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Ci sono 9 commenti relativi a questo articolo

Commento 796 di Guidu Antonietti del 01/10/2004


Sono completamente d'accordo con ciò che è detto da Isabel Archer
La situazione è strettamente identica in Francia...
Lo dicevo proprio qui!

Guidu Antonietti di Cinarca directeur de la rédaction de aROOTS

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Commento 795 di Isabel Archer del 01/10/2004


Virus founded.

Anomalia nel sistema. E’ forte il malessere, la sensazione di smarrimento: ad un’azione non corrisponde l’effetto che ci aspettavamo. Chiavi che d’improvviso non aprono più, lastre di ferro alle pareti al posto dei consueti quadri preferiti. Incongruenza sottile e terrificante.
A questo va incontro il giovane architetto a causa della generale squalificazione della professione. Comincia dalla Biennale, in cui l’architetto italiano è relegato ad apparatore d’interni, e s’insinua nella triste committenza quotidiana.
Gli studi, sull’urbanscape, sui flussi e gli attrattori, sull’housing modulare, le progettazioni complesse delle numerose menti illuminate… buttati in pasto ai pesci della laguna.
E’ questo che vogliamo?
In Italia, non si costruisce il futuro, il profitto e il cieco nepotismo guardano a un palmo dal proprio naso. Mentre il resto d’Europa e del mondo va avanti, la struttura formativa italiana marcisce, si abbassa il livello medio di cultura e la capacità competitiva precipita nell’abisso.
I ricercatori motivati sono trattati come intrusi nel diffuso lassismo dei meschini giochi universitari e, talvolta, quasi osteggiati. Perché altrimenti sarebbe palese l’imbecillità dei pargoli pasciuti ed ottusi, futuri professori ereditari, malati di anemia creativa.
E mentre si pensa al vantaggio di pochi, i galli si apprestano a cantare sull’immondizia, perché saranno padroni sì, ma di un paese decadente e non inseribile nel mercato mondiale. Sparute occasioni pubbliche per svolgere la vera professione di architetto sono, in realtà, assegnate ai grandi professionisti esteri, un po’ per acclarata e lampante superiorità, un po’ per moda, qualche contentino qua e là ai figli di papà. Per il resto, l’architetto comune si scontra con la diffusa opinione che la propria qualifica sia poco più di quella di un costruttore, costretto a combattere contro i burocrati statali, messi lì, nei posti cruciali, mai per merito e, solo per pura fortuna, raramente illuminati.
Eppure i giovani hanno voglia d’imparare, ma trovano bastioni invalicabili nella falsa cultura pseudo-storicista di cui s’impastano, a volte irreversibilmente, nelle pigre lezioni degli atenei.
La ruggine viene via, le croste novecentiste cadono e basta grattare solo un po’ per vedere che la metamorfosi c’è, esiste anche in Italia. Ma chi aiuterà tutti questi piccoli bruchi?

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Commento 797 di Giannino Cusano del 02/10/2004


I computer -che amo e uso fin dall'era protostorica degli Apple II - aprono inedite possibilità nel plasmare forme-significani (= assiemi di spazio-materia) e non solo nuove libertà-responsabilità per i progettisti ma, quel che più conta, più opzioni per gli utenti finali.
Mi lasciano perlesso alcune affermazioni di Eisenman: credo, invece, che stiamo vivendo un momento straordinario non solo per i capolavori che sta producendo ma anche per un potenziale -e non solo- innalzamento del livello 'medio' della produzione architettonica. E' ovvio: più si fa, più rischi ci sono anche in termini di formalismi ed eclettismi: ma vale la pena correrli.
Vorrei aggiungere una riflessione a margine: non è mera apologetica sostenere che quasi nessuno conosceva Bilbao finché, dopo il Guggenheim e grazie ad esso, non è divenuta meta di turismo internazionale. E' solo un esempio fra mille possibili.
L'Italia spende poco per l'architettura perché, appunto, contunua a considerarla un costo. Forse è ora di cominciare a considerarla, invece, un investimento economico. E i fatti lo provano: la Guggenheim Foundation ha risanato i propri bilanci grazie all'operazione Bilbao. E il Museo di Gehry si è ripagato in un solo anno di gestione di una fetta enorme del proprio costo di costruzione.
Un'operazione culturale fra le più geniali paga anche in termini di ritorno economico; penso sia merito del genio di Gehry, ma gli strumenti inediti che la tecnologia gli offre hanno un ruolo notevole. Basti pensare che la produzione industriale, grazie ai computer, non è più necessariamente ripetitiva: e come i ferzi di una vela sono tutti differenti fra loro, ma tutti rigorosamente modellati e pilotati -in fase di taglio- dal computer, così è anche per le tessere di una copertura o di un pavimento.
Bilbao paga perché colpisce l'immaginario arricchendolo al modo proprio dell'architettura: posso viverla e percorrerne gli spazi. Perché la cultura, in fin dei conti, sono i cittadini: prima di essere nelle teste, diceva Benedetto Croce, le idee nuove sono nelle strade e nelle piazze. E non potrebbe essere altrimenti...
Cultura ed economia: Bilbao paga e rende perché incarna spazi inediti. E forse proprio questo aspetto meramente economico-finanziario dell'urbatettura dell'età informatica sarebbe il caso di rimarcarlo puntualmente, cifre alla mano, ai nostri amministratori.

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Commento 820 di Beniamino Rocca del 01/11/2004


Caro Paolo,
sono andato a vedere la Biennale, come mio solito a ridosso dei giorni di chiusura così ho il vantaggio di avere già letto gli articoli dei critici più affermati e spendo al meglio la mia unica giornata a disposizione. So bene che una giornata, andata e ritorno, pranzo compreso, non basta, ma sono contento di essere andato e adesso non resisto alla tentazione di dirti, a caldo, la mia impressione .
Come sai, non sono granchè ferrato nella critica architettonica.
Sono più a mio agio nel parlare d'architettura come di un" mestiere" , bello e fascinoso perchè è un "mestiere "che trasforma lo spazio. Cosa magnifica, non credi?
Per questo è uno dei mestieri più belli che ci siano al mondo.
E' con questa ottica, insomma, che ho visitato la Biennale. Ho guardato al mestiere dell'architetto e ho guardato all'architettura come all'arte che più di tutte le altre esprime la civiltà dell'uomo.
Bene, sono uscito felice da questa Biennale perchè ho pensato che nonostante le guerre, le disuguglianze, l 'impegno civile che è cosa sempre più rara, nel mondo si costruiscono ancora architetture meravigliose. Ho visto rendering di progetti e di cose in costruzione ancor più stupefacenti di quelli realizzati, dunque, se davvero l'architettura esprime civiltà, l'avvenire sarà migliore. Per tutti, spero.
Chi critica questa Biennale non sente il profumo inebriante che viene dal beccheggiare tra le possenti colonne dell' arsenale, dei plastici stupendi. Sono loro che annunciano al visitatore che, nel mondo, l'architettura moderna ha rotto definitivamente con la postmodernità. L'architettura del Grado Zero ha vinto. Ha vinto l'architettura organica ed espressionista. Ha vinto Scharoun, ha vinto Frederck Kiesler " Architettura magica contrapposta a quella funzionale". Insomma Paolo, hai ragione tu: Zevi ha vinto ... e Forster, dimenticandolo, dimostra i suoi limiti di critico dell'architettura.
Qualcuno ha rimpianto che c'è poca università.
Evviva, Evviva!.
Dove c'era, il livello d'interesse subito scendeva.
L' allestimento di Mirko Zardini era plumbeo come la sua tappezzeria, trasudava intellettualismi da bottega universitaria che non sa nulla di cantiere e non sapendo cosa insegnare ai giovani dell'"arte del costruire", li inibisce e li confonde tra fotografia e intimità.
L'interno deve esplodere all'esterno, se no, non è architettura.
Già, i giovani. Era piena di giovani, l'altro giorno, pieni di macchine fotografiche e di voglia d'imparare, davvero un gran bel pubblico per una mostra d'architettura .
Al DARC, almeno, (ecco un'altro baraccone nato dal perverso intreccio burocrati -universitari) si sarebbero certo voluto vedere più architetture di giovani architetti italiani- ce ne sono tanti e bravissimi- , ma lì ,non c'erano i migliori . i Potoghesi, i Purini, i Gregotti e i vari consulenti accademici di Pio Baldi , naturalmente, non li vogliono. Prendono tutti soldi dallo Stato per pensare all'architettura del futuro ma non sanno che guardare all'indietro, di 50 anni , questa volta) .
I giovani avevano occhi solo per il MAXXI (bel logo e bel nome, preso da un concorso-truffa, pare, come tanti altri concorsi che ordini e università organizzano) di Zaha Hadid. Non era tanto colpa di Foster se c'erano pochi giovani italiani, ma è colpa della nostra università.
E' un male storico, ricordo bene, negli anni settanta non si poteva guardare al Beabourg, i nomi di Rogers e Piano non dovevano essere pronunciati. Oggi quegli stessi professori farebbero carte false per averlo a fare lezioni nei loro corsi. Questa Biennale conferma che oggi l'Italia ha solo Renzo Piano a livello dei migliori al mondo (e sta migliorando ancora, come il buon vino) e Fuksas, a debita distanza.
Altri studi, in Italia, di livello davvero internazionale, non ce n'è.

Due critiche comunque mi sento di fare alla Biennale di Forster:
-E' quanto mai ridotto, se non del tutto mancante, il tema dell'architettura residenziale e popolare. Tema certo meno fascinoso dei teatri , del terziario, delle stazioni e degli aeroporti, ma che esprime compiutamente l'ambiente nel quale tutti noi viviamo e che una rassegna di questo livello, fatta con soldi pubblici, non può sottrarsi.

-Celebra troppo l'architetto dal punto di vista individuale, mettendo così troppo in secondo piano il mestiere dell'ingegnere stutturista. Un esempio per tutti, L'ottima Zaha Hadid, senza ingegneri ,sarebbe una "deliziosa design".

Se leggete il bel libro di Mariopaolo Fadda sulla storia della Disney Concert Hall dii Gehry vi accorgerete del ruolo fondamentale di tale James Glymph -che nessuno cita mai- per la realizzazione dell'opera. Senza di lui e la sua capacità di organizzare il programma Catia,quell'opera, molto probabilmente, non sarebbe mai stata concretamente realizzata.
I giovani che escono da questa Biennale, così come da tutte quelle passate, devo dire, escono con il mito dell'architetto artista individualista. Ciò è sbagiato. Lucien Kroll -ecco un grande che dovrebbe sempre esserci in manifestazioni di questo tipo ma che qui mancava, purtroppo- dice:"Quando l'architettura è radicata solo in sé stessa e diventiamo vittime dell' ego dei “grandi architetti”, piuttosto autistici nella loro opera isolata, non si produce che “architettura da scapoli”. E' vero. L'architetto, a differenza del pittore, del poeta, dello scultore, del musicista, per realizzare fisicamente un suo progetto, ha sempre bisogno di altre persone, di altri mestieri, di altre fatiche. Ecco, proprio queste "altre fatiche "non sono espresse nemmeno in questa Biennale e questo per me, non fa bene all'architettura . L'architettura come espressione di civilità, intendo...

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Commento 821 di Isabel Archer del 02/11/2004


Sarebbe stato più onesto fare un bel tavolo degli orrori del XXI secolo alla Biennale perché ce ne sono ancora e troppi di mostri filo post-modern, micro e maxi, che angosciano le nostre passeggiate quotidiane, le nostre province italiane. Ne vediamo a ogni passo anche nei centri storici delle città, anzi, soprattutto. Un ambientamento cafone e presuntuoso che discende direttamente da alcuni “vecchi” delle università e che semina un germe malvagio nelle menti dei giovani studenti. Per fortuna non è solo questa la realtà e se, come si vuole vigliaccamente suggerire anche alla biennale, c’è poco da mostrare in Italia, è solo per la volontà di far campare ancora quei quattro potentissimi gatti che seminano discepoli plastificati nelle tele di ragno delle soprintendenze. Capsule venefiche che infestano le nostre strade. Quello che ci circonda condiziona il nostro modo di essere, di pensare, non sottovalutiamo l’importanza del contesto nella formazione di una giovane mente. E se qualcuno possiede il dono di una forza passionale e indipendente, non sono tutti così fortunati, non hanno tutti la possibilità di aprire gli occhi. E’ proprio questo il dono che vogliamo fare ai giovani, quella “penosa sensazione di cecità” di cui parlava il Gruppo 7 quasi un secolo fa?
Ma la storia è sotto agli occhi e ci suggerisce delle semplici verità:
“Il problema fondamentale per Terragni (che possiede una scrittura precisa e solida, a volte beffardamente ironica, mai incolore) è quello dell’educazione piuttosto che quello del principio di autorità: “Da qui la necessità che il pubblico (che nasconde tra le sue file “Il Cliente”) sia gradualmente messo al corrente, sia adeguatamente educato a queste nuove concezioni architettoniche, affinché la “intransigente” volontà dell’architetto non si trovi a cozzare inutilmente contro una non meno resistente e decisiva volontà”(da “Giuseppe Terragni. Vita e opere.” , A. Saggio)
Ma cavolo a che serve la biennale, se non si fa un po’ di sana autocritica, autoironia, se non si evidenziano le brutture e si mettono in risalto le vere nuove leve dell’architettura italiana che ci sono e caspita se ci sono. Dobbiamo pentirci che non ci siano nemmeno gli scaltri dirigenti fascisti a fare almeno finta di appoggiare una ricerca progressista?! Ma dove siamo finiti…
Ragazzi l’architettura studiatevela da soli, su internet che è l’unico posto libero che ci è rimasto.

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Commento 822 di Irma cipriano del 04/11/2004


A Beniamino Rocca
Volevo ringraziarla per l'analisi che ha fatto sull'ultima biennale. Perchè non solo fa capire quanto questa sia acritica sotto la guida di Foster ( ma anche gli altri direttori non sono stati da meno.. ). Ma perchè ci fa anche comprendere che comunque, anche se circondati da inutili e ambigue installazioni, da alcune architetture francamente improponibili nel 2000 e da cattedratici che non aggiungono nulla alla disciplina, se non la rafforzata convizione che per loro l'unica cosa che importa è esserci comunque e nonostante tutto, anche nel modo più mediocre possibile ,l'Architettura è più forte. Perchè i progetti migliori vengono sempre subito notati, e le schifezze comunque riconosciute come tali. E per fortuna alla fine sono la minoranza. Dalla biennale in sè, non ci si dovrebbe mai aspettare molto, essendo diventata oramai un'istituzione falsa come i Telegatti, ma andandoci si ha nonostante tutto la sensazione che l'architettura, se non proprio scoppia di salute, almeno non è poi così malaticcia. L'Italia non fa una gran bella figura, questo è vero, ma si sa che sono sempre i soliti che vengono chiamati, che coincidono poi coi mediocri ma famosi ( anche se ci si continua a chiedere perchè.) Si costruiscono ancora architetture meravigliose. "Ho visto rendering di progetti e di cose in costruzione ancor più stupefacenti di quelli realizzati, dunque, se davvero l'architettura esprime civiltà, l'avvenire sarà migliore. Per tutti, spero. "
Queste le Sue parole. Le condivido. E, come Lei, non posso che sperare anch'io.

Tutti i commenti di Irma cipriano

 

Commento 825 di Irma Cipriano del 08/11/2004


In risposta a Isabel Archer
Sarebbe grave se la Biennale fosse un po' più seria di quello che è.
Da una gestione che accomuna Rossi a Stirling e Eisenman a Ghery senza dare spiegazioni di senso e ,con le poche date, infilandoci anche errori di scrittura, cosa ci si possa aspettare non è facile a dirsi. Non ricordo di aver visto mai una biennale coerente e ben strutturata, e soprattutto dotata di un minimo di spirito critico negli ultimi anni.
La biennale va presa per quello che è, un resoconto di alcuni dei progetti più " in vista" del tempo. Di buone architetture se ne vedono per fortuna.
La critica e la riflessione, purtroppo, toccano ai singoli individui che la visitano. Come è sempre stato. Attendiamo il tempo di un direttore che cambi un po' l'istituzione. Ma credo che nell'attesa farò in tempo a invecchiare.

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Commento 824 di Isabel Archer del 08/11/2004


L'italia è il paese del "lasciar correre". Tanto l'architettura è forte, tanto l'architettura ce la fa lo stesso...
E' GRAVE che alla Biennale non si sia presentata la vera ricerca italiana contemporanea, è molto grave.

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Commento 828 di Isabel Archer del 12/11/2004


Personalmente sono contenta che sia qualcuno che continua a farsi delle domande importanti e a chiedere di più, senza rassegnazione:
Dalla PresS/Tletter n.35 - 2004

"Ci chiediamo, come molti: che cosa sta succedendo alla Biennale di Architettura, un tempo prestigiosa istituzione? E’ questa la deontologia della versione 2004 (espressione del centro-destra)? Chi sono questi personaggi che con tanta disinvoltura hanno gestito la Mostra? E chi li ha controllati? (...) La Biennale è finalmente chiusa. Auguriamoci adesso l’avvento di un altro scenario, in grado di restituire almeno un’etica e una lealtà nei comportamenti, sempre più necessari alla vita civile di questo nostro paese alla deriva."
Per il Gruppo METAMORPH Gabriele De Giorgi

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