Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Lo strumento di Caravaggio

di Sandro Lazier - 10/1/2013


Antonino Saggio, nel suo ultimo libro dal titolo Lo strumento di Caravaggio (Edizione Kappa) - nuova edizione di una pubblicazione del 2007 - affronta il tema del grande pittore lombardo Michelangelo Merisi da un punto di vista originale e di grande interesse, ma soprattutto coraggioso in tempi di affabulazione culturale diffusa.
Il punto di vista è questo che segue.
Come egli stesso afferma in una recente intervista ad artsblog.it: “Il titolo del libro anticipa il contenuto, che in una parola è questo: ormai è assodato che Caravaggio usa tecniche pittoriche nuove di sua invenzione e che queste tecniche oltre che l’uso dello specchio contemplavano i sistemi ottici e la camera oscura. Il libro spiega il rapporto tra la presenza di questi nuovi strumenti e la visione rivoluzionaria di Caravaggio. Visione che si basa sull’idea secondo cui lo strumento non è mero utensile, bensì materializzazione dello spirito. Proprio lo sguardo nuovo consentito da questi strumenti conduce il pittore in una direzione del tutto inedita e rivoluzionaria.”
Nel seguito dell’intervista, che invito a leggere, e soprattutto all’interno del testo, che invito ad acquistare, Saggio affronta altri argomenti compositivi della rivoluzione caravaggesca, e lo fa con il solito acume e con l’apertura intellettuale che gli viene da anni di indagine nelle varie esperienze dell’intelligenza, da quella artificiale a quella che indaga la più eterodossa frontiera sperimentale dell’architettura.

In questa sede, mi preme mettere in rilievo un aspetto per me principale del suo approccio critico.
La critica d’arte corrente, quasi completamente in mano agli storici, nella descrizione delle opere predilige l’aspetto narrativo rispetto a quello descrittivo. Si trattano comunemente i quadri come racconti figurati in cui la trama esaurisce completamente l’esegesi dell’opera, confinando la scrittura a puro artificio tecnico d’importanza molto relativa.
Differenze di tono o rivoluzioni espressive, che in Caravaggio assumono una rilevanza universalmente manifesta, nella critica tradizionale prendono addirittura i toni del moralismo, aspetto questo ovviamente condizionato dalla tumultuosa biografia del personaggio. Piedi e unghie sporche, fanciulli malati, frutta avariata, diventano alibi per emancipare in senso etico una figura (fortunatamente) discutibile per la sua complessità. Il tutto avviene in una specie di beatificazione artistica nella quale le motivazioni tutte, non difficili da rintracciare in un autore così evidentemente abile, concorrono alla dimostrazione di una tesi precostituita.
Processo che, nella massima disinvoltura, per l’assenza pressoché totale d’una diffusa educazione all’arte, può arrivare fino alla burla, come in una recente conferenza in cui, Vittorio Sgarbi, in assoluta immunità intellettuale, suggerisce affinità antropologiche tra le origini bergamasche del nostro autore e il leghismo dei nostri giorni.
Si tratta quasi sempre di un processo teleologico – voglio dimostrare una cosa e cerco solo quegli argomenti che la possano sostenere – nel quale il testo critico - e meglio ancora la conferenza parlata dove, appunto, toni, pause e sfumature valgono spesso quanto le cose che si stanno raccontando – vale in efficacia più per la propria compattezza narrativa che per i fatti che si possono effettivamente dimostrare.
Ebbene, Saggio, al contrario, ci propone una lettura, potremmo dire, laica.
Egli ci riporta Caravaggio in terra e, come in un esperimento scientifico nel quale la tecnica, e non  le emozioni, controllano il risultato, prova a presentarcelo nelle condizioni principali e necessarie di chi effettivamente si appresta a riprodurre con la massima fedeltà le cose che vede, distendendo colori sopra una tela. Il risultato è sorprendente, perché ribalta il concetto classico che vuole la scrittura genuflessa alla trama del racconto.
La scrittura, e gli strumenti che la realizzano soprattutto in un ambito figurativo, sono invece la condizione necessaria per l’esito di un dipinto. E lo sono soprattutto per il superamento del suo limite ideale. Principio, questo, che vale per ogni epoca.
Essa, la scrittura, influenza profondamente l’evento creativo, secondo un processo familiare presso chi si occupa d’interazioni e di complessità. Si tratta di una sorta di fare facendo, in cui la misura del proprio limite espressivo, oltre che da un’indispensabile talento, è determinata dalla capacità complessiva, individuale e strumentale, di figurare l’osservazione durante tutto il processo creativo.
Questo è particolarmente evidente oggi nella professione degli architetti in cui la possibilità di controllare digitalmente l’esito progettuale concede libertà espressive impensabili prima dell’avvento dell’informatica. Spetta poi ad ognuno stabilire quali limiti superare.

P.S: - Al fine di rendere meglio comprensibile l’ultima parte del testo, mi permetto una considerazione ulteriore, di carattere sicuramente più generale, ma credo precisa nell’individuare la base d’avvio del ragionamento che ha ispirato l’articolo e l’elogio dello scritto di Saggio.


Le parole (i segni) ci abitano, abitano il nostro pensiero.
Architetti, pittori, scultori o scrittori che sia, noi realizziamo il nostro pensiero, che è la nostra coscienza, solo con l’uso strumentale delle parole che conosciamo.
Ma, nello stesso tempo, noi abitiamo le parole.
Solo in loro, che siano segni o parole, troviamo consapevolezza di cosa ci contiene e ci circonda. Viviamo questo dualismo, una trappola in cui le parole, se non sappiamo dominarle, c’imprigionano. E allora il nostro linguaggio diventa la nostra prigione, galera di ogni nostro pensiero.
In questa prigione ci possiamo arrangiare a vivere, come fanno i tradizionalisti che la ritengono un bel posto, o peggio i postmoderni che, tale gabbio, visto che secondo loro non c’è di meglio, se lo sono decorato.
Ma nessun uomo libero e intelligente può accettare questa condizione. Per questo nessun artista autentico riesce a sopravvivere imprigionato nelle parole del suo tempo.
La storia dell’arte, principalmente, non è che la storia della lotta degli artisti di liberarsi della schiavitù dei segni, delle parole, le sole capaci d’interfacciare il pensiero con la realtà dei sensi (quelli biologici, intendo).
Le parole, pericolose, per loro natura dispotiche perché devono dominare la comunicazione, visti gli esiti sulla realtà che ci circonda, sono d’una natura estremamente concreta. (Derrida dice le parole essere della stessa natura dei virus informatici, che non hanno una una biologia, ma producono effetti devastanti sulla realtà). Per un architetto, o un pittore o uno scultore, le parole sono perfino d’una consistenza fisicamente concreta, per costruire le quali occorrono strumenti e artifici decisamente efficaci. L'impegno dell’artista originale, autentico, diventa quindi quello d’una guerra contro i segni che lo tengono imprigionato, che dovrà necessariamente annientare per costruirne di nuovi. L’esito delle battaglie dipenderà principalmente dalle armi, strumenti e strategie, che saprà mettere in atto. In guerra, in fondo, non vince mai chi ha i sentimenti migliori, ma chi ha gli strumenti migliori.

(Sandro Lazier - 10/1/2013)

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Commento 12115 di Antonino Saggio del 28/01/2013


Quello che fa piacere nella recensione di Vilma Torselli è la sua quasi assoluta inintelleggibilità per chi non ha letto il libro e al contrario la sua ficcante chiarezza per chi l'ha letto.
in tempi di facili commenti, istantanee stroncature eccetera, è rincuorante leggere un commento aperto in cosi tante direzioni. Grazie Antithesi, grazie Torselli.

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Commento 12109 di vilma torselli del 25/01/2013


Ho letto il libro di Antonino Saggio "Lo strumento di Caravaggio" e l'ho trovato una interessante lettura che aggiunge significative, nuove osservazioni su un artista sul quale pareva che tutto fosse già stato scritto.

All'interno dell'analisi che l'autore compie, trovo particolarmente suggestivo l'accenno all'iperrealismo in Caravaggio, peraltro padre della successiva pittura iperrealista padana: non può non stupire il fatto che, in tempi così distanti anche geograficamente, l'iperrealismo (o fotorealismo) americano degli anni '70 copi la realtà nella rappresentazione che ne dà la fotografia, surrogato dello specchio caravaggesco, imprigionandola nella bidimensionalità della visione piana. Questa mediazione tecnica frapposta tra il reale e la sua copia, strumentale a due esiti opposti (in Caravaggio mezzo per rompere gli stereotipi di una rappresentazione avulsa dalla vita reale, nell'iperrealismo al contrario in funzione chiaramente revisionista) ci conferma che non solo il mezzo, di per sé neutro quando non viene usato, ma il personale uso del mezzo, il significato che l'utilizzatore gli attribuisce, possono fare la differenza.
Potrebbe esserne prova l'angelo di san Matteo, sospeso nel vuoto del solaio di copertura sfondato (con l'autorizzazione della proprietaria  in cambio di una dichiarazione che prometteva il ripristino finale dell'alloggio a spese dell'inquilino!), appeso al soffitto con un lenzuolo così realistico nel gioco delle pieghe e così irrealistico secondo la legge della gravità, un artificio nell'artificio, una licenza poetica.
Curiosa coincidenza che l'autore, nel capitolo "Narciso nel tempo", citi lo stesso brano di Longhi che mi è venuto in mente prima ancora di leggere il libro, così come le osservazioni nel nuovo capitolo "Modernità & Digits" sulle frequenze cromatiche che, a quanto pare, hanno basi reali. E pare che tutto dipenda dal fatto che il sensore digitale cattura la radiazione, la luminanza, mentre la pellicola cattura in analogico ciò che il nostro sistema visivo umano vede della radiazione, cioè la tonalità. Sintetizzando, parrebbe che il sensore digitale catturi più dettagli chiari di quanto noi possiamo vedere e meno dettagli scuri di quanti ne possiamo vedere, tecnicamente si parla di luci compresse ed ombre espanse.
Il legame con la tecnica si infittisce, aprendo l'ipotesi di una diversa lettura percettiva che lo stesso Caravaggio non poteva prefigurarsi.
Sempre nel nuovo capitolo, affascinante l'idea del "potere delle dita", l'indice puntato del demiurgo che supera i confini mortali del tempo, un gesto di grande significato simbolico che si presta a qualche deriva esoterica, come del resto molti quadri di Caravaggio.

L'inedita chiave di lettura, inserita nel recente filone della cultura digitale, è stimolante ed incoraggiante, perché non si perda mai la capacità di "avere nuovi occhi" nell'affrontare ogni viaggio di scoperta.

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Commento 12093 di Sandro Lazier del 12/01/2013


Ho aggiunto una precisazione alla fine dell’articolo. Spero chiarificatrice del testo.
Inserisco questo commento ora per riguardo verso i commenti che hanno preceduto la mia appendice.

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Commento 12092 di Antonino saggio del 12/01/2013


L'articolo di Sandro Lazier riflette in maniera acuta su una questione di linguaggio, come si diceva negli anni settanta, o meglio sulla centralità - come dice - della scrittura! Oltre il senso e il racconto, vale l'interrogazione sugli strumenti stessi, come direi e dico io. Sin dal titolo.

Va letto più di una volta l'articolo di Lazier e per capire meglio la questione rilevante che pone va letto insieme a quello apparentemente di cronaca sul nuovo direttore della biennale. Apparentemente incongruo il triangolo in realtà il ragionamento, importante, è il medesimo.

Ma questo è il punto: se si stacca l'interrogazione dello strumento dal senso, si finisce dritti dritti in Derrida. Se si capisce invece che il senso non è necessariamente Prada e l'accettazione del mondo quale è, ma al contrario lo scavo nelle sue contraddizioni si va dritti in Caravaggio o meglio nella lettura che io ne do. Tutto il mio lavoro cerca di far capire questo nesso. Lo fa in maniera molto poco glamour ormai, Ma ho centinaia di studenti, e qualche migliaio di attenti lettori. È tra loro tra alcuni questo fa breccia la capiscono, la sentono.

Per me, nel rilancio del mio libro è importante sia il nuovo capitolo sia lo strumento che adopero per passarli al lettore. Il libro non è solo il suo testo ampliato è anche un ragionamento sul testo elettronico che si legge sull'ipad. Siccome il lancio di Lazier è l'inizio di una riflessione comune, chissà ci si potrà ragionare ancora.

Sul leghista Caravaggio proposto dal famoso critico Sgarbi, non ho fatto cenno in questo mio libro, ma a suo tempo ne scrissi. Magari a qualcuno interessa questo filo.
http://www.thefrontpage.it/2011/03/28/caravaggio-leghista/

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12/1/2013 - Sandro Lazier risponde a Antonino saggio

Grazie Antonino Saggio.
Aspettavo il tuo commento. Tutt’e due sappiamo che le parole sono miniere da scavare (io molto meno). Per questo ero convinto d’aver centrato un punto importante. Ma a volte non sempre si scava nel posto giusto, per cui aspettavo con un po’ d’apprensione.

 

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Commento 12088 di vilma torselli del 11/01/2013


Non so la critica, ma certamente l'arte moderna ha da tempo cassato l'aspetto narrativo dell'opera a beneficio del (solo) aspetto descrittivo, esasperatamente nel concettualismo, nel nome di un possibilismo interpretativo per il quale è stato coniato l'aggettivo 'antigestaltico'.
E molta dell'arte contemporanea, con scelta estrema e radicale, si affida addirittura alle proprietà tautologiche dei materiali, una sorta di 'matrice tecnica' di grado zero, per un esito "nel quale la tecnica, e non  le emozioni, controllano il risultato".
Per dire che la lettura di Caravaggio data da AS ha forse un sapore innovativo meno pregante di quanto tu le attribuisci, premettendo per doverosa onestà che non ho ancora letto il libro e quindi non commento quello, ma il tuo commento a quello.
Per dire che questo aspetto di Caravaggio, il fatto che le sue invenzioni tecniche si inseriscano in una necessità sia estetica che concettuale fino a sostituirla è in fondo già largamente indagato da Roberto Longhi: "da grande spirito qual era, egli non poteva che scoprire il senso poetico, la portata sentimentale di una realtà allora tutta sconosciuta, anche non avendone piena coscienza. La sua ostinata deferenza al vero poté anzi dapprima confermarlo nella ingenua credenza che fosse "l’occhio della camera" a guardare per lui e a suggerirgli tutto. Molte volte egli dovette incantarsi di fronte a quella "magia naturale"; e ciò che più lo sorprese fu di accorgersi che allo specchio non è punto indispensabile la figura umana ….." (Roberto Longhi, “Da Cimabue a Morandi",1973), la tecnica oltre il racconto, in vece del racconto, la "mac­china es­sen­ziale" che diviene “oc­chio interiore”.

A titolo aneddotico, ricordo, e non so se AS lo fa nel suo libro, l'utilizzo di cromie della gamma tipiche della pittura caravaggesca atte a produrre frequenze infrarosse al limite estremo dello spettro visibile, in grado di configurare ed influenzare risposte bio-psicologiche, il che potrebbe far pensare ad un utilizzo della scelta (nonché della tecnica) del colore in chiave neurofisiologica, un modo per orientare la percezione, attraverso l'esperienza visiva, su prescelti schemi di valori.
Credo che ci siano studi specifici su questo filone anche per ciò che riguarda la luce nell'architettura.

Tutti i commenti di vilma torselli

11/1/2013 - Sandro Lazier risponde a vilma torselli

Non sono sicuro che l’arte moderna abbia cassato l’aspetto narrativo. Non credi che l’abbia solo spostato? Spostato, intendo, dal figurativo al materico, se non addirittura al tecnico, al performativo? Ma sempre di narrazione si tratta, perché questo, comunicare, in fondo è il senso ultimo di un’opera d’arte.
Il discorso che volevo affrontare nell’articolo non riguarda tanto il punto di vista dell’autore quanto, piuttosto, quella del critico e della sua “strategia” di valutazione.
Se egli, infatti, rimuove l’attenzione dall’interpretazione dell’intenzione dell’autore, dall’interpretazione del significato dell’opera, compresi tutti i riferimenti alla galassia dei possibili contesti, rischia di ridurre la sua critica a pura cronaca d’un fatto artistico, figurativo o materico che sia.
L’intuizione di Saggio, secondo il mio parere, è che la cronaca, ovvero la descrizione emotivamente neutra di come viene costruito il dipinto, è in grado da sola di aprire nuovi scenari interpretativi capaci di cambiare il nostro codice di lettura. Il realismo veemente di Caravaggio, al cospetto di strumenti e tecniche di rappresentazione fertili, scopre nell’osservatore che ne avrà coscienza una dimensione emozionale sicuramente nuova.

 

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