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Ci sono 7 commenti relativi a questo articolo

Commento 1358 di Vilma torselli del 11/08/2006


Innanzi tutto, Sandro, complimenti ed auguri per Architentare, ho visitato il sito e mi pare che il progetto sia innovativo, interessante e stimolante.

Sul tuo articolo, devo dire che rappresenta un excursus ampio, esaustivo, elegante ed affascinante su di un argomento tutt’altro che facile, zeppo di concetti talvolta francamente ostici: non ho difficoltà a confessare che mi ha fatto scoprire parecchie mie lacune ed in parte mi ha aiutato a riempirle, come penso sia accaduto a molti tuoi lettori.

Poiché, tuttavia, mi pare che esista una frattura o quanto meno una non perfetta consequenzialità tra ciò che afferma Salingaros e la tua seguente trattazione, vorrei, se me lo concedi, aggiungere qualche considerazione e per farlo devo partire un po’ da lontano, dall’assegnazione, nel 1964, del Gran Premio della Biennale di Venezia al padre spirituale della Pop Art Robert Rauschenberg, riconoscimento per la prima volta assegnato ad uno statunitense nel sacrario della cultura visiva europea, che ufficializza definitivamente la supremazia americana in campo artistico mondiale, gettando le basi di uno dei più importanti imperialismi culturali che mai abbiano dominato il mondo dell’arte.
L’evento è stato sapientemente preparato negli anni precedenti mettendo in atto una attenta sequenza di strategie politiche, mediatiche ed economiche che hanno coinvolto indiscriminatamente artisti, critici, galleristi, collezionisti, dalle manovre della CIA degli ultimi anni ’40, volte a promuovere l’arte americana – il direttore del MOMA, Alfred Barr, convinse la rivista "Life" a sostenere i pittori d'avanguardia ed intraprese un organico programma d’esportazione verso l'Europa, previa garanzia di una sovvenzione governativa di 125.000 dollari l’anno per cinque anni – agli scritti di James Johnson Sweeney (1952), critico d’arte, direttore del Solomon R. Guggenheim Museum e consulente del Museum of Modern Art di New York, che esaltano i contenuti filo-americani profondamente democratici di un’arte di libertà estrema come solo un paese estremamente libero può esprimere, all’attività propagandistico-divulgativa del gallerista italo-americano Leo Castelli e della moglie Ileana Sonnabend, proprietari di una vera e propria catena di prestigiose gallerie in America ed in Europa, alla rassegna "Thè Responsive Eye" organizzata dal MOMA nel 1965 che consacra sul fronte internazionale la nascita dell’Espressionismo astratto americano nonché dell’optical art, peraltro già apparsa in Europa con assai meno scalpore.
Anche la Pop Art, ufficializzata a New York con una collettiva del 1962, "The New Realistsal”, è fenomeno americano seppure di indiscutibile matrice europea che scippa e neutralizza grazie a costosissime campagne di marketing sia la nascente Popular Art inglese sia il Nouveau Réalisme italo-francese, che hanno il solo torto di essere i parenti poveri della grande famiglia new dada. L’investimento di mezzi darà i suoi frutti, dopo la Pop Art l’America sarà infatti la culla di ogni nuovo movimento artistico importante, il concettualismo, la minimal art, la body art, la land art e così via, opportunamente associando fortune artistiche e fortune economiche in una nazione nella quale, si sa, utile e dilettevole costituiscono da sempre l’accoppiata vincente, con una netta propensione per l’utile, visto che anche in epoca più recente “…….. Il boom della pittura contemporanea coincise con una fase di espansione dell’economia americana comunemente detta Reaganomics. In un articolo del 1980 il critico d’arte del New Yorker Calvin Tompkins scriveva: “Il congiungimento fra un nuovo tipo di pubblico ed una nuova generazione di artisti ha reso più febbrile la scena artistica attuale, provocando un eccitamento nervoso che se è un bene per gli affari, non lo è necessariamente per l’arte”.(Alessandro Tempi, ‘Il caso Schnabel ed il boom della pittura contemporanea’)
Con l’Espressionismo astratto, la giovane America pone la prima pietra per la costruzione di una tradizione artistica autoctona ed autonoma, finalmente liberata dall’influenza della cultura della vecchia Europa: Barnett Newman scrive "Nel 1940 alcuni di noi si destarono per accorgersi che eravamo senza speranza; che in realtà non esisteva nessuna pittura……..Fu quel risveglio che ispirò l'aspirazione, l'elevato proposito, qualcosa di assai diverso dalla semplice ambizione, di ripartire da zero, come se la pittura non fosse mai esistita." , Pollock, Still, Kline, Tobey, e molti altri, grazie anche alla sensibile azione prodromica di Arshile Gorkij e Roberto Matta, interpretano ciascuno a modo proprio quelle aspirazioni e quegli elevati propositi e colmano l’ "enorme vuoto", così lo definisce Adolph Gottlieb, che andava riempito con uno sforzo di rifondazione della mitologia e della simbologia primitiva.
In realtà tutti gli espressionisti subiscono il fascino della tradizione culturale del vecchio continente, magari in un distorto rapporto di odio-amore, e tutti affondano più o meno consapevoli radici in quel movimento europeo che la fuga dalla seconda guerra mondiale e dalle misure antisemite spinge oltre oceano, alla ricerca di una nuova ‘casa’: a fornirla sarà Peggy Guggenheim, che apprezza, accoglie e protegge gli artisti del Surrealismo, questo il nome del movimento, e qualcuno lo sposa pure.
Il Surrealismo di importazione, a contatto con una realtà socio-culturale profondamente diversa, perde la connotazione intellettualistica ed introspettiva di derivazione europea per abbracciare il turbolento linguaggio gestuale degli action painters, la violenta estroversione di Jackson Pollock, il rarefatto spiritualismo di Mark Rothko, l’astrattismo lirico di Sam Francis, la poetica dell’inconscio di Barnett Newman, diventando altro, come succede sempre quando un fenomeno culturale approda al suolo americano.
Prevale, come si addice ad artisti in gran parte di origine ebraica – sono ebrei Mark Rothko, Morris Louis, Arshile Gorkij e molti altri, così come la maggior parte dei profughi surrealisti - una rigorosa aniconicità ("Non avrai altri dei al mio cospetto, non ti farai alcuna scultura né immagine qualsiasi di tutto quanto esiste in cielo al di sopra o in terra al di sotto o nelle acque al di sotto della terra") ed un segno calligrafico o ideogrammatico dispiegato in grandi vuoti e mistici silenzi attraverso un’ampia gestualità a volte concitata ed a volte solenne e ieratica.
In ogni modo, l’America finisce per avere finalmente un’arte che la rappresenta, libera e democratica, nella quale l’individualismo ed il soggettivismo hanno modo di esprimersi come in nessuna altra nazione del mondo, men che meno in regimi totalitari e repressivi dove incombe l’ingombrante memoria del costruttivismo (non dimentichiamo che siamo in tempi di guerra fredda): la storia dell’arte moderna americana ha finalmente un inizio.
Un interessante esercizio di immaginazione consisterebbe nell’ipotizzare cosa sarebbe potuto accadere se, anziché i surrealisti, fossero arrivati in America per esempio i cubisti, verso i quali Peggy Guggenheim era probabilmente indifferente – non avrebbe fatto alcun scalpore la morte di alcolista schiantatosi ubriaco al volante della sua auto e il suo dripping sarebbe rimasto un esercizio ludico riservato ad imbianchini fantasiosi - così come sarebbe interessante valutare che cosa avrebbe significato per l’architettura americana il naufragio della nave dei coloni britannici che trasportava nel nuovo mondo una preziosa copia de "I quattro libri dell'architettura" di Andrea Palladio.
Probabilmente non avremmo avuto un processo di colonizzazione che, in campo architettonico, ha determinato nel giro di poche centinaia di anni il brusco e per certi versi traumatico scambio "tra la capanna indiana e gli splendori europei", non avremmo né chiese, né banche, né sontuose magioni in stile palladiano, sarebbe diversa la Casa Bianca, la Morgan Library, il Mausoleo di Garibaldi, la Drayton Hall, la McPhedris-Warner House, edifici emblematici del "paludamento culturale dietro il quale si cela quel complesso di inferiorità che gli psicanalisti definiscono ricerca di una paternità spirituale" (Bruno Zevi, 'Storia dell'architettura moderna'). Un’esigenza tanto forte che, in mancanza di un padre naturale che non c’è, l’architettura americana ne sceglie uno adottivo, guarda caso europeo e nella fattispecie italiano.

"Di fronte a voi europei io sono veramente un emissario della terra, che predica il sale di una nuova vita. Io vi invito ad essere un po' meno autocoscientemente educati e conservatori, a essere più liberamente ragionevoli" scrive Frank Lloyd Wright, che per primo proclama una sua dichiarazione di indipendenza dalla sudditanza culturale nei confronti dell’Europa e chiede "Indipendenza dal classicismo, nuovo e vecchio, e da ogni atteggiamento di devozione ai cosiddetti classici" prendendo una posizione categorica ed integralista a favore di un'architettura nuova, legata al proprio ambito culturale, territoriale e sociale, la sua architettura organica, che esprime "una società organica", la società americana moderna.
Si è dovuto aspettare il 1988 perché venisse ribadita con altrettanta fermezza e consapevolezza una decisa presa di posizione a favore di una supremazia culturale eminentemente americana da parte di un agguerrito manipolo di architetti d’assalto, Frank O. Gehry, Daniel Libeskind, Peter Eisenman, Bernard Tschumi, Zaha Hadid e il gruppo Coop Himmelblau , presentati al mondo in una memorabile conferenza-déja vue al MOMA di New York (come non ricordare, infatti, "Thè Responsive Eye" ?) da quel Philips Johnson che, sulla breccia da più di mezzo secolo, si riscatta così dall’aver caldeggiato la sostanziale sudditanza dell’architettura americana nei confronti dell’Europa: nel 1991 sempre Johnson presenta alla Biennale di Venezia i suoi gioielli, Eisenman e Gehry, rimangiandosi definitivamente ed

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11/8/2006 - Sandro Lazier risponde a Vilma torselli

Cara Vilma,
ho riflettuto parecchio prima di rispondere.
Intanto riconfermo che la mia risposta alla provocazione di Salingaros è un atto dovuto. Poi è propedeutico all’incontro di Architentare – di cui so che hai curato insieme all’arch. Giudice l’impianto organizzativo.
Sul tuo ricco e circostanziato intervento che dire?
Che stabilire fin dove è lecito che il potere si serva dell’arte e viceversa non è per nulla semplice? La vicenda Pollock sembra profetica rispetto alle scoperte scientifiche, in barba all’antropologia culturale e ai nessi e connessi con i poteri sociali.
Sicuramente lo strumento primo di ogni potere è la propaganda e quella culturale è sicuramente la più efficace. Quindi ogni potere usa sicuramente l’arte e ne abusa. Ma ci sono senza dubbio meccanismi che poi trascinano altri meccanismi che, a loro volta, trascinano altri meccanismi ancora, con medaglie e loro rovesci. Tutto ciò perché il sistema delle società di persone è “complesso” e non sempre funziona il congegno causa effetto. O, almeno, non sempre funziona come si spera.
Credo di poter pensare con convinzione sufficiente che all’interno del potere e della sua rappresentazione, soprattutto se questo è aperto alla ricerca del nuovo e quindi lascia spazio all’inventiva degli individui, ci siano già elementi che funzionano come anticorpi.
Se il regime democratico dell’occidente sceglie, per evidenti motivi di propaganda, di rappresentarsi con un’arte libera che ha per fine la critica del sistema sociale e delle sue deficienze, contribuisce di fatto alla proprio benessere perché utilizza le forme di libertà espressiva per diagnosticare i suoi mali. Credo che questo intendesse Zevi quando definiva l’architettura “…il termometro e la cartina al tornasole della giustizia e delle libertà radicate in consorzio sociale.”
Questo avviene in società dov’è permessa la libertà di ricerca creativa. Quando invece si tenta d’imporre vincoli espressivi - che storicamente hanno sempre avuto le forme della tradizione costruttiva, classica in particolare – occorre cominciare a preoccuparsi.
Poi ci sono le eccezioni e chi ne approfitta. Ma il sistema, si sa, è molto imperfetto, soprattutto incerto. Perciò occorrono strategie

 

Commento 1362 di christofer giusti del 14/08/2006


Egregio Lazier,
ho letto il suo affascinante articolo e vorrei proporle alcune, forse banali, considerazioni:
daccordo, la complesità, il caos, la statistica le analogie con la fisica etc, ma tutto questo come trova adeguata applicazione espresiva nel progetto architettonico?
forse nell'utilizzo di un calcolatore che, utilizzando il frattale, modella lo spazio proponendomi infinite soluzioni spaziali per il medesimo problema? si rende conto?
non le sembra che tutto questo gran lavorio intellettuale sia indice di involuzione culturale? di crisi? che serva solamente a legittimare se stesso e a ribadire in grassetto che si, servono i ricercatori?
e non è forse vero che proprio a causa del vostro cospicuo numero (di voi ricercatori-professori), l'unico modo d mettere la testa fuori per vincere l'entropia, di legittimare la vostra stessa presenza, è quella di elucubrare teorie con legittimazioni intellettuali sempre più complicate (o complesse?) sia che richiamino Biagio Rossetti (riposi in pace) sia che vadano a parare a Bnard?
anche perchè se anche quello che voi proponete fosse l'attuale "Esprit-Nouveau" dell'architettura, quanti potrebbero realmente accedere e controllare simili mezzi esressivi?
indubbiamente tutto questo lavorio intellettuale, quest'accanimento cerebrale accuirà il vostro acume, attiverà le sinapsi ma cosa produce sul piano dell'architettura?
visitando il sito dello studio Lazier, mi si propongono dei progetti che si esprimono, ancora, con la geometria euclidea (rette, poligonali etc.), e cio che io constato è che si vuol caricare di alti-altri signiificati soluzioni progettuali che nel migliore dei casi sono riproponimenti di cose gia viste e riviste.
Come minimo vi è uno scollamento tra teoria e pratica.

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14/8/2006 - Sandro lazier risponde a christofer giusti

Ho scritto questo saggio nel 2000 con lo scopo principale di capire. Il modo migliore per capire è provare a spiegare agli altri.
Capire significa allargare il proprio “panorama culturale” per farsi un’immagine del mondo che la nostra condizione di uomini occidentali ci fa sperare più prossima a quella che chiamiamo, forse scorrettamente, realtà.
L’accusa che Salingaros fa agli architetti moderni è proprio quella di ignorare una cosmologia adeguata sul piano delle scienze naturali, deformando il lavoro in virtù di una conoscenza che egli ritiene insufficiente se non addirittura assente. Rispondere a tale accusa mi sembrava doveroso.
Questo è il senso che volevo dare alla pubblicazione dello scritto.
Dopodiché ognuno può trarre le conclusioni che vuole. Le vorrei però far notare che la nostra percezione attraversa un, appunto, “panorama culturale” che interpreta i segni esterni in funzione delle nostre conoscenze. Le architetture si possono vedere oppure guardare.

 

Commento 1363 di christofer giusti del 14/08/2006


"L’accusa che Salingaros fa agli architetti moderni è proprio quella di ignorare una cosmologia adeguata sul piano delle scienze naturali, deformando il lavoro in virtù di una conoscenza che egli ritiene insufficiente se non addirittura assente. Rispondere a tale accusa mi sembrava doveroso."
E sia, prof. lazier, è davvero difficile conoscere tutto di tutti, probabilmente ogni architetto che si ritenga tale dovrebbe conoscere tutto di qualunque suo collega che si dichiari tale, così come, tanto per essere anti specialistico, si dovrebbe rispolverare la figura di architetto come detentore di sapere enciclopedico.
Mi dica una cosa sig. lazier: se le proponessi una qualsiasi opera edlizia, che avesse una parvenza architettonica, delle valenze artistiche, lei, solo osservandola saprebbe ritrovarvi le ragioni d'essere, culturali, persino cosmologiche che l'autore ha posto in essere nel crearla? o non sarebbe invece una sua personale interpretazione, filtrata dal suo modo di intendere l'architettura?
ciò che io volevo dire è che l'architettura ha i suoi elementi grammaticali che sono quelli che lei stesso usa e dai quali non è in grado di prescindere (quantomeno non ancora) e che consentono di esprimere un linguaggio che, come tutti i linguaggi, è in continua e lenta evoluzione. Altra cosa è poi caricare tali elementi di significati che esulano dalla cultura propriamente architettonica e che sono, come tali, soggettivamente, o malamente, o per nulla interpretabili in base al grado di conoscenza o di intuito di ciascuno.
Insomma l'architettura ha una sua propria cultura, fatta di secoli di storia, di scienza delle costruzioni, di "teorie evolutive", si può prescindere da tutto ciò volendo fare l'architettura? essa vive di vita propria, e pur ritenendomi di mentalità aperta e non, come sono stato tacciato alcuni commenti fa, uno strenuo sostenitore del contestualismo e della tipologia, ritengo che qualsiasi forma espressiva abbia un suo corposo bagaglio linguistico e qualunque altra disciplina o coscienza del mondo si voglia esprimere attraverso la forma espressiva dell'architettura dovrà, in coscienza e per correttezza intellettuale, fare quantomeno i conti, come fa lei stesso, con tale bagaglio, o no?
Ma supponiamo di fare tabula rasa di tutto, ritiene che il modo in cui lei ha espresso la sua coscienza cosmologica sia davvero cosi palese? ritiene davvero di essersi liberato, nell'esprimere tale coscienza, di tutti i retaggi linguistici "convenzionali" dell'architettura? mi dica dunque dove comincia l'espressione dell'una e dove l'espressione dell'altra? e dove, un osservatore colto o incolto che sia, potrà oggettivamente cogliere distintamente l'una piuttosto che l'altra?

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14/8/2006 - Sandro Lazier risponde a christofer giusti

Non deve prendersela con me per via della cosmologia. Ognuno, in fondo, ha la propria e non deve aversene a male.
Per il resto:
1 –
“…o non sarebbe invece una sua personale interpretazione, filtrata dal suo modo di intendere l'architettura?”
Certamente si! A questo serve avere una propria visione del mondo. Se poi non coincide con quella dell’autore questo influirà sul giudizio conseguente, ma non muore nessuno.
2 –
“l'architettura ha una sua propria cultura, fatta di secoli di storia, di scienza delle costruzioni, di "teorie evolutive", si può prescindere da tutto ciò volendo fare l'architettura?”
Certo che no! Ma la cultura che determina un’architettura non le è esclusivamente “propria”; è parte del suo tempo e delle conoscenze del suo tempo, compresa la scienza delle costruzioni che è parte della fisica come lo sono i frattali.
3 –
“ritiene davvero di essersi liberato, nell'esprimere tale coscienza, di tutti i retaggi linguistici "convenzionali" dell'architettura?”
Non era mia intenzione liberarmi di niente. Cosa sono, tra l’altro, i retaggi linguistici convenzionali? A me è stato insegnato che l’architettura è fondamentalmente spazio. Cercare di capire cosa vuol dire uno spazio “complesso” presuppone un minimo di conoscenza della locuzione “complessità”. Di là in avanti ognuno pensi cosa vuole, inclusa la spocchia intellettuale. Ma non mi chiami professore, per favore.

 

Commento 1365 di christofer giusti del 14/08/2006


1“…o non sarebbe invece una sua personale interpretazione, filtrata dal suo modo di intendere l'architettura?”
Certamente si! A questo serve avere una propria visione del mondo. Se poi non coincide con quella dell’autore questo influirà sul giudizio conseguente, ma non muore nessuno.
"Le vorrei però far notare che la nostra percezione attraversa un, appunto, “panorama culturale” che interpreta i segni esterni in funzione delle nostre conoscenze. Le architetture si possono vedere oppure guardare".


Mi era sembrato di cogliere una nota di biasimo da parte sua per non aver saputo cogliere i contenti dei suoi progetti (in pratica vedo e non guardo, o forse ho una visione del mondo diversa dalla sua, ma detta cosi anche per me, oltre che per lei, suona quantomeno più gradevole).

2“l'architettura ha una sua propria cultura, fatta di secoli di storia, di scienza delle costruzioni, di "teorie evolutive", si può prescindere da tutto ciò volendo fare l'architettura?”
Certo che no! Ma la cultura che determina un’architettura non le è esclusivamente “propria”; è parte del suo tempo e delle conoscenze del suo tempo, compresa la scienza delle costruzioni che è parte della fisica come lo sono i frattali.


Vorrei allora ripetermi: in che modo i suoi progetti si fanno portavoce della coscenza del loro tempo, del nuovo "esprit nouveau"? i frattali: dove, concretamente ,se ne vede l'utilizzo nei suoi progetti? in che modo? che controllo potrebbe mai avere l'uomo nella modellazione con tali strumenti ad appannaggio dei soli calcolatori? e che dire dell'esecuzione di opere così concepite? quale, tra le casualmente infinite possibili, costruire? e perchè?

3“ritiene davvero di essersi liberato, nell'esprimere tale coscienza, di tutti i retaggi linguistici "convenzionali" dell'architettura?”
Non era mia intenzione liberarmi di niente. Cosa sono, tra l’altro, i retaggi linguistici convenzionali? A me è stato insegnato che l’architettura è fondamentalmente spazio. Cercare di capire cosa vuol dire uno spazio “complesso” presuppone un minimo di conoscenza della locuzione “complessità”. Di là in avanti ognuno pensi cosa vuole, inclusa la spocchia intellettuale. Ma non mi chiami professore, per favore.


Quello che intendo , forse impropriamente, per retaggio lingustico ha a che fare con il bagaglio di esempi spaziali, le loro articolazioni, coi singoli elementi: tetti, pareti, finestre, porte, del modo in cui si sono evoluti nella storia, del modo in cui alcuni esimi architetti piuttosto che altri hanno saputo evolvere o arricchire o involvere, del modo di intendere lo spazio: storicamente, ormai, sterometrico o neoplastico, scatolare e statico oppure dinamico coi muri che divengono setti traslati e sfalsati, o ruotati, libero in sezione o libero in pianta. di tutto ciò, di tutta questa casistica di esempi, di ricordi spaziali (per averli visti, per averli ridisegnati, per averli ricostruiti nella mente, per averli fotografati) se ne ha inevitabilmente un condizionamento, un retaggio (magari definirli convenzionali è effettivamente improprio). Credo che concepire uno spazio "frattale" o comunque non euclideo non potrebbe che prescindere da tutto ciò, e per quello che ho potuto vedere nel suo sito, nonostante i valori aggiunti che lei vuole attribuire, le sue architetture sono ancora assai legate a quello che io ho definito retaggi "convenzionali" e probabilmente, di conseguenza, sono assai poco complesse.

Perdoni l'involontaria (mia) spocchia

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14/8/2006 - Sandro lazier risponde a christofer giusti

Vedo che insiste nel volerla mettere sul personale. Non l’ho invitata io a cercare nei miei progetti quei riferimenti alla “complessità” che lei cerca. Nemmeno ho la pretesa di portare questi progetti a modello di complessità tout court e tantomeno di frattali (Tra l’altro sono il primo a contestare metodologie automatiche di generazione di architetture al computer). Quindi, mi perdoni, mi sembra un po’ ingenua la sua necessità di misurare quanto scritto in un saggio per pura aspirazione di conoscenza con i progetti da me realizzati e generati sicuramente da un movente culturale di cui l’idea di complessità riguarda solo un aspetto marginale. E, questo aspetto, non deve forzatamente trovare sbocco formale nel progetto. Se lei non riesce a trovare nessuna complessità in quanto ha visto è un problema “di codice di lettura” come ho scritto nel saggio in discussione, e quindi suo e non certamente dell’oggetto di cui il codice è interprete.
Mi sembra, ripeto, un po’ ingenuo pensare di poter calare la conoscenza dei frattali in un nuovo formalismo, magari con le forme della “brioche” magari su un impianto spaziale tradizionale. Cosa che avviene abitualmente tra gli architetti attenti più alla forma che alla sostanza.

 

Commento 1366 di christofer giusti del 15/08/2006


Eppure, sig. Lazier , per quanto ingenua sia la mia visione, dovrebbe essere proprio cosi! in che modo altrimenti si esprimerebbe da architetto, lo spirito del proprio tempo se non proprio attreverso il mezzo espressivo dell'architettura?
Diversi sono gli architetti che ora amiamo citare a esempio, a guida, a modello, e che sono riusciti a tradurre pensiero filosofico o scentifico a loro contemporanei in architettura espressione del loro tempo!
Le corbusier, Mies vanderhoe, Wright, per citare, magari a sproposio, i più incensati.
e se penso a Le corbusier mi ritornano alla mente le letture dei suoi scritti e soprattutto la vitalità, la freschezza, e talvolta l' ingenuità che li caratterizza, l'ingenuità di colui che si avventura in un modo nuovo di fare l'archiettura, un modo che reinventa, ridisegna, ripensa la città, la casa, la stanza, la finestra ponendoli a espressione di architettura del suo tempo.
Dunque il genio Le Corbusier era un ingenuo? uno che credeva di poter travasare scienza e filosofia direttamente nell'architettura? tapino!
Ma il busillis sta tutto qui, nel saper esprimere in modo compiuto in termini figurativi la filosofia o la scienza, insomma il pensiero del proprio tempo, altrimenti che ci stiamo a fare? lo afferma lei stesso.
mi scuserà se non faccio altro che ripetermi nell'intento di far chiarezza anche a me stesso.
D'altro canto, tornando ai frattali, si potrebbe sostenere che, tra i miliardi di soluzioni spaziali a forma di brioche (o di altro) che il computer potrebbe snocciolare a soluzione di un medesimo problema, potremmo ritrovarvi esempi di estrema bellezza come casa tugendhat, piuttosto che un palazzetto ecclettico o villa Barbaro a Maser, oppure, ancora, la casa dell'arch. Lazier, insomma senza riguardo a logiche diacroniche o sincroniche e senza alcun interesse, quindi, per l'apparteneza o meno alla contemporaneità. A meno che contemporaneità non significhi il tutto possibile, il caos nel quale ciascun individuo, se architetto proporrà, la propia soluzione di ordine e di bellezza (comprese le sue, sig. Lazier).

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15/8/2006 - Sandro Lazier risponde a christofer giusti

A meno che contemporaneità non significhi il tutto possibile, il caos nel quale ciascun individuo, se architetto, proporrà la propia soluzione di ordine e di bellezza (comprese le sue, sig. Lazier)
Mi pare proprio di sì! E con questo direi argomento chiuso

 

Commento 1367 di Vilma Torselli del 15/08/2006


Condivido le perplessità espresse da Christofer Giusti circa la frattura tra le teorie spesso affascinanti che hanno attraverstao la storia dell'architettura moderna ed il loro risultato pratico sul campo, molte volte deludente.
Ciò non toglie che, magari come puro esercizio intellettuale, nell'ambito di un dibattito di interesse generale e non di un più o meno polemico dialogo a due , non si possa discutere da un punto di vista puramente speculativo 'sull'idea di complessità' e non su come Lazier la abbia o no applicata nei suoi progetti.
Mi è capitato più volte di scrivere di architettura, da architetto e da appassionata di questa materia, ma non mi è mai capitato di dover essere chiamata a giustificarmi per non aver applicato le teorie analizzate nei miei scritti. Mi rendo conto oggi che la mia più grande fortuna è stata quella che Christofer Giusti non li abbia mai letti!

Tutti i commenti di Vilma Torselli

 

Commento 1369 di giovanni Avosani del 16/08/2006


Credo che l interessante articolo abbia un profonda e curata base storica e abbia puntualizzato e giustificato benissimo il punto di vista dell’autore.
Mi permetto di osservare come negli scritti di cui questo vuole essere una modesta continuazione, sia stato completamente dimenticato, lo strumento che finalmente ha permesso di rendere partecipe anche i non addetti ai lavori della complessità.
Mi riferisco al computer, più specificamente al fatto che come erroneamente detto nell’articolo di Vilma Torselli, Mandelbrot non ha teorizzato la geometria frattale, questo è un errore comune, M. ha solamente applicato teorie vecchie di decenni al mezzo informatico.
“E’ difficile sopravvalutare il ruolo svolto dal computer nella rivoluzione costituita dalla geometria frattale e dalla scienza del caos. Senza la potenza di calcolo necessaria per iterare un’equazione milioni di volte, la rivoluzione semplicemente non sarebbe stata possibile. Il computer, con la sua enorme velocità nel macinare numeri, è diventato per lo studio dei sistemi dinamici complessi quello che il microscopio è stato per la microbiologia, l’acceleratore di particelle per la fisica subatomica e il telescopio per lo studio del cosmo.”1
La geometria frattale non si basa sugli attrattori ma sulla logica iterativa, lo strumento diventa volano per la continua sperimentazione di concetti e teorie già analizzate ma fino a quel periodo necessariamente abbandonate o sottovalutate in quanto troppo complesse per le limitate capacità di calcolo ancora in gran parte affidate al pensiero dell’uomo.
Mandelbrot ha avuto il pregio di formalizzare visivamente una geometria altrimenti invisibile.
Se partiamo dal presupposto che il computer sia il mezzo che ci permette di gestire o capire o semplicemente tentare di giocare con il caos; anche in architettura, questo mezzo diventa discriminante.
Se parliamo di caos e sistemi complessi, purtroppo gli architetti “decostruzionisti”, non sono un esempio positivissimo, restano sempre architetti analogici in un’era digitale, utilizzano il computer come solo strumento di rappresentazione, questo non fa di loro architetti digitali.
Le ragioni sono fondamentalmente di ordine anagrafico e culturale, nessuno dei citati ha mai realmente affrontato l’uso dello strumento informatico come strumento evolutivo o generatore della propria architettura.
”Il suo metodo di lavoro non è stato cambiato dall’introduzione del computer, ma questo ha reso più agevole ai suoi collaboratori disegnare molte delle sue forme più stravaganti.”2
Più spesso si sono visti costretti a usare il C. per poter decodificare e gestire le proprie idee architettoniche.
Solo negli ultimi anni Eisenman ed Hadid, hanno iniziato a lavorare in modo intenso cercando di studiare le reali possibilità dell’ interazione computer-percorso progettuale.
Forse quando si parla di complessità bisognerebbe finalmente puntare a quanti in modi diversi ma altrettanto interessanti, stanno usando il computer in forma di strumento di ricerca.
MVRDV, Greg Lynn, Un Studio, Hani Rashid; sono alcuni di questi protagonisti impegnati in campi apparentemente diversi ma accomunati dall’esigenza di affiancare ed integrare il computer al proprio percorso progettuale.
Pensiamo con nuove prospettive. Fino ad oggi la geometria Euclidea ha influenzato in modo totale le regole compositive del nostro mondo e la conseguente rappresentazione; non sia mai che il computer facendoci accedere a prospettive altre, naturalmente cambierà anche le nostre architetture, come gli strumenti di rappresentaione prima di questo hanno sempre fatto.

Propongo:
“Flatlandia” Edwin A. Abbott http://www.matematicamente.it/libri/flatlandia.html
Saluti Giovanni

1”L’estetica del Caos” John Briggs.
2”Frank O. Gehry: Architettura e Sviluppo” a cura di Mildred Friedman

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