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Ci sono 2 commenti relativi a questo articolo

Commento 12498 di michele del 08/07/2013


complimenti per l'articolo così chiaro ed esaustivo.

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Commento 12500 di andrea pacciani del 17/07/2013


Oh! Finalmente qualcuno che si ricorda come il decostruttivismo sia stato l'ultimo colpa di coda di Pjilippe Johnson, il più proflifico e longevo stratega delle stagioni dell'architettura moderna, che ha saputo cavalcarla e traghettarla dal razionailsmo degli albori (fu allievo di Gropius) a quello maturo degli anni 60' dell'international style al postmodernismo negli '80 ed infine intuendone l'ultimo fuoco d'artificio nel decostruttivismo a 95 anni suonati, una e vita e una carriera al soldo dei Rockefeller.

E' proprio nella parabola eclettica del suo fondatore che bisognerebbe leggere le opere di che di volta in volta ha cavalcato le mode di una sperimentazione formale alla ricerca dell' espressionismo in architettura, sulla pelle delle generazioni che con quegli edifici hanno dovuto e dovranno convivere.

In un epoca di sostenibilità ambientale, di salvaguardia dallo spreco di territorio e di risorse rinnovabili il "non senso" di certe architetture sperimentali fanno rimpiangere a quando queste energie si concentravano nei padiglioni e per gli eventi delle Esposizioni Internazionali, nelle architetture scenografiche, e in quelle teporanee di spettacolo, ovvero in tutte quelle costruzioni progettate e costruite per celebrare la contemporaneità non dovessero intralciare la convivenza delle generazioni successive.

Una costruzione architettonica ha una durata media di un centinaio d'anni (il cemento armato dai manuali di tecnica non è garantito per di più di tanto,...meno male..), 4 generazioni di persone che vivono vite completamente diverse e lontane tra di loro su ogni fronte con la distanza generazionale sempre più ampia.

Mi piacerebbe che gli architetti sapessero progettare nella consapevolezza morale della durata delle proprie costruzioni nel lungo termine, non solo materiale ma anche della loro fruizione.
Non credo che a Liebeskind o Ghery e ai loro committenti interessi che tra 2 o 3 generazioni i loro edifici possano servire a qualcosa o a qualcuno, o siano manutenibili, restaurabili, ampliabili o modificabili, ma poichè la conemporaneità con cui sono stati progettati e costruiti passerà molto più velocemente della durata fisica degli edifici questo diventerà un problema.

Il danno conclamato è quello di una prevaricazione della libertà espressiva dell'architetto a danno della libertà di chi dovrà vivere in futuro in quei luoghi che non gli apparterranno più o che sarà costretto a demolire e ricostruire anzitempo.

E' un gioco che funziona ed ha funzionato per un secolo a tutto vantaggio del continuare a costruire senza interruzione alimentando la speculazione edilizia, rinnovando le poetiche espressive ogni vent'anni ed oggi inseguendo l'impreparazione culturale dei paesi in via di sviluppo

Ma oggi tutto questo sembra privo di senso. Qual'è il patto generazionale? Fino adesso è stato: ti lascerò una città più grande, più bella e più nuova in cui vivrai meglio grazie alle tecnologie ad oggi disponibili.

Oggi sembra tanto una promessa a cui non crede più nessuno.

La promessa dovrebbe essere: ti lascio una città più a misura d'uomo, con consumi contenuti, che potrai manutenere con poca spesa, adattabile nel tempo a nuovi usi, nuove funzioni e nuovi ospiti che oggi non sappiamo nemmeno immaginare.

E' qui che faccio fatica a vedere ancora vivo l'ultimo sogno di Philippe Johnson!


Tutti i commenti di andrea pacciani

 

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