente una scelta. Libeskind ha creato un memorial di vedute ristrette; Think ha realizzativo veramente una nuova visione architettonica, con idee per il futuro.”
Un lettore di Washington “I due progetti finalisti per il World Trade Center condividono lo stesso fondamentale difetto: essi imprimono la tragedia dell’11 settembre nello skyline della città... scheletrici monumenti che evocano dolore e terrore. I nuovi edifici a ground zero dovrebbero essere solide torri per uffici che si innalzano più alte delle originali, per annunciare al mondo che New York City non è stata sottomessa.”
Uno della California scrive “Il miglior progetto sarebbe quello di mettere le torri esattamente dove erano. Questo mostrerebbe al mondo e specialmente ad altri terroristi che come la fenice, le torri – il simbolo dello sprezzo della potente nazione – sono di nuovo orgogliosamente su.”
Ciò che esce comunque ridimensionata da questa v

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Commento 728 di Mara Dolce del 27/04/2004


Impeccabile l’intervento di Paolo Ferrara “stroncare la lobby del culo
e camicia”. Impeccabile perchè tiene conto di tutti gli aspetti che implicano le lobby professionali, perchè solleva dei giusti interrogativi sull’eventuale capacità dei critici di essere in possesso di quel coraggio e capacità critica che permette di “stroncare”; fino all’invito a Prestinenza -che ha audacemente (e incoscientemente) istituito una specie di rubrica anti-buonista in favore della stroncatura -a partire, per esercitare la stessa, dai suoi amici “critici”.
Il mio bravo a Paolo Ferrara va soprattutto perchè con il suo scritto
mette in evidenza due cose:
1) per un critico è più facile promuovere piuttosto che mettere in evidenza le debolezze di un’opera. Con la prima ci si guadagnano amici, con la seconda si rischia di scoprirsi: impreparati, incapaci, inconsistenti. Negli ultimi 6 anni, mascherata da “critica costruttiva” ci siamo dovuti sorbire lo sproloquio di qualsiasi leccaculo che ha pensato bene di farsi un po`di amici e di far girare il suo nome fatto precedere arbitrariamente dalla parola “critico”, facendo una inconsistente “promozione” della nuova architettura.
2) Prestinenza è stato uno di questi critici “buonisti” che ha proposto e appoggiato la qualsiasi cosa e che ora, con il suo consueto salto triplo da político trasformista, ci si propone in veste di anti-buonista invocando la “stroncatura”. Evidentemente si sente pronto per la critica seria, quella che non ha come obbiettivo principe il consenso. Con la “promozione” che ha esercitato negli ultimi anni si è fatto un discreto gruppetto di amici che lo segue, si sente forte abbastanza per non dover dire ancora troppi grazie. E’ cosciente, che inaugurando la stagione della critica anti-buonista, pochi lo seguiranno: ci sarà una scrematura dei sedicenti critici: spariranno i Barzon, le Palumbo, gli Unali e quant’altri si sono inventati critici per una stagione, permettengli un confronto più diretto e stretto con gente di maggior livello, facendo in questo modo un salto di qualità nell’opaco panorama della critica italiana.
Io non posso che applaudire all’iniziativa della stroncatura promossa da Prestinenza, perchè circa due anni fa, proprio sulle pagine di antiTHeSi sollevai il problema della critica buonista e dei sedicenti critici che nulla apportano all’architettura se non a loro stessi. E stroncatura per stroncatura, inviterei Prestinenza a partire non solo dai suoi amici critici - come gli suggerisce Ferrara - ma da se stesso: dal suo pezzo su Moneo, che è debole e che rivela una formazione di storico piuttosto che di architetto, che non centra le vere e tante debolezze dell’architettura di Moneo; che mette dentro tutto per paura di non aver lasciato niente intentato. Una critica dei grandi numeri la definisco io, che gioca sullle statistiche: ficcandoci dentro parecchia roba, almeno una delle tante si approssimerà per difetto o per eccesso alla realtà.

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Commento 729 di Beniamino Rocca del 28/04/2004


Impeccabile davvero l'articolo di Paolo Ferrara sulle lobby del "Culo e Camicia"... e mi spiace di non poter dire altrettanto invece del commento di Mara Dolce a proposito di Prestinenza Puglisi di cui, non a caso, lamentavo proprio su Antithesi -commento 667- eccessiva timidezza critica a proposito del suo intervento su Ravello.
Va dato atto a Prestinenza di essere uno dei pochissimi critici d'architettura già affermati che accetta di mettersi in discussione sul web e proprio adesso, con le sue " stroncature" sembra voler rompere la crosta maleodorante e filo-accademico-ordinistico che trova sempre più spazio sulle riviste di settore e sulla rete.
Non sono certo un critico d'architettura, l'ho già detto nel mio primo intervento su questo sito mesi fa: sono un "architettogeometra" che ama questo mestiere e, malgrado l'età, non rinuncia ad imparare ed a cercare di capire l'architettura.
Ho trovato coraggioso, bello e condivisibile il giudizio critico di Prestinenza su Moneo.
Solo aggiungerei senz'altro l'ampliamento del museo di Stoccolma tra le cose spazialmente più monotone e meno riuscite del maestro spagnolo.
Ciò premesso, suggerirei a Mara Dolce di dare più forza e credibilità alle sue argomentazioni illustrandoci lei le " ...vere e tante debolezze dell'architettura di Moneo".
Non solo io, credo, ma molti altri apprezzerebbero.

Tutti i commenti di Beniamino Rocca

 

Commento 730 di Mara Dolce del 29/04/2004


il commento di Beniamino Rocca la dice lunga su come siamo messi a critica in Italia. Un normalissimo intervento che non sia di promozione viene considerato "coraggioso e bello" . Quanto all'impegno generoso di Prestinenza in rete, Rocca potrà facilmente vedere che spessissimo sono interventi già pubblicati precedentemente su riviste.
Niente di personale contro Prestinenza, per il quale è una passeggiata in questo momento essere "critico affermato" con quello che gira . Ma non ci venga a vendere la storia della stroncatura dopo che lui per anni ha promosso chiunque. Se è arrivato il momento di stroncare che almeno ci spieghi perchè proprio adesso, cosa è cambiato? Un critico serio fa anche questo: spiega le sue improvvise virate, i salti carpiati di pensiero, gli atteggiamenti ribaltati.
Quanto alla mia credibilità invito Rocca al seguente link:
http://www.b-e-t-a.net/~channelb/corrispondenti/027roma/
purtroppo vedrà che tra la critica dell'affermatissimo critico a Moneo, e quella della sconosciutissima osservatrice a Meier, non c'e' poi una gran differenza.

Tutti i commenti di Mara Dolce

 

Commento 732 di Gianluigi d'Angelo del 30/04/2004


cari amici di antithesi, voglio cercare di chiarire il mio punto di vista sulla quiete che secondo me regna nel web che si evince dalle righe che Luigi ha pubblicato sulla sua newsletter e che Paolo Ferrara ha riportato sul suo articolo. Quello che ho scritto sono parte di una mail che ho mandato a Luigi Prestinenza dopo aver letto la sua idea di stroncature. In realtà il testo era più lungo e vi riporto il resto in maniera quasi totalmente integrale :
[...]
La "gente" è abituata ad usufruire di un informazione preconfezionata veloce e poco impegnativa. Tutto ciò che merita un minimo di approfondimento viene scartato. Si rimane in superficie. Si sfogliano le riviste. Al massimo si leggono i testi e si dimenticano dopo 5 minuti e si prendono come bibbia.... "è così.... lo ha detto...X". E' troppo complicato ragionare su delle cose quando al massimo trovi tutto già "ragionato" quando "ti serve". La "gente" non è più abituata a pensare. E' troppo presa dal consumare voracemente l'informazione. Questa prima fase della società dell'informazione sta per terminare, si sta bruciando della sua stessa linfa, stiamo per arrivare alla seconda fase, dopo un analfabetismo di ritorno a livello globale, setacceremo il mare di rifiuti di informazioni passate per analizzarle, una sorta di riscoperta del senso della storia post-contemporaneo. Mentre ora vediamo solo al futuro, piano piano incominceremo a riguardarci prima intorno, e vedendo come stiamo andando avanti, guarderemo di nuovo indietro per capire le ragioni di questo "stare". [...] Cercheremo le nostre radici, piano piano come tutti i grandi equilibri della terra, alla globalizzazione ci sarà di risposta un grande senso della riscoperta delle radici, delle identità, come dici tu, il caratteristico, il peculiare, l'unico, verranno riscoperti. [...] vedrai che le cose cambieranno. Che le persone incominceranno ad avere consapevolezza del proprio singolo ed unico io, cogito ergo sum. penso dunque esisto. oggi: esisto dunque comunico. Verba volant scripta manent. oggi: scripta volant digital manent. Le grandi biblioteche possono anche bruciare ma la copia digitale è riproducibile all'infinito e pur nella sua impalpabilità paradossalmente mai si perderà. Nel bene e nel male [...]"
.

Quelle prime righe riportare da Paolo erano riferite ad un atteggiamento generale della maggior parte delle persone della "gente", che poi ci siano alcune che spargano veleni e attacchino tutto e tutti, rimangono pur sempre quella misera eccezione che conferma la regola. In fondo la rete è sempre un mare piatto e queste non sono che piccole e localizzate burrasche che durano pochi giorni.
Riguardo il culo e camicia ecc.. delle reti referenziali, di relazione, amicizia, sfruttamento, leccaculaggine ecc... che si creano, credo sia un processo normale perchè fa parte del modo di relazionarsi dell'essere umano. Non è la rete di relazioni di favori ecc che bisogna mettere alla forca ma l'uso strumentale che se ne fa. E' normale che alla fine in un contesto culturale come quello dell'architettura oggi in Italia ci si conosce tutti ed è normale che tra queste persone coesistano legami di amicizia e professionali. In fondo l'amicizia è basata sulla stima, correttezza e condivisione di valori ed ideali e questi fattori fanno bene ai rapporti professionali. Fare la critica che fa arcaso è molto pericoloso perchè esamina i fatti ma da questo prima di dedurre che determinate circostanze siano strumentali non è semplice. alcune cose che sono venute fuori da arcaso hanno svelato oscuri meccanismi e nel caso del concorso di Bagno a Ripoli addirittura abbiamo assistito all'annullamento di un premio. Altre volte ci sono stati degli accanimenti verso alcuni studi come per es i 5+1... in fondo nella storia del concorso priamar Guillermo Vasquez Consuegra si è dimesso, per togliere ogni dubbio e questa non è una dimostrazione di scorrettezza ma esattamente il contrario di grande onestà. La rete di relazioni pur essendo rappresentabile con una mappa credo che non servirebbe a molto. può essere simpatica vederla su domus, dove ha una precisa funzione, o sui libricini dei cliostraat, ma una mappa del genere "una topografia che descrive il modo in cui circola il potere , in senso positivo e negativo" come dice Luigi, che implica anche un valore morale e tende a misurarlo risulterebbe come un restyling ipertestuale della classica divisione sulla lavagna che si faceva alle elementari tra buoni e cattivi. A parte lo scarso interesse potenziale (a noi inf ondo ci interessa sapere questi retroscena? Quale utilità avrebbero? non è la rete che definisce la qualità di un rapporto professionale ma è il modo in cui i rapporti tra i singoli sono definiti. Una linea che collega due punti non dice questo, ci dice che sono in relazione ma non ci dice come. e nessuno può dire in modo oggettivo che la persona A si relaziona con la persona B per avere favori o in maniera disinteressata. E' un gioco pericoloso pieno di possibili equivoci. Credo che Luigi capisca le mie perplessità e che seppure la sua idea fosse mossa da un principio costruttivo, di cercare di trovare un senso positivo al lavoro di arcaso comprenda come in realtà tutto questo gioco non valga la candela. Il mio punto di vista è che se ci sono gravi fatti che superano i termini di legge, chi ne è al corrente debba rivolgersi alla magistratura, e che la magistratura autonomamente dovrebbe occuparsi di più dei concorsi degli appalti pubblici con una specifico organo di controllo sostenuto da una legge più trasparente che se in atto già da sè permetterebbe pochi "magheggi". Alcuni punti delle DIRETTIVE PER I CONCORSI D'ARCHITETTURA di Beniamino Rocca pubblicate su arcaso sono un esempio chiarissimo di possibili soluzione:
"I concorsi devono essere palesi" e non anonimi, ha poco senso che siano anonimi quando molti architetti nella loro rappresentazione "firmano" chiaramente i progetti.

"Il dibattito della giuria deve essere pubblico. Il voto dei commissari deve essere palese. Il pubblico non può fare domande"

"I progettisti partecipanti possono leggere pubblicamente la pagina di relazione e rispondere alle eventuale domande di chiarimento dei commissari" meglio sarebbe se in seconda fase i gruppi selezionati presentassero nel modo che ritengono più opportuno il loro progetto rispettando un minimo di elaborati obbligatori, unico vincolo un tempo stabilito di presentazione uguale per ogni partecipante. più del tempo supplementare nel caso i giurati avessero delle domande da fare.

"L'ente banditore ha l'obbligo di aggiudicare il primo premio, di dare progetto esecutivo e direzione dei lavori al vincitore..."

Questa trasparenza basterebbe a stroncare molti "magheggi" e eviterebbe di buttare fango verso situazioni invece che non hanno nessun lato oscuro. Spero che nonostante la legge non imponga queste prescrizioni prima o poi in qualche bando di concorso si vada in questa direzione di trasparenza. Un marchio di garanzia.

Trasparenza. E' questo che serve.
Saluti. Gianluigi

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Commento 731 di beniamino rocca del 30/04/2004


Ho seguito il consiglio di Mara Dolce e ho letto il suo scritto con attenzione e la consueta voglia di imparare.
Non ho trovato granchè però.
Nulla sull'invenzione spaziale e tipologica della chiesa, molto invece su dettagli di design e sui costi di costruzione (che Mara sia , come me, anche geometra e con certa esperienza di cantiere?).
Insomma, non ho trovato niente di critica-costruttiva .
Solite gocce di veleno che, naturalmente, non hanno intaccato , nè intaccheranno mai, le splendide vele di Meier.
Sono in calcstruzzo-titanio , perbacco!
Dovrebbe essere più modesta , forse, Mara Dolce e ricordare che un critico di nome Bruno Zevi giudicò questo lavoro come l'opera di un genio, e paragonò Richard Meier a Bramante. E fu proprio per il progetto di questa chiesa , non certo per il poco felice intervento dell'Ara Pacis.

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