Torna alla PrimaPagina

Altri articoli recenti
articoli

Commenti
Ci sono 8 commenti relativi a questo articolo

Commento 808 di Fausto Capitano del 19/10/2004


Eh, i "luoghi comuni"! ... Essi, sì che sono una brutta bestia! E quest'ultimo riguardante la "rivoluzione informatica in architettura", non è né più né meno montato ad arte di quello secondo il quale esiste "architettura" ed esiste "edilizia". Gentile maestro Galvagni, io sono certo che Lei prova il medesimo fastidio anche di fronte ad esso. La distinzione merceologica tra "architettura" ed "edilizia" è usata da anni a mo' di air bag per salvarsi la faccia (e tutto il resto) ogni qual volta le ragioni del denaro si scontrano con quelle della facile evangelizzazione degli apostoli del "giusto progetto"; oppure quando l'architetto (portatore sano di coscienza dello spazio e cultura della forma) deve sterzare contro il muro delle società d'ingegneria integrata, a servizio dei costruttori rampanti. L'"edilizia" è il complesso delle attività che porta a costruire "architettura"; non si può dare significato di "prodotto" ad un "processo produttivo": è illogico. Mi azzardo a pensare che anche Lei è d'accordo su questo dato di fatto. Eppure da tempo, la critica architettonica e l'opinione pubblica delle "teste calde in materia", non fanno che sostenere questa distinzione, asserendo, altresì, che dietro un "prodotto edilizio" c'è l'opera monca di un ingegnere e dietro un'"architettura" c'è il pensiero e l'azione di un architetto. L'illogicità della tesi che sostiene l'esistenza dell'"edilizia" in contrapposizione all'"architettura", fa decadere anche la legittimità dell'apartheid tra ingegnere ed architetto ..., ma questa è un'altra storia (che probabilmente non Le interessa!). Ritornando alla Sua frustrazione, penso che, prima di Lei e come Lei, decine di intellettuali hanno ufficialmente dichiarato che il computer è solo uno strumento. Fin qui, quindi, niente di nuovo su antiTHeSi, anzi... sento aria di "luogo comune": armamentari, modelli in scala, particolari architettonici, costi e tempistica... Tutta roba trita e ritrita, apparentemente estrapolata dalle brochure di promozione dei software CAD. Ma Lei, maestro Galvagni, si spinge più in là: sottolinea che le "forme inedite" del "great brain" di turno, appartenente allo star system, non sono un effetto del CAD, ma sono soltanto più affascinanti, più imbellettate, più mercificate. Le "forme inedite" sono massmediatizzate con un bel valore aggiunto hi-tech, ma anche in un ipotetico nuovo medioevo potrebbero venir fuori da righe e compassi! Mah! ... Le sue "tappe storiche", poi, sono l'icona di uno sguardo attento sul mondo, e Lei, avendone sentite e viste di cose in sessant'anni di professione..., Lei sì che può guardare e ricordare con potere di sintesi. E l'esperimento sulle "matrici formali" è un'ottima chiusura alla questione. Un bel tappo, rigorosamente "digitale", che denuncia il rischio di serializzare pensieri ed atti architettonici, da qui verso il futuro; epilogo/prologo che avverte sul modo sbagliato di chi costruisce "senza luogo", senza sfruttare il genius loci, senza rapportarsi alla "materia del posto", che sia terra, pietra, aria o sentimenti. Ma, cosa c'entra questo col computer? L'interfaccia è cartesiana perché un "uomo cartesiano" compila, in linguaggio macchina, una piattaforma software sapendo che essa dovrà "parlare e fare" insieme con un "utente cartesiano". L'invito all'ortogonalità è la manifestazione di un compromesso tra la nostra limitatezza mentale e l'infinito di potenzialità della macchina. Il fatto che "io utente" ricevo l'invito ad ortogonalizzare, non significa che "io creativo" ortogonalizzerò sul serio! Tenga presente, maestro Galvagni, che la griglia cartesiana si può nascondere dallo schermo: la rivoluzione si cela nel click! Il fatto che la macchina mi permette di lavorare "rapido e gerarchizzato" usufruendo anche di "asettiche librerie di forme" non pregiudica la mia sensibilità verso il luogo, verso le vive suggestioni ambientali, ecc. Questo suo scritto mi dà un solo messaggio forte (e può anche darsi che non sia affatto il messaggio che Lei vuol dare): l'uomo tarda sempre a riconoscere in un'ennesima rovinosa caduta senz'appoggi, l'inizio di un salto gigantesco.

Tutti i commenti di Fausto Capitano

 

Commento 809 di Giannino Cusano del 20/10/2004


Trovo di estremo interesse e da meditare a fondo le acute riflessioni di Galvagni sull’uso dei computer in architettura, parte delle quali mi sento di condividere. Ho, però, anche alcune perplessità di fondo che riguardano:
a. i modi e gli strumenti di indagine della realtà che abbiamo a disposizione;
b. la non totale neutralità degli strumenti che utilizziamo in relazione ai fini che ci proponiamo o che abbiamo la possibilità di perseguire.
Procederò a grandi linee e, per ora, omettendo di allegare immagini, ma anche sperando che questo dialogo non si esaurisca in rapidi commenti e che apra un vero e appassionato dibattito; farò anzitutto delle considerazioni molto generali, senza entrare nel merito dei Cad, ma ripromettendomi di poterci tornare. A mio parere:
a. esistono forme che non sono neppure pensabili senza l’ausilio di computer: un esempio era sempre citato e documentato da un modellino da Sergio Musmeci nel suo indimenticabile corso di Ponti e grandi Strutture. Si trattava di un solido condizionato da due vincoli di base; se ben ricordo: 1) avere 7 facce piane; 2) ognuna di queste facce doveva intersecare tutte le altre 6. Imposte queste condizioni, la forma finale veniva ricercata per iterazione da un computer. Il procedimento di ricerca era in sé talmente ponderoso e complesso da precludere qualsiasi preventivo atto immaginativo: non si poteva, cioè, nemmeno lontanamente anticipare in immagine uno solo dei possibili risultati. Ne scaturiva un solido ad alta connettività (che, in sostanza, si avvitava su sé stesso alla maniera di una nastro di Moebnius, autocompenetrandosi). Il solido è riportato su un vecchio numero monografico di Parametro dedicato a Musmeci e ai suoi antipoliedri. Numero che, ovviamente, ora che mi serve non trovo: dev‘essere una costante di sottofondo, questa, che toglie casualità al caos.
Simili .condizioni generative possiamo immaginarne, imporne e verificarne a iosa; la loro peculiare caratteristica è che non sono generabili da un preventivo atto di immaginazione, da un’operazione di visualizzazione. Ovvio che forme del genere non fanno, di per sé, architettura. Ma forse è utile focalizzare l’attenzione su un punto non trascurabile: dimostrano che oltre l’universo finora conosciuto sono possibili intere famiglie, e forse infiniti di ordine ’n’, di forme di cui ignoriamo l’esistenza. Iniziare a indagarle significa potersi avventurare in configurazioni morfologiche governate da leggi finora sconosciute. E questo comporta imprevedibili modificazioni nella nostra stessa percezione e/o indagine costitutiva della realtà che ci circonda, esattamente come le geometrie euclidee hanno finora svolto un ruolo fondamentale nella nostra percezione della realtà. Sostengo, insomma, che il patrimonio formale di cui in un dato momento disponiamo ha un ruolo non trascurabile, con le sue leggi interne, ed ipoteca in parte le nostre valutazioni dell’universo percepito. Se cioè fin da piccoli ci abituassimo a ragionare non in termini di punti, rette, piani, ma di curvature, di intorni ellittici, parabolici, iperbolici, molto probabilmente ciò muterebbe radicalmente anche i nostri moduli di rappresentazione e di pensiero della realtà.
b, credo che sia fin troppo ovvio, ma nell’articolo di Galvagni non mi pare abbastanza evidenziato, che se qualsiasi forma si può ottenere con i metodi tradizionali della costruzione di modelli (plastici) non ogni tipo di materiale e di tecnica di modellazione ci consente gli stessi risultati. Non ci ho mai provato, ma penso che sia impossibile modellare una bottiglia di Klein (equivalente 3D di un nastro di Moebius) ricorrendo a una colata di bronzo fuso in uno stampo. Anche qui, ometto la figura. Nei lontani anni ‘70 immaginai, per un esame di Composizione, un edificio strutturato in nuclei connessi da un percorso-mostra che imponeva di accorpare le opere esposte per valori figurativi invece che per autori: le vetrate cambiavano continuamente giacitura, avvitandosi intorno al visitatore, per cui la luce penetrava ora da sinistra, poi gradiualmente dal pavimento, da destra, dall’alto, rimodulando così con continuità la luce. Ogni volta che il percorso, che si imboccava da una piazza, incrociava i nuclei funzionali, i vetri si disponevano in alto e si stiravano fino a compenetrarsi con i poli di servizi.
Partii direttamente da un modello in cartone dell’intorno nel quale inserii un modello in plastilina (oggi andato perduto) dell‘intervento e portai tutto al Corso di Storia II Zevi per avere spunti, suggerimenti, consigli: la forma complessiva mi pareva ancora poco strutturata, come in cerca di qualcosa di sé e delle proprie interne necessità. Si poteva pensare, date le grandi luci dei percorsi, di affidarsi alla logica strutturale delle tensioni superficiali (gusci) ma era una via che in quell’occasione mi interessava poco: mi premeva, si, che si avesse la sensazione di poter correre anche su pareti e pavimenti impedendo che si saldassero per spigoli, ma mi premeva anche molto che si avesse la percezione di stare dentro una sorta di grande nastro di Moebius, che non divide mai lo spazio fra interno ed esterno: e dunque che consente a un tempo di sentirsi dentro e fuori dall’involucro. La soluzione strutturale era per me secondaria: mi bastava pure che, per reggersi, i percorsi espositivi poggiassero su un groviglio di sostegni, il cui studio avrei senza problemi lasciato a terzi.
Significativa, per inciso, la prima domanda che ricevetti da uno studente :-ma dove sono gli schizzi?- Risposi che lo schizzo era il modello.
Anche in questo caso devo dire, per quanto può valere la mia soggettivissima esperienza, che i modellatori solidi (CAD) forniscono una serie di leggi costitutive (geometrie strutturanti la forma) che rendono possibili una serie di operazioni e ne precludono altre, imponendoci dei limiti che non sempre coincidono con quelli imposti dal gesso, dalla balsa, dal polistirolo e che, in ogni caso, bisogna pazientemente imparare a capovolgere in punti di forza. Mi pare affatto diverso, insomma, che operare con la duttile e malleabile pasta di plastilina o di argilla.
Con ciò, e chiudo per ora, non intendo sostenere una tesi, ma solo accennare a quella che mi pare l’altra faccia di una medaglia la cui dialettica interna è molto ricca. Da un lato, mi pare, l’intervento di Galvagni sottolinea, giustamente, questioni di valore espressivo od estetico. Dall’altro a me premeva non tanto controbattere quanto sottolineare che, a mio modo di vedere, la faccenda ha un risvolto: che c‘è il rovescio della medaglia. Se da una parte le scuole idealistiche (Croce in testa) insistevano sul valore estetico, affermando che esso c’è o non c’è indipendentemente dal fatto che ci troviamo di fronte a una poesia o a una sinfonia musicale o a un film, dall’altra quelle fenomenologiche (cito per tutti Galvano della Volpe) obiettavano che i bruti mezzi utilizzati pongono un limite quasi invalicabile alla questione: ponevano, cioè, l’accento sul fatto che i linguaggi artistici sono reciprocamente intraducibili, per cui tradurre in film un capolavoro letterario non produce necessariamente un capolavoro cinematografico.

La questione fu brillantemente risolta dal giovane Bruno Zevi e la soluzione generò il famosissimo ‘Saper Vedere l’architettura’. Al fondo, il dissidio su CAD e computer mi pare rinvii all’altro appena citato; solo che i termini della questione e il punto di applicazione richiesto per le nostre riflessioni odierne è probabilmente un po’ diverso; a caldo non saprei: devo rifletterci. Di spunti per farlo, l’articolo di Galvagni ne offre non pochi: non si può non esprimere la gratitudine almeno di un commento già solo per questa occasione di incertezza che ci offre. .

Tutti i commenti di Giannino Cusano

 

Commento 810 di Fausto Capitano del 21/10/2004


Per favorire il prosieguo dello scambio di idee, facciamo sintesi: il nodo del maestro Galvagni è [CAAD <-(?)-> FORME INEDITE] quindi [CAAD <-(?)->NUOVA ARCHITETTURA]. L'equivoco, secondo il maestro Galvagni, è [CIO' CHE, SINO DAGLI ANNI NOVANTA DELLO SCORSO SECOLO, SI CREDE POSSA ESSERE CREATO SOLO COI COMPUTER, IN REALTA', E' STATO FATTO (E STRA-FATTO) DA WRIGHT, DA TUTTI GLI ALTRI ARCHITETTI DEL "MODERNO", DA P.L. NERVI, DALL'INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA, GRAZIE ALL'USO DI TECNIGRAFI E PANTOGRAFI (ECC.) E MODELLI IN SCALA DI VARI MATERIALI] e non è vero che abbandonato Vitruvio e, aggiungo io, Euclide, è nata la FORMA INEDITA.
Focalizzata la questione, mi permetto di spurgare lo scritto del maestro Galvagni, lasciando sotto gli occhi soltanto i seguenti passaggi:
1) i pantografi, i tecnigrafi, le righe ed i compassi sostengono e favoriscono l'incubazione di linguaggi classici;
2) CAAD significa (tra l'altro) ripetitività e prigionia creativa, espressiva ed estetica;
3) il CAAD è uguale alle righe ed è uguale al tecnigrafo, se non fosse per il fatto che fa risparmiare tempo e denaro, e fa fare più bella figura in fase di accreditamento di una commessa qualsivoglia;
4) il CAAD è la tecnica cruda (opzione di una migliore condizione tecnico-logistica) mentre le FORME INEDITE nascono in seno ad un linguaggio, sono arte slegata dalle condizioni tecnico-logistiche, ma dipendente: dall'entrata sistematica della ricerca morfologica rapportata al luogo, dall'approccio sociale nel progetto, dalla più consapevole sensibilità estetica della committenza, dalla multimedialità nella comunicazione, dalla "digestione" e "assimilazione libera" dei patrimoni del costruttivismo, futurismo, cubismo, surrealismo, astrattismo;
5) per capire da dov'è venuta l'architettura dell'ultimo secolo e per intuire dove sta per andare (o dove dovrebbe andare) è bene lavorare sulle vite progettuali dei singoli artisti, sugli iter delle ricerche morfologiche in funzione dei luoghi e delle culture.
Se mi fosse sfuggito qualche "spunto" del maestro Galvagni, prego sia Lui, sia il prof. Cusano, di accodarsi alla presente sintesi.
In ultimo, invito me stesso e i convenuti, a chiarire il punto della "ricerca sulla plasticità morfologica" e quello di "che cos'è il CAAD", avvertendo che già una volta su antiTHeSi si è tentato un ragionamento di gruppo sulla rivoluzione informatica, senza cavare un ragno dal buco.

Tutti i commenti di Fausto Capitano

 

Commento 814 di Giannino Cusano del 22/10/2004


Gent. mo Fausto,
non è che io paventassi una ripetitività indotta dal computer: è che se si vuol essere ripetitivi, con computer, Cad e copia/incolla si fa prestissimo: credo che su questo non si possa non dare ragione a Galvagni.
In generale, temo, la questione, se posta nei termini in cui generalmente la si pone (chi progetta? l'architetto o il computer?), non fa che riportarci alla polemica rivolta di Morris e delle Arts & Crafts contro le macchine e/o alla loro prima incorporazione nel processo ideativo avvenuta ad opera delll'Art Nouveau.
Credo che tu abbia ben interpretato il mio pensiero: io ritengo che, al di là o al di qua di questioni di qualità del progetto e dell'autore, il computer possa contribuire enormemente a incentivare nuove esplorazioni e nuovi modi di pensare il processo ideativo: cosa, quest'ultima, non trascurabile. E non solo perché il CAD compendia in sé i mezzi tradizionali del tecnigrafo e quelli delle più imprevedibili modellazioni (poi, certo, dipende dal software, dalle persone ecc.).
Nel mio intervento a caldo mi premeva sottolineare che computer e cad sono, sì, strumenti (è la faccia della medaglia su cui do ragione a Galvagni) ma che è anche vero che questi non sono indifferenti e neutri rispetto al nostro modo di pensaere e di procedere: e questa è l'altra faccia, secondo me.
Nella mia personale esperienza -l'esempio del progetto per una Composizione da me portata avanti circa 30 anni fa- credo di averne la riprova: non volevo una forma che fosse in qualche modo dettata dall'elasticità, duttilità, flessibilità e lavorabilità del materiale che avrei utilizzato per studiarne il modello, né che fosse condizionata dal gioco delle tensioni superficiali nella realtà (guscio cementizio ecc.): volevo indagare quella forma (suscettibile di diventare significante, e che doveva ancora conquistarsi il titolo di 'segno') anzitutto sulla base della sua fruizione reale -o preventivata come tale- . Non c'erano i cad, ma avevo molta scelta nei materiali del modello.
Scartati cartoncini, perspex, sfoglie di compensato, balsa, gesso ecc. mi rimase la plastilina., almeno in fase di abbozzo: quel materiale è malleabile e, però, poco sensibile, nella sua forma complessiva, a deformazioni locali; ha una certa inerzia.
Come risolsi il problema? Disegnando delle sezioni piane in alcuni punti chiave (intersezioni col polo della biblioteca, con quello delle conferenze, col consultorio ecc.) e poi cercando di connetterli fra loro immaginando una forma che procedeva per estrusioni e torsioni.
Lo risolsi? Ai fini di un banale esame si. Ma se avessi dovuto realizzarla?C'era una marea di problemi in sospeso la cui presa di coscienza e controllabilità preventiva dipendeva proprio e anche dagli strumenti di indagine : esisteva davvero QUELLA superficie che i disegni lasciavano solo presagire? E che fosse puramente geometrica e non legata a tensioni e a questioni statiche? Che natura aveva? Quali alternative si potevano indagare? Come controllarla ? Come valutare i riflessi che una modifica locale avrebbe avuto sulla sua configurazione d'assieme? E, viceversa, come modificare eventualmente la forma complessiva controllando esattamente quello che succedeva nei punti chiave? Per me fu davvero ansiogena, quell'esperienza.
L'operazione che ho citato (connessione al continuo di sezioni o polilinee aperte + torsione complessiva della forma) in modellazione CAD si fa molto semplicemente; ci sono più modi per ottenere varie soluzioni e si può sempre stirarla, deformarla, modificarla ecc. attraverso dei punti di controllo che dipendono dal processo di modellazione scelto o eventualmente dall'averla convertita, x es., in una mesh e poi 'bloccandone' alcuni punti in modo da dosare l'elasticità delle deformazioni indotte nei punti circcostanti. E prima o poi riprenderò quello studio (che ho sempre in mente) ma stavolta col mio bel modellatore solido.
Il vantaggio, secondo me, non è solo di tempo o solo di controllo globale / locale della forma e delle operazioni e modifiche che vi apportiamo. E' nel fatto che lavoriamo su una superficie deformabile e modellabile la cui geometria è indipendente dai materiali di modello ed edificio reale, ma che può assumere comportamenti simili -volendo- a quelli di alcuni matriali reali.
Ed è nel fatto non trascurabile che diverse possibilità 'operazionali' offrono alla nostra mente diverse strade che possiamo intraprendere e che altrimenti non vedremmo, a mio parere.
Per tutti questi motivi credo, insomma (per tornare a Morris e alle Arts & Crafts) che il famoso articolo di Wright del 1909 (o '10) dal titolo 'The Art & Craft OF THE MACHINE' vada, oggi, integrato: ciascunop a suo modo, certo. ma integrato come? In modo da includere, nel concetto di 'machine' non solo le macchine per produrre edifici e la loro logica operativa , ma anche quelle necessarie a pensarli: computer e cad in primis.
Tutto questo non implica necessariamente che si facciano dei capolavori solo o grazie ai Cad: si possono fare eccellenti architetture anche senza. E sicuramente tutto il discorso di Galvagni incarna una poetica forte a prescindere dal fatto che egli usi o meno i cad.

Ma se è vero che una persona che lavora il tufo tenderà a pensare le forme in termini di modellabilità del tufo, e difficilmente riuscirà a pensare in modo congruente in termini di 'marmo' o 'bronzo', altrettanto evidente mi pare che il computer sia a buon diritto non solo uno strumento ma strumento capace di allargare le nostre visuali, le opzioni e le possibilità di scelta: che sia parte integrante e non necessariamente surrogabile di un modo di PENSARE forme, materia, spazi , indipendentemente dagli orientamenti e dalle capacità di ciascuno di noi.
L'argomento è vasto, ma spero di essermi spiegato meglio.
Un cordiale saluto,
G.C.
PS:solo con cad e computer possiamo concepire e modellare lo spazio come qualcosa di veramente elastico, estensibile, deformabile. Perché solo al computer risulta davvero immune dai condizionamenti molecolari, elastici, strutturali della materia che involucra qualsiasi modello di studio: in modellazione solida usiamo una materia immateriale.

Tutti i commenti di Giannino Cusano

 

Commento 813 di Fausto Capitano del 22/10/2004


Gentile Giannino, dammi pure del "Fausto" e basta. Io, sulla questione "riesumata" dal maestro Galvagni, scrivo a getto perché sono cresciuto col CAAD (quello VERO!) pur cavandomela egregiamente, fin dalle scuole medie inferiori, con i metodi tradizionali (in ultimo, ho fatto l'Esame di Stato a mano libera, disdegnando il tecnigrafo e le righe, solo per fare lo sbruffone e per chiudere in bellezza l'epopea universitaria!). Comunico di getto perché è un mio difetto, e se mi sopporterete non posso che esserne lieto. Scritto questo, metto da una parte sia l'ovazione di Paolo verso Zevi, sia le osservazioni di Eisenman; quest'ultimo, non ce lo vedo a fare il John Wayne che spara basso sui suoi amici progettisti mandriani che solcano le praterie del mondo marchiando, qua e là, pregiate vacche di cemento e acciaio. Il maestro Peter non è da meno, anche se forse, lui vede la sua stalla dorata ancora poco piena... Paolo, poi, si sa, è innamorato perso della buonanima di Zevi, e non perde occasione di farci notare che, quasi quasi, Nostradamus gli fa un baffo al buon Bruno! Sull'altro versante (muovendomi sempre ad istinto, e badando ai fatti nella media!) archivierei anche la questione della più consapevole sensibilità estetica dei committenti, per molti dei quali, a mio avviso, Aalto potrebbe verosimilmente essere il nome di una lacca per capelli, o van der Rohe l'ex portierone della nazionale olandese. Sento, invece, la necessità di riflettere (a caldo! perchè è più bello) insieme a voi, su che cosa offre il CAAD al progettista di spazi architettonici, ancora prima di chiedermi (e chiedervi!) che cos'è il CAAD, quello VERO! ... In primis, correggetemi se sbaglio, i software avanzati di modellazione solida orientati verso l'architettura, offrono nuove "mediazioni grafiche" che veicolano significati; offrono nuove matrici di "rappresentazione poetica" e sanciscono un potenziamento, mai auspicato, dei "sistemi figurativi" ai quali (ibridizzando il tutto) ha accennato, con la sua spicciola e praticona sperimentazione volante, il maestro Galvagni. La rappresentazione tradizionale, il medium "archigitale" (cioè l'input architettonico "incubato" in ambiente digitale) e quella per modelli in scala, non sono isomorfe, perché tra esse non si registra soltanto una disuguaglianza di processi generativi, ma, essenzialmente, si manifesta (in origine) una diversità di "messaggi" trasmessi, di "contenuti" coagulati, di "sostanze" evidenziate. Il maestro Galvagni ha celato a se stesso questa realtà, tu gentile Giannino (spero di poter continuare a darti del tu...) hai cercato di segnalarla. Ho letto male tra le righe del tuo primo commento se ti accredito il seguente pensiero? - << ognuno dei tre habitat creativi può raggiungere target di valore e ciò che conta è "saper innescare" percorsi di ricerca estetica, spaziale, concettuale (ecc.) in ciascuno di essi, e di "saper additare a mete" significative, coi piedi ben piantati a terra e con l'occhio vigile sul mondo di oggi e di domani >>. Scegliere di "operare" in uno dei tre è, aggiungo io, un atto che sottintende la consapevolezza sulle "modalità d'azione" della ricerca e della sperimentazione operative da intraprendere, avendo già in vista l'"ordine" dei risultati e l'"ambiente culturale" che accoglierà questi risultati. Ecco il nodo, quello VERO! Mi permetto di chiedervi di riflettere (e di scrivere) su questo. In ultimo, tu Giannino, nel secondo commento, prendendo tempo, affermi che in ambiente CAAD matura la ripetitività e che non ci si può aspettare da un software una coscienza operativa sensibile verso il luogo e verso le tradizioni costruttive... Ma è veramente questo che voi vi attendevate dal software? E' da questo labile appiglio che parliamo di "equivoco del computer"? Fatemi capire.

Tutti i commenti di Fausto Capitano

 

Commento 812 di Giannino Cusano del 22/10/2004


Per Fausto Capitano: premetto che non sono prof. em con tutto il rispetto per la categoria, non ci tengo a diventarlo.
Non mi pare che Galvagni dica esattamente che squadre, righe e compassi producono forme classiciste: mi pare sostenga, invece, che quegli strumenti, corredati da modelli e studi al vero di particolari, o addirittura dai modelli funicolari, hanno permesso Wright e Gaudì. Che certo non rifiutarono mai il tavolo da disegno.
L'altro aspetto, e che mi pare interessantissimo, del discorso di Galvagni è che le stesse matrici formali producono percezioni profondamente diverse, che mutano con le età della storia. Ma quelle matrici formali appartengono a un luogo e a una comunità di viventi, per cui la cosiddetta 'invenzione formale' impedisce l'omologazione se coglie questo aspetto e si lega a un luogo: nasce dal e nel luogo, Senza timori di ricadere nel già visto, per le ragioni sopra esposte.
Dunque ricercare forme nuove NEL mezzo tecnico (CAAD) è un errore.Controprova (sempre mimando, per così dire, il discorso di Galvagni): non c'è strumento che favorisca la ripetitività più del CAAD.
L'ho detto molto male, ma mi pare che sia questo il bandolo del suo ragionamento. Cosa che solo lui potrà chiarirci.
Ho risposto a caldo, quasi di getto, sul filo più di intuizioni e ricordi -provenienti, certo, dalla mia esperienza personale- e dunque in modo che mi riservavo di chiarire. Anche perché, e lo ripeto, ritengo che gli argomenti di Galvagni meritino attenzione e riflessione: e su molte delle cose da lui scritte ho bisogno di riflettere: segno che sono cose intelligenti, almeno x me, indipendentemente dalle conclusioni cui potrò arrivare.
Ma mettiamo da parte il mio discorso: non è importante, x me, se ne caveremo ragni dal buco o meno; personalmente potrei, invece, essere interessato a cavarne cavatelli, tanto più che provengo dalla Basilicata (o Lucania che dir si voglia).
Ma già se invece di ragni tutto questo discorso mi avrà aiutato a cavar cavatelli, tanto di guadagnato per me. E se qualcuno, a sua volta , troverà utile anche un cavatello, ben venga.
Fuor di metafora, ritengo più importante e produttivo cavare qualcosa, e magari ciascuno per sé, che non tirarne fuori necessariamente qualche risposta o conclusione comune . E perché mai?
La divergenza è già discorso compiuto; e una domenda in sospeso è comunque una conclusione.

Tutti i commenti di Giannino Cusano

 

Commento 817 di Fausto Capitano del 23/10/2004


Districarsi tra chi denuncia l'assassino "improbabile" per il "delitto perfetto" e chi osanna il "presunto" decesso illustre…, non è facile. L'unica costante sta nel percepire la morte di qualcosa o, nella migliore delle circostanze, il processo di estinzione, il tentato assassinio di qualcosa. Niente di più sbagliato! Niente di più strumentale!
Perché ci si ostina, da una parte, a denunciare la minaccia immaginaria che peserebbe sulle prerogative analitiche e progettuali della "scelta tradizionale" e, dall'altra, si rincara sbraitando con l'estetica della contaminazione, con l'architettura senz'architetti, con la supremazia del virtuale, con la "realtà aumentata", …? In tutta 'sta caciara, il computer è un dannato pretesto! La teorizzazione su assassini e metamorfosi scade nello show!
I fatti reali, lasciatevelo ricordare da un pivello, sono questi: 1) oggi non c'è più alcun obbligo di assecondare il "sistema tradizionale"; un tempo, chi operava in seno ad esso aveva la certezza di muoversi sull'unica terra fertile dell'architettura; oggi si è capito che non è più così: ci sono altre terre fertili, nuove americhe, altre frontiere e tutti (vecchi progettisti, critici, professori, ecc.) si accapigliano per riuscire a fare i cowboy piuttosto che i pellerossa o, peggio, i bisonti! 2) C'è il distacco dalla tradizione di ricerca, da parte degli stessi figli della "scelta tradizionale"; la recisione del cordone è lo scotto dell'ansia e della superficialità che trasudano da ogni intervento contro il "digital-ismo". Tali debolezze mentali (e culturali) sono facce dello squilibrio indotto dalla sacrosanta messa in discussione, dalla percezione di una fantomatica usura dei meccanismi e dalla latente perdita di qualità propositiva. 3) Chi ha padronanza delle tecniche tradizionali, chi ha saputo (e sa) produrre, evolvere, comunicare con esse, ha il solo dovere culturale di prestarsi al contraddittorio. Il suo unico compito deve essere quello di asservirsi all'evoluzione della conoscenza, dimostrando la maturità necessaria a far capire (alle masse parlanti a vanvera) che è difficile "riconoscere" nuove terre fertili, nuovi sistemi, ripudiando quello storicamente più praticato e che (senza troppi alti e bassi) ha favorito ricerche e soluzioni di sostanza in architettura.
Inventare il "digital-ismo" e attaccare il computer è come "fare gli indiani", proprio quando si vorrebbe essere cowboy! Inventare e aggredire è la "scelta di campo" per non "riconoscere", "valutare", "legittimare" e "dare fondamento" (per differenza o per contrasto) all'"alternativa". In antiTHeSi si riuscirà a discutere di "archigitale" soltanto nel momento in cui le "eminenze grigie" ed i convenuti socievoli proveranno (dando un minimo di credito a queste righe) a riconoscere la presenza di una "nuova terra", a smettere di palesare paura sentendosi minacciati da fantasmi e ad offrire, invece, le loro esperienze nel confronto. Giannino Cusano, in tal senso, mi rincuora. Il silenzio di Galvagni, però, non mi sorprende. Vi lascio con l'augurio di ritrovarci presto, "tutti", con la voglia di fare sul serio. Vi lascio con la consapevolezza che non tocca a me cominciare, facendo a meno di "equivoci" e "pretestuosità".

Tutti i commenti di Fausto Capitano

 

Commento 827 di Mirko Daneluzzo del 11/11/2004


Leggo ora articolo e commenti, forse in ritardo però volevo aggiungere alcune considerazioni.
Io partirei cercando di non fare, come dice un vecchio detto, di tutta un' erba un fascio. Ci sono modi e modi di usare i CAD, ma soprattutto è bene non mescolare i termini, in quanto CAD non significa computer, e computer (dal punto di vista degli architetti), non significa necessariamente cad. Non limitiamo il nostro approccio al computer come semplice macchina da disegno geometrico. Quello che voglio dire è che oggi l'architettura non è solo disegno (non ci sono solo nurbs, skinned surfaces, spine o swept, ...), oggi potremmo progettare anche lo spazio dell'informazione, e non si tratta di retorica. Mi viene in mente Novak.
Perché non si parla invece del processo progettuale? io non voglio intervenire in questa sede, facendo le distinzioni tra diversi usi di un cad (non ci sarebbe tempo), sottolineo comunque che in ogni caso il CAD ha portato ad una profondità di indagine (non legata al tempo) dovuta al fatto che si costruiscono modelli e non rappresentazioni grafiche, come nel disegno tradizionale (anche qui, architettura non è solo disegno...).
Quello a cui voglio arrivare è che l'architettura può aprirsi a nuove logicità e concetti. Lo strumento che apre queste porte, il computer, uno strumento del pensiero.
Le tappe evolutive dell' uomo sono state possibili grazie a "strumenti", uno dei primi fondamentali che mi viene in mente è la mano. Quindi strumento = bene ? presumo si, se viene usato per amplificare capacità, imparare, giocare... l'uomo è il risultato della sedimentazione di informazioni (forse abuso di questa parola, ma semplifica) elaborate dal cervello che si serve di un apparato hardware (che però funziona come un insieme di filtri), ciò ha permesso all'uomo di costruire un modello del mondo che lo circonda. Il modello è incompleto causa l' effetto filtro dovuto ai sensi, quindi penso che per ovviare a questo "inconveniente", ampliando la gamma di strumenti a disposizione, si possano mettere a fuoco più elementi, del quadro "mondo". Mi piace pensare come le protesi cambino il rapporto con lo spazio ..., ma torniamo all'architettura.
La forma si è trasformata da cristallo a fluido, caratterizzato da interattività, modificabilità ed evoluzione, cioè il progetto non si conclude con la forma, ma è sintesi di programmazione e diagrammatizzazione, questi alcuni termini che il linguaggio informatico ha portato all' architettura. Banalizzando, gli stessi meta-balls, nati dalle teorie di Leibniz (monadi), sono stati sviluppati teoricamente e fisicamente grazie alle esperienze di architetti come Karl Chu. Il computer diventa il mezzo con cui indagare e scoprire forme che fondano le radici in un terreno (teorico) nuovo, o meglio, proprio il metaball è lo strumento che permette di controllare una simulazione facendo interagire fra di loro le variabili del sistema. Questo è solo un piccolo esempio di come si possa progettare con il computer, cioè servirsi del mezzo informatico come supporto (io la chiamerei protesi) del nostro sistema cognitivo. Non voglio dilungarmi, quello che alla fine voglio esprimere, è che un conto è usare il computer per disegnare un altro è per progettare, oggi direi programmare.
Vorrei a proposito segnalare i lavori di J.Maeda, Casey Reas e Ben Fry, per citarne pochi. Questi personaggi, sono grafici, e in questo settore sento che si vivono simili dibattiti. Questi grafici infatti non usano in computer per fare ciò che si faceva X anni fa con la tipografia, quindi non usano programmi per fare ritocchi alle immagini, comporre pagine o cose simili, loro creano dei programmi, ordinano l'informazione per ottenere dei risultati visibili, delle immagini. Il risultato conta, ma ciò che ne da valore è il processo. Voglio sottolineare la poesia che sta dietro a tutto ciò: si compila un codice, come un codice genetico, questo genera un risultato visivo (o non solo) dinamico, perché questi sono i vantaggi del nuovo mezzo, ma è anche un testo nella sua forma primitiva, un linguaggio, che teoricamente potrebbe essere codificato in infiniti modi.
Personalmente per il futuro vorrei percorrere la via delle "non architetture", cioè appunto non un approccio soggettivo, da "artista" che ha la visione (con tutto il rispetto che porto verso artisti e visionari), ma da osservatore..., vorrei poter costruire il DNA dell' organismo che entrerà in simbiosi con il suo utente (avere simili struttura potrebbe essere una risposta alle esigenze dell'abitante). Non voglio prefigurarne la forma, questa si genererà e si evolverà in base a diversi fattori, tutti rotanti attorno all' uomo e tutto questo legato dalla comunicazione tra le entità coscienti (nuovo livello di comunicazione-conoscenza condivisa).
Si è parlato anche di omogeinizzazione del segno. Questo lo noto quando esco di casa.
Sembrano ragionamenti che rifiutino la fisicità della materia che costituisce ciò che per convenzione chiamiamo realtà, ciò che è uguale per tutti, in un mondo in cui c'è bisogno di risolvere i problemi, sembra che questi discorsi siano puro esercizio mentale ma penso che queste ricerche siano fondamentali, non tanto per questioni di forma, quanto per questioni oggettive di performabilità, autonomia, interazione con l'ambiente esterno (e non isolamento come spesso gli edifici oggi si comportano). Argomenti pratici insomma.
L'età della macchina ha suggerito una strada a LeCorbusier, perché l'era dell' informazione non può farlo con gli architetti contemporanei? Oggi insomma ci stiamo facendo un sacco di domande, perché non voler cercare risposte, invece di cercare verità?

Tutti i commenti di Mirko Daneluzzo

 

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]