Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Miserère!...Ligresti....

di Paolo G.L. Ferrara - 26/11/2008


NOTA INTRODUTTIVA: Per la prima volta antiTHeSi ripropone un articolo già pubblicato. La cosa potrebbe apparire strana per ciò che è una rivista digitale, ovvero un "luogo" ove gli articoli sono sempre rintracciabili. Ma oggi, leggendo un articolo di Alberto Statera apparso su "la Repubblica" e attinente ciò che si prospetta per l'Expò di Milano dal punto di vista degli appalti e delle compromissioni, mi è istintivamente venuto -amaramente- da ridere: nel mio piccolo, della situazione milanese ne avevo scritto già 4 anni fa, facendo proprio il nome di Ligresti. Dunque, visto che internet "è" l'attualità, perchè non riproporre un articolo su ciò che da anni (per non dire da sempre) è attuale...? Allego anche l'articolo di "la Repubblica". Paolo GL Ferrara

Nel 2014, entrando a Milano dall’autostrada dei Laghi o dalla Torino-Trieste, già estasiati dalle mirabilia della Fiera di Fuksas, non si farà più caso all' orribile edilizia (c'è di tutto, dalle torri di vetro specchiante ai capannoni in vero “stile” post modern...ovvero il peggio del peggio) disseminata all'ingresso di quella parte di città. Non ci farà più caso nessuno perché, dopo appena due minuti di orologio, vedrà stagliarsi in cileo le tre torri che la cordata City Life avrà appena terminato di costruire. La data del 2014 è infatti quella stabilita per realizzare l'intero sistema in cui s'inseriranno i tre grattacieli di Isozaki, Libeskind, Hadid, che andranno a fare compagnia alle altre grandi opere che Milano ha in cantiere e che, a detta di amministratori e politici vari, rimetteranno quella lombarda al passo con la grande architettura già presente in altre grandi metropoli mondiali. Dunque, a parte qualche nostalgico delle effimere identità milanesi che, riferendosi alla lingua progettuale di Libeskind, Gehry, Hadid, Eisenman, si ostina ancora a parlare di architettura quale "violenza psicologica" (prof. Piva) o di "architetti progettisti che non hanno avuto un'infanzia milanese" (prof. Schiaffonati), la vittoria di City Life sembra soddisfare quasi tutti. In effetti, il progetto è certamente frutto della qualità di cui Hadid, Libeskind e Isozaki sono capaci, anche se sembra proprio che abbiano voluto conferire -ciascuno al proprio grattacielo- la personalissima impronta che possa farci immediatamente capire la mano da cui è nato. Staremo a vedere quello che ne verrà fuori, ma è certo che dieci anni sembrano davvero molti per potere considerare l’architettura un fatto contemporaneo, soprattutto se consideriamo che non si tratta di progetti linguisticamente e territorialmente rivoluzionari. Comunque sia, quel che per adesso importa è che stia prendendo corpo il cambiamento anelato da tempo: la detronizzazione dell’enfasi razionalista-accademica, regina incontrastata di Milano sin dagli anni ’70 del XX secolo.
Accade però che, ex nìhilo, spunti un nome la cui opera omnia comprende la storia stessa della Milano edilizia degli anni ’60 e '70, quella della speculazione. Chi? Semper eadem: Salvatore Ligresti. Sì: dietro il progetto vincitore per l’ex area della Fiera c’è proprio il finanziere siciliano, padrone di Progestim, filiazione di Premafin, quella stessa che era indebitata per più di 1.000 miliardi di lire (siamo negli anni ’80 e ’90 del XX secolo) e salvata dalla longa manus di Enrico Cuccia grazie alla quotazione in borsa, a dimostrazione che Cicerone aveva ragione nel dire “nihil est quod fieri non possit”.
Lo so: quot homines, tot sententiae, dunque so anche che molti lettori si chiederanno perché, invece di parlare del progetto e fare considerazioni prettamente architettoniche, mi stia addentrando in un argomento che sembra essere assolutamente marginale rispetto i significati che la costruzione della nuova area ex fiera avrà per Milano e per il panorama architettonico italiano. No, non è un caso di currenti calamo; piuttosto lo è di assoluta lucidità su quanto sia attuale il ritorno ai grandi appalti di chi ha avuto a che fare con Tangentopoli.
I fatti sono noti alle cronache. Accusato di avere pagato tangenti per l’acquisizione degli appalti della metropolitana, Salvatore Ligresti venne arrestato il 16 luglio 1992. Dopo 112 giorni di gattabuia, arrivarono anche le condanne, prima delle quali fu quella per il superaccordo che sposò Eni e Sai, con quest’ultima nel ruolo di gestore di tutti i contratti assicurativi dell’ente petrolifero. Condanna a 3 anni e 6 mesi, che vennero poi ridotti di quattordici mesi, ma senza che Ligresti tornasse in carcere: andò invece ai servizi sociali per la Caritas ambrosiana. Unico inconveniente fu che non potè più restare presidente delle Società assicuratrici. Verrebbe da dire: “meno male! est modus in rebus”: almeno una condanna pro forma...
Un pò di anni prima di Tangentopoli, esattamente nel 1984, iniziava la travagliatissima storia del Parco Agricolo Urbano del Ticinello. Una serie di varianti al PRG diedero la possibilità a Ligresti di edificare il quartiere "Le Terrazze" e programmare quella per il "Lotto Bellarmino". In cambio, il costruttore avrebbe ceduto al Comune di Milano la metà di tutta l'area destinata al Parco Ticinello (450.000 metri quadrati). L'altra metà sarebbe stata espropriata. Questi gli accordi sulla carta. Sono passati venti anni ma Ligresti non ha ancora ceduto al Comune i 450.000 metri quadrati: si tratta delle famigerate "aree d'oro". Oggi Ligresti non compare più tra i proprietari delle aree, ma il Comune sta ancora trattando la loro cessione a prezzo politico, cessione che era vincolo assoluto per il nulla osta all'edificazione del complesso “Le Terrazze”. I palazzoni ci sono; il parco no. Storie italiane. Aggiungere altro sarebbe superfluo.
Ciò che si evince da tutta questa storia è che a distanza di venti anni l'Ing. Salvatore Ligresti è nuovamente protagonista di un'operazione che dovrà segnare il destino di Milano, tanto quanto lo era il “Piano Casa” del 1982, quello in cui rientrò il complesso “Le Terrazze”. Venti anni che separano il progetto dei tre grattacieli di Hadid, Isozaki, Libeskind da quello del Parco Ticinello. Venti anni per comprendere che nulla è cambiato e che Ligresti incarna perfettamente il detto “aere perennius”.
Rebus sic stantibus, chissà chi, elevate le tre torri dell' ex Fiera, si ricorderà più degli innumerevoli reati urbanistici a carico di Ligresti, scoperti dal coraggioso pretore Francesco Dettori ai tempi in cui l’amministrazione comunale di sinistra autorizzava al nostro quasi i due terzi delle concessioni edilizie di Milano, anche usando la famigerata “variante” al PRG. Come sappiamo, lo scandalo scoppiò causando sia la caduta di Tognoli che i problemi finanziari di Ligresti, i cui immobili restarono praticamente invenduti: dovevano essere case a basso costo; erano invece immobili destinati al terziario. Ad alti costi.

Ma da venerdì 2 luglio 2004, ore 10:45, venti anni dopo, àlea iacta est: 523 milioni di euro sono stati la migliore offerta per aggiudicarsi l’area ex fiera, 225 mila metri quadrati (su 400 mila) che saranno "il Central Park di Milano, la nuova piazza del XXI secolo che sostituirà piazza Duomo" (parole di Pierpaolo Maggiora, l’architetto italiano che ha preso parte al progetto). Felice lo è Luigi Roth, presidente di Fondazione Fiera, proprietaria dell’area: con i soldi della cordata Ligresti potrà così rientrare della spesa per le opere a Rho, quelle di Massimiliano Fuksas. Ligresti smentisce Seneca: per lui, il detto “ars longa, vita brevis” non vale. L’arte che predilige l’ha imparata bene e una vita gli è bastata per applicarla più volte. Quale arte? ma quella degli affari, no?...intelligenti pauca! Piuttosto, chiediamoci se davvero il progetto Libsekind-Hadid-Isozaki-Maggiora fosse il più meritorio architettonicamente o se abbiano contato più i soldi. Domanda retorica? sì, perché sappiamo bene che la conditio sine qua non per l'aggiudicazione fosse proprio l’offerta economica. La logica del profitto, lo si sa, sta di certo alla base degli investimenti nelle grandi opere ed è inutile fare falsi moralismi. L’importante è però che il profitto di pochi non danneggi la collettività, il che significa semplicemente questo: il progetto area ex fiera e tutti gli altri che Milano ha in cantiere saranno il volano per l’ascesa dei costi del mattone, ed è allora naturale chiedersi cosa si stia realmente facendo per realizzare una serie d’interventi che riguardino anche chi il mattone, a quel costo, non può permetterselo. Di più: cosa si sta facendo per dare a tutti una città vivibile (vedi, appunto, Parco Ticinello)? Inutile fare chiacchiere: se manca il tassello etico, qualsiasi progetto architettonico non ha valore.
La grande Milano cerca affannosamente di recuperare il tempo perduto sfornando megaprogetti su megaprogetti, nell’intento di avere a breve grandi architetture che siano simbolo di una città assolutamente adeguata al modus vivendi del XXI secolo. Il più è stabilire se esso debba riferirsi esclusivamente agli edifici in sé o se, piuttosto, il nuovo modo di vivere non significhi rendere la città luogo di tutti. Sì, perchè non basta destinare un padiglione della vecchia fiera a servizi destinati ai giovani e agli anziani per lavarsi la coscienza di un’operazione immobiliare servita esclusivamente per fare rientrare i costi sostenuti per il nuovo Polo fieristico. Attenzione, nulla contro le grandi firme, tutt’altro. La posizione di antiTHeSi è sempre stata orientata all’auspicio che anche in Italia s’iniziasse ad avere una vera e propria svolta linguistica rispetto le desolanti architetture di Gregotti o Aulenti. Una svolta linguistica che sottintendesse anche un messaggio di libertà identificata nella volontà di non chiudersi più in casermoni aberranti che annullano il sistema edificio-città-territorio. Quello che auspichiamo è che questa ondata di freschezza architettonica -certamente positiva- non venga trasformata in un interesse di pochi speculatori che -ne siamo certi- molto poco interesse hanno verso i significati linguistici dell’architettura. Ovviamente non si può chiedere a Libeskind, Hadid, Isozaki di informarsi su chi finanzierà un qualsiasi loro progetto ( o forse sì...?) e, nel caso di Milano, una volta scoperto che c’è dietro Ligresti, rinunciare a cotanto incarico. E' forse però bene spiegare ai nostri tre grandi architetti che, more solito, in Italia non conta se si è stati condannati per abusi e speculazioni; conta solo se si hanno i soldi per potere partecipare ad affari milionari (ovviamente, in euro) e rientrare nel grande giro degli appalti. E’ questo quello che non digerisco e che mai digerirò, pur ben sapendo che oramai il denaro è l’unico vero instrumentum regni (altro che la religione!).
E’ ceratmente bello leggere Libeskind dire che “...Il Ventunesimo secolo si presenterà sicuramente come una società democratica aperta, con condizioni plurime e adeguata alla ricchezza culturale della vita odierna” e che il progetto di City Life ne sarà simbolo. Ed è bello volergli credere, ma veritas filia temporis: non ci resta che aspettare il 2014 per vedere se anche le realizzazioni della ex fiera avranno contribuito alla nascita di una “società democratica aperta”.
Dimenticavo il chiarimento d’obbligo. Perché mai l’uso dell’intercalare latino? Semplice: il succo dello scritto non è forse che pecunia non olet....? (neanche per i grandi nomi dell’architettura).
Quod scripsi, scripsi....

NOTA: questo articolo è apparso su antiTHeSi per la prima volta nel luglio del 2004. ARTICOLO tratto da "LA REPUBBLICA" del 26.novembre.2008, a firma di Alberto Statera. <ì>ECONOMIA Una pioggia di miliardi, grattacieli come a New York, una montagna di costruzioni. Una maxioperazione gestita dai soliti imprenditori e dagli istituti di credito. MILANO, CITTA' SVENDUTA AL CEMENTO ECCO TUTTI I PREDONI DELL' EXPO' 2015 di Alberto Statera MILANO - L'"aringa rossa", antica astuzia venatoria, sta per fare della Milano da bere dell'epoca craxian-ligrestiana la Milano da mangiare della nuova era ligrestian-morattiana, trasformando l'Expo del 2015, dedicato all'alimentazione, in una colossale operazione immobiliare. I distinti cacciatori britannici usavano le "red harrings" per distrarre i cani da caccia degli avversari, gettando in luoghi strategici della riserva aringhe affumicate. I cacciatori milanesi di cubature immobiliari, che si definiscono "developers", stanno spargendo su 8 milioni di metri quadri di aree dismesse dall'industria manifatturiera che non c'è più, una selva di grattacieli firmati da architetti di fama mondiale, i cosiddetti "archistar". Quei grattacieli, secondo l'immagine di Renzo Piano, sono per l'appunto le "aringhe rosse" che servono a distrarre l'attenzione da quel che germoglia intorno: quartieri selvaggi, simili a quelli che hanno assediato la Roma dei palazzinari. O "caricature di città" nella città, come dice l'architetto Mario Botta. Dalla Bovisa all'ex Ansaldo, da Porta Vittoria a Porta Nuova - Garibaldi-Repubblica, dal Portello a Montecity-Santa Giulia, sono venticinque i grandi progetti, lottizzati tra i gruppi immobiliari con le immutabili regole del manuale Cencelli - tot a me, tot a te - che stanno cambiando lo skyline meneghino insieme a quelli del potere e delle ricchezze immobiliari d'Italia. Quanti sono i grattacieli che svetteranno a far ombra alla Madonnina? C'è quello nuovo della Regione a Garibaldi, monumento alla grandezza del governatore Roberto Formigoni, poi un'infinità di grattacielini "alla lombarda", una trentina di piani o poco più, tipo l'attuale Pirellone, definiti non proprio grattacieli, secondo la contabilità americana o asiatica, ma "case-torre". È nell'area della vecchia Fiera la nuova fiera dell'"aringa rossa". Si chiama CityLife, un affare da due miliardi, che prima ancora di partire è costato 523 milioni di euro, il prezzo pagato alla Fondazione Fiera per i 23 ettari (che diventano 36 con le aree limitrofe) acquistati dalla cordata immobiliar-assicurativa vincente. Domenica 11 maggio 2008. È quel giorno che una nuvola di polvere oscura i palazzi novecenteschi che si affacciano nella zona dell'ex Fiera, tra viale Boezio, Piazza VI Febbraio, via Gattamelata, Largo Domodossola, piazza Giulio Cesare, via Eginardo. Un'imprecisata carica di esplosivo ha sbriciolato in pochi secondi il Padigione 20, 230 mila metri cubi di calcestruzzo, per far luogo al mitico Central Park meneghino, che certificherà il Nuovo Rinascimento di Milano. È lì che sorgeranno non uno, ma tre grattacieli. Il più alto, di 209 metri firmato dal giapponese Arata Isozaki, il secondo di 170 metri dall'irachena Zaha Hadid e il terzo di 140 metri, quello a forma di banana che ha ferito il buongusto persino del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, progettato dall'americano Daniel Libenskind. "Milano è piena di gente che ha il membro storto - ridacchia Umberto Eco - ce ne sarà uno in più e prenderà il Viagra". Intorno 140 mila metri quadri di edilizia residenziale e 100 mila di uffici, il tutto in cinque mega-blocchi di altezza variabile tra i cinque e i venti piani, protetti da un sistema di "torri di guardia del quartiere". E il Central Park? Spezzettato lì in mezzo, tra i blocchi svettanti verso il cielo. Per non inorridire, non dovete affacciarvi oggi a una delle porte della ex Fiera, da cui non vedreste che un deprimente paesaggio lunare, o soffermarvi nel cratere vuoto di Porta Nuova, dove scaricano travi da 30 metri che dovranno sorreggere un tunnel stradale. Dovreste invece passeggiare intorno ai plastici esposti in uno show-room che i padroni di CityLife, cioè Ligresti, i Fratelli Toti della Lamaro, gli stessi immobiliaristi che spadroneggiano a Roma, insieme a Generali e Allianz hanno voluto a piazza Cordusio, cuore della Milano bancaria. O, ancora meglio, farvi mostrare il rendering, cioè le simulazioni al computer, come consigliano Luigi Offeddu e Ferruccio Sansa nel loro libro "Milano da morire", dove con ironia raccontano visioni paradisiache di grattacieli scintillanti in un cielo di purissimo azzurro. Come a Milano si vede non più di dieci giorni l'anno. Ligresti chi? Sì, proprio quel Salvatore Ligresti della Milano da bere craxiana. Si dice che a volte ritornano, ma nonostante le condanne di Tangentopoli, la prigione, l'affidamento ai servizi sociali, don Salvatore, come lo chiamano, non se ne è mai andato. Oggi controlla buona parte dei sei principali progetti immobiliari milanesi, che valgono 7 miliardi di euro: non solo CityLife, ma anche Porta Nuova-Garibaldi. E non c'è a Milano chi non corra a baciare la pantofola del finanziere pregiudicato, originario di Paternò, provincia di Catania. È cambiato soltanto l'azionista di riferimento politico (ma chi è azionista di chi?) in quell'intreccio di mediazioni opache tra mattoni e finanza, tra affari e politica, che l'ex capitale morale non ha mai dismesso e che ha rilanciato entusiasticamente con il miraggio dell'Expo. Prima era Craxi, che si narra sia stato accompagnato proprio dall'uomo di Paternò in visita al conterraneo Enrico Cuccia, allora dominus del capitalismo italiano. Oggi è quella Milano della politica senza qualità, sospesa tra postfascismo, berlusconismo, leghismo e integralismo affaristico ciellino. Di Craxi resta Massimo Pini che, passato ad An, ricopre ruoli importanti nella galassia assicurativo-cementizia di Ligresti. Ma la costante è la famiglia La Russa di Paternò, il cui capostipite Antonino, antica autorità missina di Milano, seguì amorevolmente quasi cinquant'anni fa i primi passi del compaesano che fu scelto per sostituire a Milano gli ormai inaffidabili fiduciari Michelangelo Virgillito e Raffaele Ursini. Ignazio La Russa presidia il ligrestismo al governo, il fratello Vincenzo e il figlio Geronimo siedono nel Consiglio della ligrestiana Premafin. Berlusconi, che quando faceva il palazzinaro non amava il concorrente nel cemento e nel cuore di Craxi, ora rischia d'imparentarsi con lui, dal momento che uno dei figli giovani è fidanzato con una nipotina Ligresti. Le solite facce, i soliti nomi. A Milanofiori e ad Assago c'è Matteo Cabassi, quinto figlio di Giuseppe, "el sabiunatt" degli anni Settanta. È titolare di una parte dei terreni a destinazione agricola su cui sorgeranno le opere dell'Expo. Cedendoli al Comune si troverà 150 mila metri quadrati edificabili. A Porta Vittoria si sono fermati i lavori dopo l'arresto di Danilo Coppola. A Santa Giulia, sud-est di Milano, area Montedison, e a Sesto San Giovanni nell'area Falck, sta affondando un altro furbetto. È Luigi Zunino, esposto con le banche, soprattutto Intesa-San Paolo, per 2 miliardi. Con questi chiari di luna, riuscirà l'immobiliarista piemontese a fronteggiare il debito vendendo i palazzoni residenziali di Rogoredo che fanno da sfondo alla nuova sede argentea di Sky-Tv? Forse quelli di edilizia convenzionata a 2-3 mila euro al metro quadrato. Ma quelli di lusso progettati da Norman Foster, a 7-10 mila? Chissà se arriveranno fondi del Dubai a riprenderlo per i capelli. Ligresti, Cabassi, i furbetti, Pirelli RE, i texani di Hines, Luigi Colombo, Manfredi Catella. Vecchio e nuovo - dice l'urbanista Matteo Bolocan Goldstein - "convivono nella modernizzazione equivoca di Milano, in una dimensione opaca, con una poliarchia solipsistica che non fa sistema". Chi più chi meno, tutti lavorano con la cosidetta "leva finanziaria", che in pratica vuol dire i soldi delle banche. Sui 7 miliardi finora investiti sulla carta, sei, circa l'85 per cento sono di Intesa-San Paolo, Unicredit, Popolare di Milano, Monte dei Paschi, Antonveneta e Mediobanca, mentre la Banca d'Italia giudica corretta una quota del debito non superiore al 70 per cento rispetto al totale e un'equity del 30 per cento, cioè di investimento di tasca propria. Sarà rispettato adesso, in piena crisi finanziaria globale, il "lodo Draghi" e, se sì, cosa capiterà dei mille e mille progetti cementizi già avviati o che stanno per partire? Chissà se la salvezza, o il disastro, verrà dal progetto dell'assessore allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli, definito dal suo ex collega Vittorio Sgarbi "coerente e leale vandalo integralista", che vuole una Milano con 700 mila abitanti in più, portandola da un milione e 300 mila a 2 milioni tondi. Come? Con più volumetrie ai palazzinari privati, aumentando gli indici di edificabilità di un terzo, da 0,65 a 1, o - precisa - "anche di più", con vincoli e regole ridotti al minimo. Una Milano da 2 milioni? "Una favola campata in aria", per Gae Aulenti. Vi immaginate le centinaia di migliaia di persone che dal 1974 hanno lasciato le cerchie cittadine per rifugiarsi nell'hinterland, che tornano come in un controesodo biblico perché Masseroli fa l'housing sociale a 2 o 3 mila euro al metro? In Consiglio comunale si battaglia sul progetto Masseroli tra carrettate di emendamenti. Se mai, bisognerebbe occuparsi del destino delle decine di migliaia di metri cubi di uffici sfitti e dei nuovi che stanno per arrivare sul mercato invece che del cemento fresco, avverte l'architetto Stefano Boeri. E non dimenticare che Milano è una "città costretta", come la definisce Bolocan, che, con Renzo Piano, retrodata agli anni Sessanta e Settanta l'era milanese più fervida di sviluppo. "Due milioni di abitanti?" si chiede perplesso anche Carlo Tognoli, che dal 1976 fu sindaco per un decennio: "Nel dopoguerra ci fu il piacere della crescita, poi ci si accorse che la crescita non poteva essere esagerata". La Milano metropoli da due milioni, piccola Londra o New York ma senz'anima, sembra replicare l'apologo della ricottina, quello della pastorella che camminando verso il mercato aumenta via via il valore teorico della forma da vendere che trasporta in bilico sulla testa. Finché la ricottina cade e si spiaccica per terra. Ciò che rischia di accadere per l'Expo. "Sarà sicuramente un fallimento", sentenzia Sgarbi, accusando "Suor Letizia", che lo ha licenziato da assessore mettendo al suo posto a gestire la cultura un culturista, nel senso di body builder, di essere un sindaco inadeguato, che annaspa tra le contraddizioni. Per di più assistita da Paolo Glisenti, che egli giudica "l'elaborazione intellettuale del nulla" e che il titolare del salvadanaio Giulio Tremonti, che lo ha in uggia, farà di tutto per non favorire: "Dimenticatevi che lascerò tutto in mano alla Moratti", ha avvertito il ministro. Durante la campagna-acquisti di voti per l'Expo dei paesi minori, costata dieci milioni, sono stati regalati scuolabus nei Caraibi, borse di studio nello Yemen, in Belize e altrove, il progetto di una metrotranvia in Costa d'Avorio, una centrale del latte in Nigeria, bus dismessi a Cuba e quant'altro. Ma adesso viene il difficile. Tolti i 4,1 miliardi necessari per realizzare il sito fieristico, mancano quasi tre miliardi per le opere infrastrutturali essenziali (metropolitane, ferrovie, stazioni, raccordi, strade) e 6 miliardi per le infrastrutture "minori". Il sogno della Milano da mangiare, che rischia di infrangersi come la ricottina della pastorella, oltre a 65 mila nuovi posti di lavoro dal 2010 al 2015, vagheggia 29 milioni di visitatori, 160 mila al giorno per sei mesi, che porteranno un indotto di 44 miliardi di euro. Ma perché quasi trenta milioni di persone dovrebbero venire a Milano nell'estate 2015? Per vedere il grattacielo-banana? Per una mostra sull'alimentazione? Saragozza è stata un flop. Pazienza. A Milano, comunque vada, nel terzo lustro del nuovo secolo potremo lasciare l'auto nel parcheggio di cinque piani scavato sotto la Basilica di Sant'Ambrogio, nel parco medievale più importante della civiltà lombarda. Un insulto cui la borghesia intellettuale di Milano non vuole rassegnarsi. E tra le aringhe rosse avremo la città dei developers, "una città che si prostituisce al miglior offerente". Parola dell'architetto inglese David Chipperfield. ALBERTO STATERA

(Paolo G.L. Ferrara - 26/11/2008)

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Commento 6598 di carlo alberto cegan del 25/12/2008


Bello e intrigante il testo.
Le consiglerei un articolo con un titolo più o meno di questo tipo:
MASTERPLAN E FONDI DI INVESTIMENTO!!!!!!

lE GARANTISCO SUCCESSO EDITORIALE ASSICURATO.

UNA PENTOLA ESPLOSIVA.

POI CASAMONTI E GLI ALTRI ACCOLITI VENGON DA SE..........
AIDA, IPOSTUDIO , L'UNIVERSITA' ITALIANA CHE FINALMENTE HA VISTO LA STRADA PER RIEMERGERE E SI E' INFILATA NEL BUCO PROFONDO DELLA PEGGIOR SPECULAZIONE FONDIARIA/FINANZIARIA E DI COSTUME DELGI ULTIMI 100 ANNI.

Redenzione a Casamont????
Dice il giudice che è formidabile e instancabiele organizzatore di trame ....un'architetto !!! Capite la gravità ??? La soglia è superata.
Arrestato per reiterazione di reato e inquinamento.
Infatti pur inquisito 1 anno fa per castello telefona con spregiudicatezza alla fine di ottobre del 2008 agli accoliti e si mette d'accordo con stupefacente sicurezza e arroganza con tutti al telefonino.
Spavaldo e sicuro.
e PARETCIPAVA A CONVEGNI, KERMESSE, DIBATTITI, WORKSHOP.
E il branco di studenti a contestare il decreto trasparenza nell'università !!

Son tempi grami cari architetti , bui e cupi.
Io che non sono affatto uomo di sinistra andate a vedere la Gabbianelli e il suo report sull'affare speculativo che sis sta bbattendo su roma e che coinvolge tutti..........

Tutti i commenti di carlo alberto cegan

 

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Commento 6563 di Leandro Janni del 01/12/2008


“NUTRIRE IL PIANETA, ENERGIE PER LA VITA”. Per chi ancora non ne fosse a conoscenza, quello qui riportato è l’ambizioso, aureo motto che contrassegnerà la quasi imminente, o meglio, incombente Expo milanese del 2015.
Un appuntamento che, come molti segni concordi mostrano inequivocabilmente, minaccia di trasformarsi in una sterile esibizione di muscolatura “dolce”, per un capitalismo globale in fatale crisi.
Tanta verbale soavità, tanta ostentata attenzione per la “sostenibilità” - ambientale, territoriale, sociale, economica, etnica, culturale, ecc., ecc. - non possono che apparire superficiali mascheramenti per un’impresa che, al di sotto della patina di una nuova coscienza ecologica, nasce oggettivamente e inesorabilmente sotto il segno della cementificazione e della infrastrutturazione forzate. Oltre che, dalla insensata celebrazione del mito della crescita illimitata, della subordinazione sistematica dell’agricoltura, e del suo territorio, alle ragioni provvisorie dell’industria e del commercio globalizzati.
Insomma: italiche mistificazioni, in grande stile.

Tutti i commenti di Leandro Janni

 

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Commento 6560 di renzo marrucci del 27/11/2008


Di gravidante attualità l'articolo di Ferrara. Non saprei dedurre né il tipo di gravidanza né il tempo ma la rotondità apparente è certo complessa.
Di De-crescimento piuttosto che di Nuovo-rinascimento parlerei ma non avrei più paura di quei tre clandestini imbelinati di futura cittadinanaza milanese... Che ormai sono come macchiette e metabolizzata la nausea non ci resta che almeno ridere...
Rimarranno sulla coscienza di qualcuno è vero ma soprattutto dei mila nesi... che ormai non ci sono più e allora?
Bisogna anche ridere alla battuta di Maggiora per la nuova piazza del Duomo? E' ha discrezione... Ognuno secondo il suo spirito... Ovviamente l'avvocato Assessore Masseroli vuole portare a duemilioni i cittadini milanesi? Ma ancora nessuno gli ha spiegato? Che con la politica che lui pensa, che crede attuabile, riuscirà a far diminuire... appunto a de-crescere gli abitanti attuali? Nessuno gli ha spiegato? Milano diviene invivibile sempre di più per una serie di tragiche ingordigie urbanisti che... La bellezza salverà il mondo? Ci dovrebbe spiegare di quale bellezza è assertore... Dovrebbe pensare a mantenere gli abitanti che sono "costretti" a rimanerci ma... come fa a pensare? Dia una occhiata al Centro Storico e accolga l'invito a qualche raccoglimento spirituale sullo stesso... Poi un altro sulla periferia e... magari ... E convinca poi anche la gent.ma signora Moratti ad un attimo di riflessione... Mi sembra che sia da rilevare una totale assenza di spiritualità ma potrei sbagliarmi....?
Gli imprenditori sono imprenditori caro Ferrara... Im-prendi-tori... Non è latino ma a imprenditor... poche parole...

Tutti i commenti di renzo marrucci

 

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Commento 760 di Andrea Pacciani del 06/07/2004


Ottimisticamente la fine prevista dei lavori è il 2014 ma con i tempi italiani sarà più verosimile il 2019.
"Dieci anni sembrano davvero molti per potere considerare l’architettura un fatto contemporaneo, soprattutto se consideriamo che non si tratta di progetti linguisticamente e territorialmente rivoluzionari".
L'architettura fatua corrente, di fatto non può stare al tempo dell'edilizia reale o deve essere talmente "rivoluzionaria" e anticipatrice da arrivare a compiutezza con il minimo del ritardo possibile per vivere almeno qualche stagione da contemporanea: che frustrazione!
Finalmente ci si rende conto che le grandi opere, almeno in Italia per i suoi tempi, sono pertanto per lo più precluse a quella architettura che privata della freschezza della novità e dello stupore diventano inutile formalismo.
La mia sensazione che avere abbandonato i valori della rappresentazione e dell'identità delle persone che devono vivere le architetture per uno sperimentalismo autoreferenzialista, porti ad un piccolo recinto d'oro chiuso in se stesso per le grandi firme che di fronte ai divismi dello starsystem, genera indifferenza e al più sdegno e acredine verso la nostra professione (leggi i commenti ai grattacieli sul forum del sito del corriere).
Non mi stancherò mai di ripetere che per tutta la storia dell'uomo gli architetti hanno progettato sapendo che non avrebbero sopravvissuto alla compiutezza della loro opera e terminando le opere a loro sopraggiunte dal passato, adattandole alle sopraggiunte necessità, in modo di lasciare ai loro successori la possibilità di fare altrettanto.
Questa regola è stata rispettata per millenni con il risultato che oggi ancora abitiamo in edilizia di epoca medievale continuamente rimaneggiata nei secoli e perfettamente ancora idonea alla nostra vita contemporanea (è più ricercata dal mercato di qualsiasi edificio del XX secolo di pari posizione)
La rapidità della costruzione edilizia dal dopoguerra in poi ha esaltato la possibilità di catturare i presunti rapidi cambiamenti della vita contemporanea in architetture sperimentali.
Di fatto i fallimenti di un secolo di edilizia moderma e quelli annunciati anche in questo scritto di quella neo-espressionista di Ligresti che rappresenterà a breve, in ritardo, il dibattito architettonico contemporaneo, danno ancora di più ragioni all'esperienza della città storica e della sua architettura, non tanto nella sua originalità materiale, quanto alla sua originalità progettuale di adesione al vivere quotidiano e al successo di adattabilità nel tempo ai cambiamenti di stile di vita.

Tutti i commenti di Andrea Pacciani

 

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