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Ci sono 2 commenti relativi a questo articolo

Commento 848 di Carlo Sarno del 04/12/2004


"...L'ideale di una architettura organica per una società organica come generatrice di una nuova cultura è, inevitabilmente, un fattore fondamentale per il mondo, in quanto è effettivamente costruttivo...Se non sapremo volere una società organica, non realizzeremo mai un'architettura organica...perché ogni architetto possa apprendere a esistere socialmente e a realizzare un'architettura organica noi dobbiamo inevitabilmente farci missionari...Sappiamo che il vero compito dell'architetto è quello di interpretare la vita perché per la vita sono fatte le case, per viverci e viverci serenamente...non dobbiamo più contentarci di essere spettatori della vita, ma dobbiamo approfondirla, dominarla, renderla organica...creare nuove forme di democrazia, e far sì che questa non sia una società invertita e generica, ma vita concreta, lavoro vivo dell'uomo...una società che manchi di architettura organica non può tenere il passo coi risultati della scienza, non può utilizzarli, né mostrarli come usarli materialmente...Se la cultura in tutte le sue forme, e prima fra queste l'architettura, non muove dall'intimo di ognuno di noi e dal nostro pensiero credo che siamo alla fine della nostra grande civiltà...quello che noi chiamiamo architettura organica non è un semplice concetto estetico, né un culto né una moda, ma l'idea profonda di una nuova integrità della vita umana in cui arte e religione e scienza siano "uno". La Forma e la Funzione viste come Uno, questa è la Democrazia...La democrazia è un'espressione della dignità e del valore dell'individuo; questo ideale di democrazia è essenzialmente il pensiero dell'uomo di Galilea, anch'egli umile architetto, di quegli architetti che allora si chiamavano carpentieri...ad una sincerità di vita, corrispnderà una sincerità di forme e l'individualità sarà intesa come nobile attributo di vita...". FRANK LLOYD WRIGHT (citazioni dai libri : Architettura Organica e Architettura e Democrazia).
Perché questa lunga citazione del pensiero di Wright?
E' molto semplice: pur auspicando una società organica Wright non rinuncia al valore della persona , della creatività costruttiva individuale . Mi sembra che anche questo filone della Public Art si inserisca nei tentativi di omologazione e appiattimento della creatività umana , si opponga alla vera realizzazione di una società organica . Si tenta di sostiture una "creatività collettiva" , astratta , impersonale (burocratica), ad una creativita organica integrata con la persona, la vita ed i suoi valori.
Concludo con una citazione di Bruno Zevi dal suo libro Verso un'Architettura Organica : "...l'architettura moderna ha alla base della sua ispirazione un fine sociale...l'uomo, nella varietà della sua vita, nella pienezza della sua libertà, nel suo progresso materiale, psicologico e spirituale è il fine...il problema oggi, per tornare alle parole di Aalto, è l'UMANIZZAZIONE DELL'ARCHITETTURA...".
Carlo Sarno

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4/12/2004 - Vilma Torselli risponde a Carlo Sarno

Egregio Carlo Sarno,
con tutta l’ammirazione e la gratitudine che gli architetti di oggi debbono nutrire per Wright, non va dimenticato che le sue parole ci giungono da quasi un secolo fa, un secolo denso di avvenimenti come pochi altri, squarciato da due guerre mondiali ed attraversato da movimenti culturali di travolgente contestazione, dopo il quale Wrigth sarebbe l’unico ad aver mantenuto intatto il valore ed il significato delle sue teorie nel senso letterale in cui lei le propone, senza contare che oggi la società (americana) alla quale erano rivolte non è più la stessa e non è detto che le condivida ancora.
Non si può trascurare il fatto che, allora, Wright non ha dovuto confrontarsi con un fenomeno dei nostri giorni, forse dannoso, ma ineludibile, che va sotto il nome di globalizzazione, che fa inevitabilmente rima con omologazione e che ha finito per annacquare e togliere incisività ad ogni atteggiamento individualista: una cultura capace di “creatività costruttiva individuale” deve essere anche fortemente identitaria e quindi, oggi, anacronistica.
Personalmente credo nell’esistenza di una creatività collettiva, il fatto che poi sia un singolo, più o meno geniale, a captarla e a strutturarla in linguaggio è un altro discorso: Wright, che si batte per una cultura americana libera, consapevole delle sue radici e delle sue potenzialità autonome, Jackson Pollock che scinde con la violenza gestuale dell’action painting ogni legame di subordinazione con l’arte europea, sono probabilmente interpreti o anticipatori di istanze epocali.
E credo anche nella potenza dell’azione corale di una collettività di umili e sconosciuti che, rinunciando ad ogni rivendicazione individualistica nel nome di quella creatività collettiva, contribuiscono con la loro opera anonima a scrivere la storia dell’architettura, altrimenti non avremmo avuto, per esempio, le cattedrali gotiche (l’idea non è mia, è di William Morris).
E non finisco di stupirmi di come la storia ci metta davanti a straordinari risultati che superano largamente la somma dei singoli apporti di tanti antindividualisti senza nome (anche in questo caso l’idea non è mia, si tratta della teoria della gestalt).
Attraverso queste mie personali credenze riesco ad individuare il fine sociale dell’architettura moderna.

 

Commento 855 di Luigi Moffa del 19/12/2004


L’arte è da sempre privata nel senso che, potere civile o religioso a parte, suscita in persone diverse, diverse sensazioni. Mi riferisco ai gusti ed alle affinità che ognuno di noi nutre nei confronti di quella o quell’altra data “opera”. Perché l’arte in fondo altro non è che un catalizzatore grazie al quale riusciamo ad elevare l’animo sino a vedere, quasi palpare, effusioni e sensazioni che nel quotidiano mondo delle tre dimensioni non sono nemmeno lontanamente concepibili.
Quel restare estasiati di fronte ad un opera – e che sia di pittura, scultura, architettura o quant’altro ci viene spacciato oggi per arte, ma pur sempre con l’etichetta “d’arte”, non importa – è come una sorta di viaggio. Metafisico, ovviamente, e quindi senza tempo e senza spazio, senza una partenza e senza un arrivo, senza bagagli e senza compagni di viaggio. Una quarta dimensione in cui non esistono angoli di rotazione ne vettori direttori. In perfetta solitudine ci si addentra nei meandri dei propri piaceri, ciò che l’occhio da solo non vede ma che la mente concepisce lo stesso. Una sola mente che si estranea, esclude tutto ciò che fisicamente la circonda concentrando le energie unicamente su quel dato evento. Non credo che più menti, tante stando a quante se ne augura la Torselli, compiono questo viaggio tutti stretti per mano. Non vi è un treno che si ferma in stazioni che prestabilite a priori non possono essere. Non vi è neanche una meta. Tutto è funzione di variabili, fattori e circostanze diverse a seconda del singolo individuo.
A mio parere non è pensabile di poter riqualificare territori degradati per mezzo dell’attuale Public Art. Il risultato di tale atteggiamento è visibile nelle migliaia di sculture senza senso che da un po di anni adornano le tanto attuali rotonde stradali. Spazi circolari racchiusi ed inutilizzabili che si crede di poter nobilitare inserendovi oggetti che l’ignoranza comune decanta come arte. Nello stesso tempo si da la caccia ai ragazzi che esprimono il loro essere in questo mondo ed il modo in cui lo avvertono, lo vivono, dipingendo con bombolette spray sui muri delle fatiscenti periferie.
Non si può pensare alla Public Art come strumento di “una moderna cultura della socializzazione”. Oggi, ed in misura sempre maggiore con il passare del tempo, i nostri figli socializzano nel mondo virtuale di internet, in cui sentimenti virtuali si avvertono, drammaticamente, reali. Li dentro custodiscono corrispondenze quotidiane, amici ed amore. Stanno scomparendo i luoghi della socializzazione come in passato noi ci siamo abituati a viverli. In questo contesto la Public Art deve essere poca e di valore. Perché la confusione non fa altro che accentuare il disinteresse collettivo. E deve custodire una metafora, una storia da raccontare, un senso, cosi come hanno avuto un senso per tanti anni gli svettanti monumenti in ricordo dei caduti in guerra. Un numero esiguo in rapporto a quanti ne usufruivano. Un attestato di affetto che, nello stesso intento, accomunava comunità intere.
Se poi si vuole prescrivere la Public Art all’obbligo di rapportarsi al contesto in modo da “preservare la specificità, la storia, la memoria, il significato conferitogli dalla gente che lo frequenta” si viene meno alla possibilità, che l’arte offre, di forte contaminazione tra culture diverse. Attualmente credo sia atteggiamento retrogrado relegare la Public Art al solo significato conferitogli dalla gente di un luogo. Mai come oggi tante culture cosi diverse tra loro sono entrate o stanno entrando in contatto. Ne viviamo già una guerra: quella di religioni tra Oriente ed Occidente. A cambiare è la stessa visione del mondo, e la Public Art, e l’architettura e tutto ciò che si eleva nella sfera dell’arte, devono darne giusta lettura.

Tutti i commenti di Luigi Moffa

 

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