Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Sull'idea di complessità

di Sandro Lazier - 8/8/2006


Breve premessa

L'architettura decostruttivista ci esibisce la visione di un mondo distrutto, di un universo ridotto in briciole, in frantumi di vetro. Questo gruppo di architetti (oggi molto in voga) utilizza il termine "frattale", ma in un senso completamente sbagliato. Io so cos'è un frattale, e vi assicuro che non è questo. In progetti e in articoli di architettura loro parlano di "caos", di "sistemi non-lineari" e di "complessità" senza avere nessuna idea di che cosa siano. Ma per loro, questa ignoranza non è una vergogna, perché serve alla promozione commerciale e non alla verità scientifica.
Ho trovato queste affermazioni di Nikos Salingaros all’indirizzo http://www.stefanoborselli.elios.net/news/archivio/00000127.html.
Dovrò incontrare personalmente il professor Salingaros ad Alba, nel mese di settembre, in occasione di Architentare, un evento in cui si parlerà di architettura e anti-architettura. Si parlerà anche sicuramente di complessità e, per questa ragione e soprattutto per contraddire quanto dall’illustre citato, ho pensato bene di riprendere uno scritto di alcuni anni fa, che ripropongo ai lettori volenterosi di misurarsi in campo scientifico. Tanto per invadere, appunto, il campo, visto che gli altri lo fanno nel nostro, senza tanti riguardi.

Per approfondire vedi anche:
Complessità e Semplicità di Franco Pastrone (http://matematica.uni-bocconi.it/pastrone/complessita.htm)
Caos, Instabilità e Impredicibilità di Stefano Galatolo (http://www2.ing.unipi.it/%7Ed80288/pezzi/index.html)

Sull'idea di complessità
di Sandro Lazier

Complessità

"[...]progettare in uno spirito evoluzionista non comporta la riduzione dell'incertezza e della complessità, ma il loro aumento. Aumenta l'incertezza perché decidiamo di ampliare lo spettro delle scelte. Entra in gioco l'immaginazione. Invece di fare ciò che è ovvio, vogliamo ricercare e tenere in considerazione anche ciò che non è così ovvio".(Eric Jantsch)
Definire la complessità nella sua accezione semantica può risultare assai arduo.[1]
Spesso, infatti, si usa definire complesso ciò che in effetti è solo complicato, ignorando gli elementi che distinguono complessità e complicazione. Tali elementi, tralasciando gli aspetti propriamente scientifici che determinano la distinzione[2], hanno quale caratteristica principale quella di procedere dinamicamente mediante interazioni con il mondo esterno, producendo effetti imprevedibili - a volte stupefacenti- senza alcun nesso logico e perfino in contraddizione con i dati e le aspettative iniziali.
In uno stadio affollato, l'improvviso starnuto di uno spettatore può provocare una serie di reazioni, spinte, movimenti improvvisi per i quali un altro spettatore, situato dalla parte opposta, potrebbe precipitare nel vuoto senza rendersi conto della causa del suo incidente. Uno stadio affollato è un sistema complesso perché piccoli cambiamenti iniziali possono produrre effetti indesiderati senza alcuna possibilità di fare delle previsioni analitiche per l'alto numero di variabili - in questo caso rappresentate dagli spettatori - che nessun modello di calcolo potrebbe valutare in tempi accettabili. Mentre risulta possibile un'analisi retrospettiva che per via logica determini il succedersi dei rapporti causali che hanno prodotto il cambiamento, l'analisi in senso opposto non è ammissibile in tempi tollerabili.
Così l'analisi retrospettiva è complicata, quella previsionale è complessa.
La complessità inoltre, non è insita nelle cose ma sta nel codice di lettura. Se si estraggono quattro lettere dell'alfabeto e si compongono secondo le combinazioni possibili si ottengono 24 (4!) parole reali, il cui senso o significato dipendono dal linguaggio connaturato al codice di lettura. Beninteso, tutte le parole sono reali e non hanno caratteristiche semantiche intrinseche, cosicché poche hanno probabilità di sopravvivere all'interpretazione formale. Porre in atto un'analisi previsionale solo con gli strumenti della logica razionale equivale a compiere una somma matematica con numeri variabili, instabili, impossibili da fissare numericamente e con infinite soluzioni. Escludere aprioristicamente dall'esistenza reale combinazioni non interpretabili significa l'abbandono di ogni possibilità evolutiva.
Per questa ragione, l'approccio ai sistemi complessi presuppone l'abbandono di concetti chiusi e chiari, in netta rottura con l'idea cartesiana per cui tutto ciò che è chiaro e distinto rappresenta in qualche modo la realtà.
Questo approccio apre la strada al conflitto tra ordine e disordine, rivalutando in senso evolutivo le manifestazioni disordinate, aleatorie e caotiche che saranno viste più avanti.
In sintesi, gli elementi che definiscono grossolanamente la complessità sono quindi:
- l'aspetto dinamico che condiziona ed allo stesso tempo determina l'evento
- l'aspetto interattivo che connette il singolo evento con eventi contemporanei[3]
- l'aspetto logico, legato all'impossibilità di ridurre ad algoritmo tollerabile la pretesa prevedibilità dell'evento, in senso tradizionalmente scientifico.
L'aspetto dinamico è particolarmente importante in senso logistico in quanto determina, in funzione del numero degli elementi che partecipano all'evento - prescindendo dal principio ologrammatico[4] - il grado di complessità dello stesso. Pochi elementi con grande velocità interattiva danno luogo, in tempi brevi, ad un evento pari a quello che molti elementi a bassa velocità possono produrre[5].
Così, sistemi particolarmente aperti, hanno velocità d'interazione maggiore rispetto a sistemi tendenzialmente chiusi, poiché la maggiore possibilità di scambio interattivo richiede tempi minori a parità di partecipazione attiva.
L'aspetto interattivo è determinante nella definizione di un sistema complesso, in quanto esclude a priori il principio logico dell'osservazione oggettiva, unica in grado di garantire l'universalità dei fenomeni osservati. Escludendo dall'osservazione l'osservatore, il medesimo diviene parte dell'esperimento ed influisce sullo stesso cambiandone evolutivamente il tragitto.
Ne risulta che l'insieme delle osservazioni conduce, bene o male, alla modifica dell'evento osservato, alterandone in conseguenza l'evoluzione. Nessun evento, nel campo complesso, può quindi essere assunto a modello universale, procurando il conseguente atteggiamento della rivalutazione in termini fondamentali di contingenze singolari - nel senso della singolarità - quali la località e temporalità dei fatti.
L'aspetto logico, data la sua importanza storico-filosofica nelle società occidentali, rimane l'aspetto più dibattuto e rappresenta l'attuale terreno di battaglia per filosofi e matematici.
I limiti della logica matematica sono stati segnati dalla dimostrazione di Goedel[6] che ha tolto ai formalisti il modello meccanico della matematica e del mondo. Il pregiudizio riduzionista secondo il quale, attraverso successive generalizzazioni, si sarebbe dovuti arrivare ad una semplificazione unitaria dei fenomeni naturali - e quindi anche sociali - è crollato poiché minato alla base - come una piramide capovolta - nei suoi fondamenti assiomatici, trascinando nel crollo la pretesa della logica classica relativa alla universalità ed atemporalità delle leggi della natura. Infatti, assiomi veri nel contesto della logica rigorosa non lo sono nel contesto dinamico[7]. L'informatica , con i suoi calcolatori, ha compreso e applica schemi logici in modo dinamico, con grande sorpresa nei risultati.
Per concludere, riepilogando gli aspetti più importanti ai fini di una comprensione finalizzata ad illustrare la progettualità in un sistema complesso, i medesimi possono essere riassunti soprattutto nella conseguente situazione di difficoltà ed incertezza che genera l'approccio a tali sistemi.
In particolare l'incertezza esprime come condizione parallela i concetti di disordine e caos.

Ordine, Disordine, Caso e Caos

Fin dall'antichità il dualismo ordine-disordine ha impegnato le notti dei pensatori più o meno raffinati, degli scienziati, dei politici e dei comuni mortali.
Misticismo e scientismo, arte e religione hanno fatto riferimento sin dall'origine alla competizione estetica e moralistica tra bene=ordine & male=disordine.
L'incapacità di comprendere[8] secondo un modello non razionale ha prodotto culturalmente un atteggiamento via via più ostile verso le manifestazioni confuse ed imprevedibili.
La presuntuosa superiorità dell'essere umano è giunta persino a credere che la natura e le sue manifestazioni rispondessero a leggi rigorosamente formulate da chissà quale entità dispotica. Il conseguente fatalismo deterministico ha sconvolto le menti al punto che tuttora possiamo piangere gli orrori procurati dalla sua applicazione ideologica.
L'ordine comporta molti vincoli i quali spesso diventano insopportabili e liberano la parte istintiva e razionalmente emotiva che ci appartiene.
Il disordine ci ha sempre spaventati, a volte più dell'ordine ossessivo, costringendoci a strani equilibri in bilico tra drammi esistenziali o banali punizioni corporali.
L'aspetto contraddittorio che ha caratterizzato l'uomo del nostro secolo è configurabile nella impossibile conciliazione tra i due concetti fondamentali che sostengono i sistemi democratici: libertà e giustizia. La giustizia presuppone un minimo d'ordine, la libertà un minimo di anarchia e disordine. Il giusto equilibrio di questi contraddittori componenti ha determinato la fortuna o meno delle varie nazioni, privilegiando quelle che hanno manipolato gli ingredienti con estrema cautela, consci della rischiosità di tale insolito miscuglio. La storia ha dimostrato che un minimo di disordine è necessario per evitare le catastrofi.
Ho volutamente inserito le riflessioni precedenti poiché l'importanza del tema è tale che, come asserisce G. Casati, la teoria relativa allo studio dei sistemi disordinati "[...]rappresenta la terza grande rivoluzione scientifica di questo secolo, dopo la relatività e la meccanica quantistica. [...]anzitutto abbiamo imparato una lezione molto importante: le leggi semplici non portano necessariamente a comportamenti semplici. Sarebbe alquanto vantaggioso se questo concetto fosse tenuto presente non solo nelle discipline scientifiche, ma anche nella vita politica ed economica."
L'antagonismo logico fra le nozioni di ordine e disordine ha dato vita a diversi atteggiamenti filosofico-culturali riassumibili nei tre schieramenti seguenti:
- order from order (ordine dall'ordine) -stabilisce che l'ordine naturale delle cose scaturisce da ferree leggi di natura;
- order from disorder (ordine dal disordine) -stabilisce che l'ordine statistico a livello delle popolazioni si produce a partire dai fenomeni disordinati ed aleatori al livello degli individui;
- order from noise (ordine dal caso) - stabilisce che da fenomeni di turbolenza disordinata possono nascere fenomeni ordinati od organizzati.[9]
Il primo è il principio classico che ha dominato la storia fino al nostro secolo e sembra rappresentare tuttora il principio ispiratore di quasi tutte le funzioni sociali in ambito operativo. L'impianto burocratico tradizionale ne rappresenta l'espressione funzionale di massimo riferimento, malgrado sia dimostrata la sua inefficienza ed inefficacia soprattutto in sistemi particolarmente dinamici come le società attuali.
L'impostazione in senso burocratico non valuta assolutamente la variabile dinamica procurando un enorme spreco di energie sociali altrimenti destinate alla produzione evolutiva.
Lo stesso concetto di tutela e controllo sociale andrebbe risolto mediante strumenti più rapidi e meno mortificanti rispetto agli elementi liberi della struttura sociale e non dovrebbero annullare le individualità a favore di entità intermedie coagulate a livello associativo e formalizzate su livelli gerarchici di tipo burocratico.[10]
Il principio burocratico è un principio a discesa che presuppone un vertice legiferante il quale distribuisce a pioggia sull'intero territorio sociale gli effetti della regola, indipendentemente dalle capacità interattive del contesto cui è applicato "l'algoritmo funzionale".
Considerato che i sistemi sociali hanno grado di complessità molto elevato rispetto alle strutture meccaniche, dovremmo essere più che convinti di una scomposizione in senso antigerarchico e trasversale degli organismi sociali e territoriali.
Il secondo principio, detto anche principio statistico, trae origine dalla formulazione in termini probabilistici delle leggi della termodinamica di inizio secolo.
Tali leggi dichiarano che la materia non ha alcuna intenzione di passare da uno stato più caldo ad uno più freddo in virtù di qualche legge sovrannaturale, ma questo succede semplicemente perchè è molto più probabile che avvenga in questo modo anziché in altro.
Le implicazioni filosofiche al riguardo sono state e sono tuttora terribilmente importanti perchè tolgono alla natura l'arbitrarietà delle sue leggi.
Ciò che prima era definita legge di natura ora è ridotta a semplice evento probabilistico: è così ma potrebbe essere anche diversamente!
Il calore, movimento caotico e turbolento a livello atomico, si manifesta a livello sensibile come regola statistica i cui effetti reali sono analizzabili all'interno della logica razionale.
Questo comportamento fisico ha ispirato il principio per cui gli stati di ordine statistico possono essere conseguenze di uno stato disordinato a livello elementare.
Tale modo di intendere la realtà è molto prossimo al terzo principio che abbiamo individuato e che approfondisce il nesso che produce l'organizzazione degli elementi in relazione ai concetti di ordine e disordine.
Il terzo principio risulta il più attuale a livello scientifico. La scoperta più importante nell'ambito dei sistemi complessi, infatti, riguarda il caos ed il suo strano comportamento. Sentite cosa dice il fisico Ilya Prigogine: "[...]basta sottoporre un gas o un liquido a un gradiente in dipendenza di vincoli esterni per assistere alla scomparsa del caos molecolare e all'apparizione di stati coerenti in cui un numero immenso di unità si trova ad interagire e a costruire degli stati collettivi. Altrove ho trattato a lungo dell'esempio dell'instabilità di Bnard, in cui si scalda un liquido dal di sotto, ed ho potuto mostrare le magnifiche correnti e le grandi celle di convenzione che si producono in seguito al non equilibrio. Il non equilibrio trasforma completamente le proprietà della materia: a causa del non equilibrio le particelle diventano "sensibili" ad altre molecole che si trovano a distanze macroscopiche. Mi piace dire, in certo qual modo, che nello stato di equilibrio la materia è cieca e che essa comincia a vedere nello stato di non equilibrio....Penso che il risultato più inaspettato provenga dal ruolo costruttivo del non equilibrio."[11]
Il ruolo costruttivo del non equilibrio è da intendersi come condizione essenziale di ogni forma organizzata in senso evolutivo; così la vita stessa non sarebbe possibile in un mondo in perfetto equilibrio, organizzato secondo regole inderogabili. Il caos, quindi, produce forme organizzate. Anzi, nessuna forma organizzata sarebbe possibile senza la presenza di una forma di turbolenza non lineare. Lo studio matematico dei sistemi non lineari[12] dimostra come in effetti sia molto difficile ottenere funzioni che mantengano per lungo tempo turbolenza e carattere di instabilità. Sovente ci si trova in presenza di punti o aree di regolarità chiamati attrattori.
Quando questi sono particolarmente complessi prendono il nome di attrattori strani e sono alla base dei frattali[13], la scoperta più bella ed interessante della moderna geometria.
Le forme complesse più belle della natura o dell'uomo sono derivazioni di sistemi anarchici e caotici attratti, ognuno attraverso la propria libertà di movimento, verso un auto-progetto auto-organizzato multifunzionale.
Nessun progetto predefinito potrebbe dar luogo a situazioni spaziali complesse come una catena montuosa o una città come Venezia.
Nell'un caso come nell'altro, un vincolo fisico potente - l'assetto geologico nel primo caso e la presenza lagunare nel secondo- ha agito da attrattore per le interazioni millenarie dovute alle situazioni climatiche o alla presenza umana.
L'auto-organizzazione sembra quindi essere la nuova sfida progettuale capace di connettere intellettualmente gli uomini con il loro territorio. La banale ricerca della semplificazione concettuale porta inevitabilmente allo stato di equilibrio mediante l'omologazione dei comportamenti che, contrariamente a quanto si riteneva, non rappresenta la forma migliore di organizzazione sociale ma, contraddittoriamente, la sua morte per stasi.
Il progetto va quindi posto in termini di ricerca degli attrattori i quali, permettendo la massima libertà d'azione degli individui -e maggiore è la libertà più alto è il numero d'interazioni possibili e quindi maggiore è la velocità di convenzione- danno luogo a risultati complessi e dinamicamente compatibili con il contesto che li accoglie. Il classico principio "unità nella diversità o diversità nell'unità" è oggi immaginabile da un punto di vista realistico e non utopico, a condizione di saper valutare con precisione e tempestività i vincoli attrattori che rappresentano in forma di rilievo statistico il concetto di giustizia sociale indispensabile alla civile convivenza, riducendo il tributo in termini di repressione analitica delle libertà individuali e del loro potenziale d'instabilità costruttiva.


Note:

[1] "Se si potesse definire la complessità in maniera chiara, ne verrebbe evidente che il termine non sarebbe più complesso." (E. Morin)
[2] Per un approfondimento tecnico-scientifico sull'argomento vedi "La sfida della complessità" - Feltrinelli - a cura di G. Bocchi e M. Ceruti.
[3] Il paradosso di Niels Bohr: "Le interazioni che tengono in vita l'organismo di un cane sono interazioni che non possono essere studiate in vivo. Se si volesse studiarle correttamente, bisognerebbe uccidere il cane."
[4] Il principio ologrammatico è quello che possiedono gli organismi biologici per cui ogni cellula, anche la più insignificante, possiede in sè il codice genetico di tutto il corpo. Quindi, per conoscere una parte occorre conoscere il tutto e per conoscere il tutto occorre conoscere le sue parti.Ciò esclude sia il principio riduzionista, che vuole conoscere il tutto attraverso lo studio di una sua parte, che il principio olistico che ignora le parti per comprendere il tutto.Secondo il principio ologrammatico ogni evento interagisce con l'universo modificandone l'evoluzione.
[5] Introdurre la variabile tempo -nel suo significato tradizionale- nei sistemi complessi è sempre molto rischioso. In meteorologia è ormai assunto come dato acquisito che piccole variazioni iniziali possono produrre cambiamenti importantia lungo termine, sotto l'influenza di interazioni caotiche, incalcolabili con precisione razionale. E' noto il paradosso di Lorenz per cui il battito di una farfalla in Asia potrebbe provocare un uragano nel Texas.
[6] Kurt Goedel, matematico viennese, nel 1931 stampa una memoria sulle "proposizioni formalmente indecidibili dei Principia mathematica e sistemi affini" dimostrando l'incoerenza di una vasta classe di categorie formali nonchè l'impossibilità di provare la loro coerenza all'interno delle stesse.Per un approfondimento in merito:"La prova di Goedel"-Boringhieri, di E. Nagel e J.R. Newman.
[7] "In un mondo causale, i principi logici non concernono più la verità, ma l'azione: con 3$ compro un pacchetto di Camels, con 3$ compro un pacchetto di Malboro, ma non tutti e due. In altre parole, il principio A=A&A della logica classica è dinamicamente falso (fare A non è la stessa cosa che fare A e fare A)"(J.I. Girard)
[8] "Gli uomini tendono a disprezzare ciò che non riescono a comprendere "- (Aristotele)
[9]Le tre formalizzazioni sono dovute a Heinz von Foester nel 1959.
[10] L'argomento della tutela è fortemente connesso con il concetto di giustizia e dovrebbe essere sviluppato con maggior approfondimanto, cosa non possibile nel contesto di questa specifica trattazione. L'accentramento decisionale, data la complessità del sistema, non riesce a governare operativamente le regole che stabilisce poichè, per poter mantenere sotto controllo gli effetti delle proprie manipolazioni legislative, deve ricorrere all'utilizzo di parecchi vincoli rendendo la struttura particolarmente rigida. Nel linguaggio degli ingegneri strutturalisti, questo tipo di struttura viene detta iperstatica e rappresenta un vero problema costruttivo. Infatti, in tali strutture, non è analiticamente possibile determinare in via previsionale l'entità e la localizzazione degli effetti, con conseguenze gravi in quanto piccole sollecitazioni ad un estremo della struttura possono causare grandi tensioni all'estremità opposta, al limite del cedimento strutturale. Per strutture complesse o particolarmente sollecitate si preferisce procedere ad una scomposizione in organismi più semplici, dimensionando al minimo indispensabile il numero dei vincoli. Piccole rotture o microlesioni interne ad ogni elemento non possono determinare il collasso dell'intero organismo strutturale, cosa che avverrebbe in un macrosistema altamente iperstatico.
[11] L'esplorazione della complessità - (Ilya Prigogine)
[12] I sistemi non lineari sono equazioni matematiche sottoposte a ricorsività dinamica in presenza di elementi aleatori.
[13] Geometrie complesse ottenute con metodi iterativi contenenti una variabile arbitraria. Una scogliera o il profilo di una montagna sono idealmente raffigurabili mediante la geometria frattale. Iterando una semplice funzione formale contenente una variabile (vento o mare) arbitraria e caotica diventa possibile una rappresentazione accettabile della realtà fisica. Una particolarità importante della geometria frattale sta nella non commensurabilità dei suoi elementi. Infatti, non è possibile misurare con precisione, per esempio, la lunghezza delle coste della Sicilia. Le coste marine danno un'ideaabbastanza realistica della geometria frattale.



(Sandro Lazier - 8/8/2006)

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Commento 1369 di giovanni Avosani del 16/08/2006


Credo che l interessante articolo abbia un profonda e curata base storica e abbia puntualizzato e giustificato benissimo il punto di vista dell’autore.
Mi permetto di osservare come negli scritti di cui questo vuole essere una modesta continuazione, sia stato completamente dimenticato, lo strumento che finalmente ha permesso di rendere partecipe anche i non addetti ai lavori della complessità.
Mi riferisco al computer, più specificamente al fatto che come erroneamente detto nell’articolo di Vilma Torselli, Mandelbrot non ha teorizzato la geometria frattale, questo è un errore comune, M. ha solamente applicato teorie vecchie di decenni al mezzo informatico.
“E’ difficile sopravvalutare il ruolo svolto dal computer nella rivoluzione costituita dalla geometria frattale e dalla scienza del caos. Senza la potenza di calcolo necessaria per iterare un’equazione milioni di volte, la rivoluzione semplicemente non sarebbe stata possibile. Il computer, con la sua enorme velocità nel macinare numeri, è diventato per lo studio dei sistemi dinamici complessi quello che il microscopio è stato per la microbiologia, l’acceleratore di particelle per la fisica subatomica e il telescopio per lo studio del cosmo.”1
La geometria frattale non si basa sugli attrattori ma sulla logica iterativa, lo strumento diventa volano per la continua sperimentazione di concetti e teorie già analizzate ma fino a quel periodo necessariamente abbandonate o sottovalutate in quanto troppo complesse per le limitate capacità di calcolo ancora in gran parte affidate al pensiero dell’uomo.
Mandelbrot ha avuto il pregio di formalizzare visivamente una geometria altrimenti invisibile.
Se partiamo dal presupposto che il computer sia il mezzo che ci permette di gestire o capire o semplicemente tentare di giocare con il caos; anche in architettura, questo mezzo diventa discriminante.
Se parliamo di caos e sistemi complessi, purtroppo gli architetti “decostruzionisti”, non sono un esempio positivissimo, restano sempre architetti analogici in un’era digitale, utilizzano il computer come solo strumento di rappresentazione, questo non fa di loro architetti digitali.
Le ragioni sono fondamentalmente di ordine anagrafico e culturale, nessuno dei citati ha mai realmente affrontato l’uso dello strumento informatico come strumento evolutivo o generatore della propria architettura.
”Il suo metodo di lavoro non è stato cambiato dall’introduzione del computer, ma questo ha reso più agevole ai suoi collaboratori disegnare molte delle sue forme più stravaganti.”2
Più spesso si sono visti costretti a usare il C. per poter decodificare e gestire le proprie idee architettoniche.
Solo negli ultimi anni Eisenman ed Hadid, hanno iniziato a lavorare in modo intenso cercando di studiare le reali possibilità dell’ interazione computer-percorso progettuale.
Forse quando si parla di complessità bisognerebbe finalmente puntare a quanti in modi diversi ma altrettanto interessanti, stanno usando il computer in forma di strumento di ricerca.
MVRDV, Greg Lynn, Un Studio, Hani Rashid; sono alcuni di questi protagonisti impegnati in campi apparentemente diversi ma accomunati dall’esigenza di affiancare ed integrare il computer al proprio percorso progettuale.
Pensiamo con nuove prospettive. Fino ad oggi la geometria Euclidea ha influenzato in modo totale le regole compositive del nostro mondo e la conseguente rappresentazione; non sia mai che il computer facendoci accedere a prospettive altre, naturalmente cambierà anche le nostre architetture, come gli strumenti di rappresentaione prima di questo hanno sempre fatto.

Propongo:
“Flatlandia” Edwin A. Abbott http://www.matematicamente.it/libri/flatlandia.html
Saluti Giovanni

1”L’estetica del Caos” John Briggs.
2”Frank O. Gehry: Architettura e Sviluppo” a cura di Mildred Friedman

Tutti i commenti di giovanni Avosani

 

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Commento 1367 di Vilma Torselli del 15/08/2006


Condivido le perplessità espresse da Christofer Giusti circa la frattura tra le teorie spesso affascinanti che hanno attraverstao la storia dell'architettura moderna ed il loro risultato pratico sul campo, molte volte deludente.
Ciò non toglie che, magari come puro esercizio intellettuale, nell'ambito di un dibattito di interesse generale e non di un più o meno polemico dialogo a due , non si possa discutere da un punto di vista puramente speculativo 'sull'idea di complessità' e non su come Lazier la abbia o no applicata nei suoi progetti.
Mi è capitato più volte di scrivere di architettura, da architetto e da appassionata di questa materia, ma non mi è mai capitato di dover essere chiamata a giustificarmi per non aver applicato le teorie analizzate nei miei scritti. Mi rendo conto oggi che la mia più grande fortuna è stata quella che Christofer Giusti non li abbia mai letti!

Tutti i commenti di Vilma Torselli

 

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Commento 1366 di christofer giusti del 15/08/2006


Eppure, sig. Lazier , per quanto ingenua sia la mia visione, dovrebbe essere proprio cosi! in che modo altrimenti si esprimerebbe da architetto, lo spirito del proprio tempo se non proprio attreverso il mezzo espressivo dell'architettura?
Diversi sono gli architetti che ora amiamo citare a esempio, a guida, a modello, e che sono riusciti a tradurre pensiero filosofico o scentifico a loro contemporanei in architettura espressione del loro tempo!
Le corbusier, Mies vanderhoe, Wright, per citare, magari a sproposio, i più incensati.
e se penso a Le corbusier mi ritornano alla mente le letture dei suoi scritti e soprattutto la vitalità, la freschezza, e talvolta l' ingenuità che li caratterizza, l'ingenuità di colui che si avventura in un modo nuovo di fare l'archiettura, un modo che reinventa, ridisegna, ripensa la città, la casa, la stanza, la finestra ponendoli a espressione di architettura del suo tempo.
Dunque il genio Le Corbusier era un ingenuo? uno che credeva di poter travasare scienza e filosofia direttamente nell'architettura? tapino!
Ma il busillis sta tutto qui, nel saper esprimere in modo compiuto in termini figurativi la filosofia o la scienza, insomma il pensiero del proprio tempo, altrimenti che ci stiamo a fare? lo afferma lei stesso.
mi scuserà se non faccio altro che ripetermi nell'intento di far chiarezza anche a me stesso.
D'altro canto, tornando ai frattali, si potrebbe sostenere che, tra i miliardi di soluzioni spaziali a forma di brioche (o di altro) che il computer potrebbe snocciolare a soluzione di un medesimo problema, potremmo ritrovarvi esempi di estrema bellezza come casa tugendhat, piuttosto che un palazzetto ecclettico o villa Barbaro a Maser, oppure, ancora, la casa dell'arch. Lazier, insomma senza riguardo a logiche diacroniche o sincroniche e senza alcun interesse, quindi, per l'apparteneza o meno alla contemporaneità. A meno che contemporaneità non significhi il tutto possibile, il caos nel quale ciascun individuo, se architetto proporrà, la propia soluzione di ordine e di bellezza (comprese le sue, sig. Lazier).

Tutti i commenti di christofer giusti

15/8/2006 - Sandro Lazier risponde a christofer giusti

A meno che contemporaneità non significhi il tutto possibile, il caos nel quale ciascun individuo, se architetto, proporrà la propia soluzione di ordine e di bellezza (comprese le sue, sig. Lazier)
Mi pare proprio di sì! E con questo direi argomento chiuso

 

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Commento 1365 di christofer giusti del 14/08/2006


1“…o non sarebbe invece una sua personale interpretazione, filtrata dal suo modo di intendere l'architettura?”
Certamente si! A questo serve avere una propria visione del mondo. Se poi non coincide con quella dell’autore questo influirà sul giudizio conseguente, ma non muore nessuno.
"Le vorrei però far notare che la nostra percezione attraversa un, appunto, “panorama culturale” che interpreta i segni esterni in funzione delle nostre conoscenze. Le architetture si possono vedere oppure guardare".


Mi era sembrato di cogliere una nota di biasimo da parte sua per non aver saputo cogliere i contenti dei suoi progetti (in pratica vedo e non guardo, o forse ho una visione del mondo diversa dalla sua, ma detta cosi anche per me, oltre che per lei, suona quantomeno più gradevole).

2“l'architettura ha una sua propria cultura, fatta di secoli di storia, di scienza delle costruzioni, di "teorie evolutive", si può prescindere da tutto ciò volendo fare l'architettura?”
Certo che no! Ma la cultura che determina un’architettura non le è esclusivamente “propria”; è parte del suo tempo e delle conoscenze del suo tempo, compresa la scienza delle costruzioni che è parte della fisica come lo sono i frattali.


Vorrei allora ripetermi: in che modo i suoi progetti si fanno portavoce della coscenza del loro tempo, del nuovo "esprit nouveau"? i frattali: dove, concretamente ,se ne vede l'utilizzo nei suoi progetti? in che modo? che controllo potrebbe mai avere l'uomo nella modellazione con tali strumenti ad appannaggio dei soli calcolatori? e che dire dell'esecuzione di opere così concepite? quale, tra le casualmente infinite possibili, costruire? e perchè?

3“ritiene davvero di essersi liberato, nell'esprimere tale coscienza, di tutti i retaggi linguistici "convenzionali" dell'architettura?”
Non era mia intenzione liberarmi di niente. Cosa sono, tra l’altro, i retaggi linguistici convenzionali? A me è stato insegnato che l’architettura è fondamentalmente spazio. Cercare di capire cosa vuol dire uno spazio “complesso” presuppone un minimo di conoscenza della locuzione “complessità”. Di là in avanti ognuno pensi cosa vuole, inclusa la spocchia intellettuale. Ma non mi chiami professore, per favore.


Quello che intendo , forse impropriamente, per retaggio lingustico ha a che fare con il bagaglio di esempi spaziali, le loro articolazioni, coi singoli elementi: tetti, pareti, finestre, porte, del modo in cui si sono evoluti nella storia, del modo in cui alcuni esimi architetti piuttosto che altri hanno saputo evolvere o arricchire o involvere, del modo di intendere lo spazio: storicamente, ormai, sterometrico o neoplastico, scatolare e statico oppure dinamico coi muri che divengono setti traslati e sfalsati, o ruotati, libero in sezione o libero in pianta. di tutto ciò, di tutta questa casistica di esempi, di ricordi spaziali (per averli visti, per averli ridisegnati, per averli ricostruiti nella mente, per averli fotografati) se ne ha inevitabilmente un condizionamento, un retaggio (magari definirli convenzionali è effettivamente improprio). Credo che concepire uno spazio "frattale" o comunque non euclideo non potrebbe che prescindere da tutto ciò, e per quello che ho potuto vedere nel suo sito, nonostante i valori aggiunti che lei vuole attribuire, le sue architetture sono ancora assai legate a quello che io ho definito retaggi "convenzionali" e probabilmente, di conseguenza, sono assai poco complesse.

Perdoni l'involontaria (mia) spocchia

Tutti i commenti di christofer giusti

14/8/2006 - Sandro lazier risponde a christofer giusti

Vedo che insiste nel volerla mettere sul personale. Non l’ho invitata io a cercare nei miei progetti quei riferimenti alla “complessità” che lei cerca. Nemmeno ho la pretesa di portare questi progetti a modello di complessità tout court e tantomeno di frattali (Tra l’altro sono il primo a contestare metodologie automatiche di generazione di architetture al computer). Quindi, mi perdoni, mi sembra un po’ ingenua la sua necessità di misurare quanto scritto in un saggio per pura aspirazione di conoscenza con i progetti da me realizzati e generati sicuramente da un movente culturale di cui l’idea di complessità riguarda solo un aspetto marginale. E, questo aspetto, non deve forzatamente trovare sbocco formale nel progetto. Se lei non riesce a trovare nessuna complessità in quanto ha visto è un problema “di codice di lettura” come ho scritto nel saggio in discussione, e quindi suo e non certamente dell’oggetto di cui il codice è interprete.
Mi sembra, ripeto, un po’ ingenuo pensare di poter calare la conoscenza dei frattali in un nuovo formalismo, magari con le forme della “brioche” magari su un impianto spaziale tradizionale. Cosa che avviene abitualmente tra gli architetti attenti più alla forma che alla sostanza.

 

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Commento 1363 di christofer giusti del 14/08/2006


"L’accusa che Salingaros fa agli architetti moderni è proprio quella di ignorare una cosmologia adeguata sul piano delle scienze naturali, deformando il lavoro in virtù di una conoscenza che egli ritiene insufficiente se non addirittura assente. Rispondere a tale accusa mi sembrava doveroso."
E sia, prof. lazier, è davvero difficile conoscere tutto di tutti, probabilmente ogni architetto che si ritenga tale dovrebbe conoscere tutto di qualunque suo collega che si dichiari tale, così come, tanto per essere anti specialistico, si dovrebbe rispolverare la figura di architetto come detentore di sapere enciclopedico.
Mi dica una cosa sig. lazier: se le proponessi una qualsiasi opera edlizia, che avesse una parvenza architettonica, delle valenze artistiche, lei, solo osservandola saprebbe ritrovarvi le ragioni d'essere, culturali, persino cosmologiche che l'autore ha posto in essere nel crearla? o non sarebbe invece una sua personale interpretazione, filtrata dal suo modo di intendere l'architettura?
ciò che io volevo dire è che l'architettura ha i suoi elementi grammaticali che sono quelli che lei stesso usa e dai quali non è in grado di prescindere (quantomeno non ancora) e che consentono di esprimere un linguaggio che, come tutti i linguaggi, è in continua e lenta evoluzione. Altra cosa è poi caricare tali elementi di significati che esulano dalla cultura propriamente architettonica e che sono, come tali, soggettivamente, o malamente, o per nulla interpretabili in base al grado di conoscenza o di intuito di ciascuno.
Insomma l'architettura ha una sua propria cultura, fatta di secoli di storia, di scienza delle costruzioni, di "teorie evolutive", si può prescindere da tutto ciò volendo fare l'architettura? essa vive di vita propria, e pur ritenendomi di mentalità aperta e non, come sono stato tacciato alcuni commenti fa, uno strenuo sostenitore del contestualismo e della tipologia, ritengo che qualsiasi forma espressiva abbia un suo corposo bagaglio linguistico e qualunque altra disciplina o coscienza del mondo si voglia esprimere attraverso la forma espressiva dell'architettura dovrà, in coscienza e per correttezza intellettuale, fare quantomeno i conti, come fa lei stesso, con tale bagaglio, o no?
Ma supponiamo di fare tabula rasa di tutto, ritiene che il modo in cui lei ha espresso la sua coscienza cosmologica sia davvero cosi palese? ritiene davvero di essersi liberato, nell'esprimere tale coscienza, di tutti i retaggi linguistici "convenzionali" dell'architettura? mi dica dunque dove comincia l'espressione dell'una e dove l'espressione dell'altra? e dove, un osservatore colto o incolto che sia, potrà oggettivamente cogliere distintamente l'una piuttosto che l'altra?

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14/8/2006 - Sandro Lazier risponde a christofer giusti

Non deve prendersela con me per via della cosmologia. Ognuno, in fondo, ha la propria e non deve aversene a male.
Per il resto:
1 –
“…o non sarebbe invece una sua personale interpretazione, filtrata dal suo modo di intendere l'architettura?”
Certamente si! A questo serve avere una propria visione del mondo. Se poi non coincide con quella dell’autore questo influirà sul giudizio conseguente, ma non muore nessuno.
2 –
“l'architettura ha una sua propria cultura, fatta di secoli di storia, di scienza delle costruzioni, di "teorie evolutive", si può prescindere da tutto ciò volendo fare l'architettura?”
Certo che no! Ma la cultura che determina un’architettura non le è esclusivamente “propria”; è parte del suo tempo e delle conoscenze del suo tempo, compresa la scienza delle costruzioni che è parte della fisica come lo sono i frattali.
3 –
“ritiene davvero di essersi liberato, nell'esprimere tale coscienza, di tutti i retaggi linguistici "convenzionali" dell'architettura?”
Non era mia intenzione liberarmi di niente. Cosa sono, tra l’altro, i retaggi linguistici convenzionali? A me è stato insegnato che l’architettura è fondamentalmente spazio. Cercare di capire cosa vuol dire uno spazio “complesso” presuppone un minimo di conoscenza della locuzione “complessità”. Di là in avanti ognuno pensi cosa vuole, inclusa la spocchia intellettuale. Ma non mi chiami professore, per favore.

 

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Commento 1362 di christofer giusti del 14/08/2006


Egregio Lazier,
ho letto il suo affascinante articolo e vorrei proporle alcune, forse banali, considerazioni:
daccordo, la complesità, il caos, la statistica le analogie con la fisica etc, ma tutto questo come trova adeguata applicazione espresiva nel progetto architettonico?
forse nell'utilizzo di un calcolatore che, utilizzando il frattale, modella lo spazio proponendomi infinite soluzioni spaziali per il medesimo problema? si rende conto?
non le sembra che tutto questo gran lavorio intellettuale sia indice di involuzione culturale? di crisi? che serva solamente a legittimare se stesso e a ribadire in grassetto che si, servono i ricercatori?
e non è forse vero che proprio a causa del vostro cospicuo numero (di voi ricercatori-professori), l'unico modo d mettere la testa fuori per vincere l'entropia, di legittimare la vostra stessa presenza, è quella di elucubrare teorie con legittimazioni intellettuali sempre più complicate (o complesse?) sia che richiamino Biagio Rossetti (riposi in pace) sia che vadano a parare a Bnard?
anche perchè se anche quello che voi proponete fosse l'attuale "Esprit-Nouveau" dell'architettura, quanti potrebbero realmente accedere e controllare simili mezzi esressivi?
indubbiamente tutto questo lavorio intellettuale, quest'accanimento cerebrale accuirà il vostro acume, attiverà le sinapsi ma cosa produce sul piano dell'architettura?
visitando il sito dello studio Lazier, mi si propongono dei progetti che si esprimono, ancora, con la geometria euclidea (rette, poligonali etc.), e cio che io constato è che si vuol caricare di alti-altri signiificati soluzioni progettuali che nel migliore dei casi sono riproponimenti di cose gia viste e riviste.
Come minimo vi è uno scollamento tra teoria e pratica.

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14/8/2006 - Sandro lazier risponde a christofer giusti

Ho scritto questo saggio nel 2000 con lo scopo principale di capire. Il modo migliore per capire è provare a spiegare agli altri.
Capire significa allargare il proprio “panorama culturale” per farsi un’immagine del mondo che la nostra condizione di uomini occidentali ci fa sperare più prossima a quella che chiamiamo, forse scorrettamente, realtà.
L’accusa che Salingaros fa agli architetti moderni è proprio quella di ignorare una cosmologia adeguata sul piano delle scienze naturali, deformando il lavoro in virtù di una conoscenza che egli ritiene insufficiente se non addirittura assente. Rispondere a tale accusa mi sembrava doveroso.
Questo è il senso che volevo dare alla pubblicazione dello scritto.
Dopodiché ognuno può trarre le conclusioni che vuole. Le vorrei però far notare che la nostra percezione attraversa un, appunto, “panorama culturale” che interpreta i segni esterni in funzione delle nostre conoscenze. Le architetture si possono vedere oppure guardare.

 

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Commento 1358 di Vilma torselli del 11/08/2006


Innanzi tutto, Sandro, complimenti ed auguri per Architentare, ho visitato il sito e mi pare che il progetto sia innovativo, interessante e stimolante.

Sul tuo articolo, devo dire che rappresenta un excursus ampio, esaustivo, elegante ed affascinante su di un argomento tutt’altro che facile, zeppo di concetti talvolta francamente ostici: non ho difficoltà a confessare che mi ha fatto scoprire parecchie mie lacune ed in parte mi ha aiutato a riempirle, come penso sia accaduto a molti tuoi lettori.

Poiché, tuttavia, mi pare che esista una frattura o quanto meno una non perfetta consequenzialità tra ciò che afferma Salingaros e la tua seguente trattazione, vorrei, se me lo concedi, aggiungere qualche considerazione e per farlo devo partire un po’ da lontano, dall’assegnazione, nel 1964, del Gran Premio della Biennale di Venezia al padre spirituale della Pop Art Robert Rauschenberg, riconoscimento per la prima volta assegnato ad uno statunitense nel sacrario della cultura visiva europea, che ufficializza definitivamente la supremazia americana in campo artistico mondiale, gettando le basi di uno dei più importanti imperialismi culturali che mai abbiano dominato il mondo dell’arte.
L’evento è stato sapientemente preparato negli anni precedenti mettendo in atto una attenta sequenza di strategie politiche, mediatiche ed economiche che hanno coinvolto indiscriminatamente artisti, critici, galleristi, collezionisti, dalle manovre della CIA degli ultimi anni ’40, volte a promuovere l’arte americana – il direttore del MOMA, Alfred Barr, convinse la rivista "Life" a sostenere i pittori d'avanguardia ed intraprese un organico programma d’esportazione verso l'Europa, previa garanzia di una sovvenzione governativa di 125.000 dollari l’anno per cinque anni – agli scritti di James Johnson Sweeney (1952), critico d’arte, direttore del Solomon R. Guggenheim Museum e consulente del Museum of Modern Art di New York, che esaltano i contenuti filo-americani profondamente democratici di un’arte di libertà estrema come solo un paese estremamente libero può esprimere, all’attività propagandistico-divulgativa del gallerista italo-americano Leo Castelli e della moglie Ileana Sonnabend, proprietari di una vera e propria catena di prestigiose gallerie in America ed in Europa, alla rassegna "Thè Responsive Eye" organizzata dal MOMA nel 1965 che consacra sul fronte internazionale la nascita dell’Espressionismo astratto americano nonché dell’optical art, peraltro già apparsa in Europa con assai meno scalpore.
Anche la Pop Art, ufficializzata a New York con una collettiva del 1962, "The New Realistsal”, è fenomeno americano seppure di indiscutibile matrice europea che scippa e neutralizza grazie a costosissime campagne di marketing sia la nascente Popular Art inglese sia il Nouveau Réalisme italo-francese, che hanno il solo torto di essere i parenti poveri della grande famiglia new dada. L’investimento di mezzi darà i suoi frutti, dopo la Pop Art l’America sarà infatti la culla di ogni nuovo movimento artistico importante, il concettualismo, la minimal art, la body art, la land art e così via, opportunamente associando fortune artistiche e fortune economiche in una nazione nella quale, si sa, utile e dilettevole costituiscono da sempre l’accoppiata vincente, con una netta propensione per l’utile, visto che anche in epoca più recente “…….. Il boom della pittura contemporanea coincise con una fase di espansione dell’economia americana comunemente detta Reaganomics. In un articolo del 1980 il critico d’arte del New Yorker Calvin Tompkins scriveva: “Il congiungimento fra un nuovo tipo di pubblico ed una nuova generazione di artisti ha reso più febbrile la scena artistica attuale, provocando un eccitamento nervoso che se è un bene per gli affari, non lo è necessariamente per l’arte”.(Alessandro Tempi, ‘Il caso Schnabel ed il boom della pittura contemporanea’)
Con l’Espressionismo astratto, la giovane America pone la prima pietra per la costruzione di una tradizione artistica autoctona ed autonoma, finalmente liberata dall’influenza della cultura della vecchia Europa: Barnett Newman scrive "Nel 1940 alcuni di noi si destarono per accorgersi che eravamo senza speranza; che in realtà non esisteva nessuna pittura……..Fu quel risveglio che ispirò l'aspirazione, l'elevato proposito, qualcosa di assai diverso dalla semplice ambizione, di ripartire da zero, come se la pittura non fosse mai esistita." , Pollock, Still, Kline, Tobey, e molti altri, grazie anche alla sensibile azione prodromica di Arshile Gorkij e Roberto Matta, interpretano ciascuno a modo proprio quelle aspirazioni e quegli elevati propositi e colmano l’ "enorme vuoto", così lo definisce Adolph Gottlieb, che andava riempito con uno sforzo di rifondazione della mitologia e della simbologia primitiva.
In realtà tutti gli espressionisti subiscono il fascino della tradizione culturale del vecchio continente, magari in un distorto rapporto di

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11/8/2006 - Sandro Lazier risponde a Vilma torselli

Cara Vilma,
ho riflettuto parecchio prima di rispondere.
Intanto riconfermo che la mia risposta alla provocazione di Salingaros è un atto dovuto. Poi è propedeutico all’incontro di Architentare – di cui so che hai curato insieme all’arch. Giudice l’impianto organizzativo.
Sul tuo ricco e circostanziato intervento che dire?
Che stabilire fin dove è lecito che il potere si serva dell’arte e viceversa non è per nulla semplice? La vicenda Pollock sembra profetica rispetto alle scoperte scientifiche, in barba all’antropologia culturale e ai nessi e connessi con i poteri sociali.
Sicuramente lo strumento primo di ogni potere è la propaganda e quella culturale è sicuramente la più efficace. Quindi ogni potere usa sicuramente l’arte e ne abusa. Ma ci sono senza dubbio meccanismi che poi trascinano altri meccanismi che, a loro volta, trascinano altri meccanismi ancora, con medaglie e loro rovesci. Tutto ciò perché il sistema delle società di persone è “complesso” e non sempre funziona il congegno causa effetto. O, almeno, non sempre funziona come si spera.
Credo di poter pensare con convinzione sufficiente che all’interno del potere e della sua rappresentazione, soprattutto se questo è aperto alla ricerca del nuovo e quindi lascia spazio all’inventiva degli individui, ci siano già elementi che funzionano come anticorpi.
Se il regime democratico dell’occidente sceglie, per evidenti motivi di propaganda, di rappresentarsi con un’arte libera che ha per fine la critica del sistema sociale e delle sue deficienze, contribuisce di fatto alla proprio benessere perché utilizza le forme di libertà espressiva per diagnosticare i suoi mali. Credo che questo intendesse Zevi quando definiva l’architettura “…il termometro e la cartina al tornasole della giustizia e delle libertà radicate in consorzio sociale.”
Questo avviene in società dov’è permessa la libertà di ricerca creativa. Quando invece si tenta d’imporre vincoli espressivi - che storicamente hanno sempre avuto le forme della tradizione costruttiva, classica in particolare – occorre cominciare a preoccuparsi.
Poi ci sono le eccezioni e chi ne approfitta. Ma il sistema, si sa, è molto imperfetto, soprattutto incerto. Perciò occorrono strategie

 

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