Giornale di Critica dell'Architettura

14 commenti di Sandro Lazier

Commento 14674 del 08/12/2017
relativo all'articolo Deformazione culturale
di Sandro Lazier


Mai così attuale.
"Inseparabile dalla fede architettonica è la fede in alcuni principi generali di ordine politico e sociale. I seguenti principi costituiscono per noi le premesse ideali dell'Architettura Organica:
1) La libertà politica e la giustizia sociale sono elementi inscindibili per la costruzione di una società democratica. Tutti i fascismi, insieme a tutte le istituzioni che li hanno favoriti e che potrebbero farli rinascere, sono perciò da condannare.
2) E' necessaria una costituzione che garantisca ai cittadini la libertà di parola, stampa, associazione, culto; l'eguaglianza giuridica di razza, religione e sesso; il pieno esercizio della sovranità politica attraverso istituti fondati sul suffragio universale. Per nessuna ragione è giustificata l'oppressione delle libertà democratiche.
3) Accanto alle libertà democratico-individuali, la costituzione deve garantire al complesso dei cittadini le libertà sociali. Crediamo perciò nella socializzazione di quei complessi industriali, bancari ed agrari, i cui monopoli sono contrari agli interessi della collettività.
Crediamo nella liberazione delle forze del lavoro e nella fine dello sfruttamento del lavoro per fini egoistici.
Dobbiamo tendere ad una cooperazione internazionale dei popoli opponendoci a tutte quelle forme di miti e di risentimenti nazionalistici e autarchici che sono state cause e caratteristiche del fascismo.
Chiedere libertà e giustizia per la propria patria è giustificato nella misura in cui questa libertà e questa giustizia si identificano con la libertà e la giustizia per tutte le patrie...".
(Bruno Zevi - Fondazione dell' APAO 1945)

[Torna su]

Commento 12093 del 12/01/2013
relativo all'articolo Lo strumento di Caravaggio
di Sandro Lazier


Ho aggiunto una precisazione alla fine dell’articolo. Spero chiarificatrice del testo.
Inserisco questo commento ora per riguardo verso i commenti che hanno preceduto la mia appendice.

[Torna su]

Commento 8565 del 04/06/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


Noto con ammirazione che il tema dell’arte è sorprendente in sé. Apre riflessioni a tutto campo con la conseguenza che la sete di novità e conoscenza, invece di placarsi, tende inesorabilmente ad aumentare. E qualche lettore potrebbe accusarne il malessere.
Per cui cerco di chiarire solo alcuni punti che ritengo principali a sostegno di quanto ho scritto nell’articolo.
Credo evidente il fatto che l’arte produca da sé il proprio senso. La musica ne è l’esempio primo.
Credo ugualmente evidente che la produzione di qualsiasi senso abbia necessità di una struttura linguistica, segnica e formale adeguata. Se, infatti, per arte intendiamo il luogo cosciente dove “tutto ciò che chiamiamo arte” trova espressione (ivi compresa quella la cui provenienza è inconscia) tale luogo non può stare che all’interno di una lingua.
Lingua che, però, come ci ha detto R. Barthes: ” … come performance di ogni linguaggio, non è né reazionaria né progressista: è semplicemente fascista, perché il fascismo non è impedire di dire, è obbligare a dire.
La condizione dell’arte si fa dunque “tragica”: (libera?) espressione che non ha condizione altra del proprio compimento che la sottomissione al proprio strumento espressivo.
All’arte, secondo Barthes, non rimane che il tradimento “… L’unico modo di trovare la libertà, non potendo uscire dai confini del linguaggio poiché “il linguaggio umano è senza lato esterno” sta nel “barare con la lingua, truffare la lingua”.(Romeo Galassi – La “lezione” di R. Barthes).
L’arte è quindi regola che viene infranta, lingua che tradisce se stessa per stare in vita e non soggiacere alla tirannia mortale della consuetudine e dell’ordinario.

Ora, tutto funziona se il tradimento avviene in seno alla lingua, alla sua struttura e al suo senso implicito. Non funziona, perché in tutto ininfluente, se la “truffa” avviene in relazione al senso (senso di cui parla Giannino : "manifestazione sensibile dell'Idea") che dovrebbe investire il movente, questo sì contingente e accidentale, che ha promosso l’opera artistica e dovrebbe consegnarla alla mondo.
Vi è, a mio parere, confusione di linguaggi in cui lingue diverse occupano ambiti impropri.
Ho letto recentemente una recensione critica di Renato Barilli relativa ad un’opera non raffigurata nel testo. Una recensione stupenda, molto meglio dell’opera raccontata. Tanto che il vero artista e il vero capolavoro sono la recensione e non l’opera. Una recensione che, privata del titolo dell’opera di riferimento, potrebbe adattarsi e rinvigorire altre decine di opere anche particolarmente dissimili e banali.
La verità è che le parole di un critico non parlano d’arte in senso stretto, ma parlano di parole sull’arte, privando l’opera di qualsiasi pertinenza oggettuale. La critica vera, come l’artista vero, devono entrare nella struttura della lingua che stanno adottando, all’interno della scrittura che altrimenti ci tiene schiavi, promettendo libertà illusorie procurate da significati improbabili e innocue provocazioni.
In fondo non si tradisce con le parole, ma con i fatti. Le intenzioni e i significati, le idee e i concetti, in arte sono solo parole che non muovono la lingua di un solo millimetro.
Non conta cosa l'arte esprime, ma cosa succede nel momento dell'espressione.

[Torna su]

Commento 7144 del 22/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Modernità:
Nino Saggio in un intervento al Convegno di Zevi sulla paesaggistica (Modena 19/09/1997)

Come abbiamo capito da Zevi, noi siamo antichi: noi architetti italiani siamo antichi. Lui vive con Lanfranco, ha parlato due minuti fa con Terragni, i nuraghi sono dietro l'angolo. Ma abbiamo capito un'altra cosa: siamo antichi, noi italiani in primis, perché abbiamo il problema della modernità, e questo nessuno come Zevi ce lo ha fatto capire. Siamo antichi perché abbiamo il problema della modernità. Sappiamo che modernità non è un concetto temporalizzabile. Il problema non è se è più moderno Michelangelo o Libeskind, il problema non è Libeskind o Lanfranco, chi è il più moderno? Se il problema della modernità non è un concetto temporalizzabile, allora che cos'è la modernità?
Io, come molti di voi, conosco a vari livelli il Professore da tantissimi anni, e quindi in qualche maniera tutti abbiamo sentito questo problema. Ma io l'ho capito una volta, veramente, quando con le sue domande a trabocchetto, mi disse "Ma insomma, che è questa modernità? ...". E io: "Certo non è temporalizzabile" e lui: "... la modernità è quella che trasforma la crisi in valore".
Zevi interviene. "Ma non è mia!".

[Torna su]

Commento 7104 del 16/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


Per Tino Vittorio
Ribadisco “centrano”, da centrare, verbo transitivo, che significa colpire nel centro e, in senso figurato, cogliere con precisione. Credo che chi non soffra di una pedanteria rudimentale riesca persino ad apprezzare sfumature e differenze. Ma lei usi cosa crede, è poco importante. E direi di posare il fioretto. Non è il caso di farsi del male con l’italiano.

Per il resto il suo commento dice: “Lei, architetto, deve fare la casa che piace a me, secondo le mie convinzioni, le leggi e i materiali costruttivi più sexy”. Lei scherza. Mi ha forse scambiato per il maestro di cerimonie di Luigi IVX? Se ha gusto e convinzioni proprie si compri un po’ di riviste pornopatinate e la casa sexi se la faccia da solo. A lei serve un domestico eccitato, non un architetto à la page come me.
Inoltre, per quel che riguarda la seduzione, sappia che, da buon namedropper, non nutro nessun interesse per i tromboni di terza fila. Detto questo, se vuole continuare ad intervenire perché tirato in ballo inopinatamente da un amico, veda in futuro d'essere informato e propositivo almeno quanto sa essere arrogante.

Per Maurizio Zappalà
Se non ce la fa a respirare da solo, la prossima volta ricorra a qualcuno che d’architettura abbia almeno un refolo. Questo che ha portato, finora, di cosa dovremmo fare in Abruzzo, non ci ha detto sostanzialmente nulla.

[Torna su]

Commento 7099 del 15/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


Per Tino Vittorio.
Senta Vittorio, lei non può piovere dal cielo e scombinare le carte a suo piacimento. Stiamo affrontando un tema abbastanza complicato e il suo intervento non aiuta nessuno perché non dice come, secondo lei, si dovrebbe ricostruire. Quello che ha scritto sembra mirato solo a ristabilire titoli e competenze tecniche degli architetti, colpevoli a suo dire di interessarsi di cose che con l’architettura centrano poco. Secondo me lei sbaglia, e dovrebbe felicitarsi quando un architetto riesce a parlare con lei “di Joyce, di Baudelaire, dell'Impero Ottomano …di filologia romanza o di Hegel o di Spinoza o di Polibio” perché sicuramente non sarà solo un coglione che sa mettere quattro mattoni uno sull’altro. Ma quello che lei vuole sembra proprio questo. La sua considerazione per la categoria mi sembra peccare d’ingenuità e generosità.
Non è vero che il dove e il perché di una costruzione non dipendono dall’architetto. I piani regolatori chi li dovrebbe fare, il farmacista forse? Se lei possiede o acquista un terreno sul quale è possibile edificare, qualcuno ha già scelto per lei, di solito l’amministrazione comunale con l’aiuto di un progettista.
Infine, mi preme ricordarle che nel progetto di un bravo architetto c’è la sua personale concezione del mondo e del tempo che sta vivendo, condizione particolarmente avida di rarità cognitive che si possono trovare solo fuori del proprio pascolo abituale. Pertanto se deve farsi la casa, si rivolga a chi vuole, destra o sinistra non importa, ma se l’incaricato conosce anche Camus, meglio.

Per Maurizio Zappalà
Mi perdonerà se ho modificato il suo commento. Ho tolto riferimenti antipatici e offensivi che non servono niente e irritano soltanto. Per il resto non ho niente da dire oltre quanto già detto.

[Torna su]

Commento 6965 del 23/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


A questo punto dobbiamo ringraziare Luca Avino per averci dato modo di riaprire una riflessione su un argomento che a nessuno sarebbe venuto in mente in questo momento di rilassamento mentale pressoché generale.
Dico a Giannino Cusano che ho molto apprezzato il suo riferimento a Carmelo Bene, perché mi ha acceso un paio di lampadine sulle quali sto ancora meditando. Il mio intervento non intendeva essere sfavorevolmente critico. Intendeva solamente chiarire – a me in primo luogo e poi ai lettori- l’ambito della riflessione filosofica e la sua possibile influenza sulle questioni dell’architettura. Al solo scopo di evitare confusione, visto che ce n’è già tanta.
Vilma Torselli ha magistralmente – essendo un’esperta di arte moderna particolarmente attenta e capace – risolto il problema della “presenza” lasciandoci però senza una soluzione decisiva. Capisco i suoi dubbi e le sue disillusioni (vedi l’articolo Remix su www.artonweb.it) che affidano all’arte l’unica possibilità di redenzione “Ri-editando linguaggi estetici e teorici di diversa provenienza, [l’arte] perviene così ad una ‘interpretazione’ anziché ad una ‘produzione’ di nuove forme, elaborando “protocolli alternativi per rappresentazioni e strutture narrative già esistenti“ (Stefano Chiodi, Alias n.31 / 08-2005).”
A me pare tuttavia che la rinuncia al nuovo, al grado zero, alla scrittura ex novo non possa essere la strada migliore per interpretare e dare risposte attuali. Il postmoderno ha sostanzialmente fallito lasciandoci in eredità un conservatorismo nemmeno nostalgico e decadente, ma addirittura convinto di occupare posizioni d’avanguardia. Avanguardia dei gamberi, direbbe Zevi.
Ma dove sta la novità della scrittura? Dove cercarla? Ricordo il mio primo viaggio a Siena, a piazza del Campo. L’esperienza dello spazio che se ne fa è unica e ci fa capire quanto questo sia essenziale all’architettura e non ne sia accessorio. Ruotando lo sguardo dal centro della piazza, non c’è fabbrica di un qualche rilievo architettonico – alla faccia di Aldo Rossi e dell’architettura della città – non ci sono materiali pregiati né tantomeno composizioni armoniche e simmetrie. Possiamo mentalmente sostituire gli edifici, scambiarli, inserirne di nuovi, ma il risultato resta di per sé lo stesso. C’è un catino, una torre ed edifici intorno. Tornando a casa racconteremo di un posto meraviglioso ma non sapremo descriverne l’architettura.
Non è questa astrazione? Centra l’uomo in tutto questo? E quale uomo? Quello solenne e dritto della prospettiva centrale rinascimentale? O quello contrito e genuflesso dei borghi medievali?
Questo intendo quando parlo di novità della scrittura. Essa è possibile.

[Torna su]

Commento 6940 del 21/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


Rispondo a Giannino Cusano e Luca Avino.
Io credo che quando un filosofo decreta la preminenza di un evento rispetto ad un altro lo faccia dentro gli angusti, freddi e rigorosi confini di un sistema di pensiero neutro. Non c’è spazio per la retorica dell’interpretazione e dei significati che sono invece l’anima del teatro, dove è solo il coinvolgimento emotivo dei presenti a stabilire le regole della pratica teatrale.
Se c’è verità nella finzione di un’opera di teatro – e certamente c’è – non sta di sicuro nella prassi. Tutti infatti riconoscono in questa la finzione degli accadimenti che mette in scena.
Il problema della presenza è quindi strumentale alla speculazione filosofica per dimostrare l’indipendenza della scrittura da qualsiasi interpretazione successiva. Infatti, qualsiasi ragionamento conserva la sua neutralità quando non è inquinato dal soggetto che interpreta. Lo sa bene chi ha tentato di sollevare i filosofi dell’ermeneutica da quella “provincia filosofica” in cui s’erano cacciati.
Liberare le parole, quindi, non vuole solo dire liberarle dalla contingenza, ma vuol dire soprattutto liberarle dal tranello metafisico in cui l’avevano costretta lo strutturalismo filosofico e le sue conseguenze.
Quando parliamo di scrittura occorre allora mettersi prima d’accordo sul fatto che parliamo principalmente ed astrattamente di segni, non di testi con un senso compiuto. Purtroppo, ma questa è una mia impressione personale, tutta l’arte contemporanea, compresa l’architettura, sembra oggi più preoccupata di come porsi e raccontarsi (la prassi) che della maturità e novità dei segni che la esprimono. Metafore, allusioni, allegorie e tanta retorica ma poche novità di una qualche sostanza segnica. Pensare, come è accaduto in questi anni, che nessuna novità fosse possibile, che fosse finito il tempo della ricerca e ci si dovesse accontentare di comporre, scomporre e ricomporre i segni del tempo “teatralizzando” ogni evento, non è servito a capire e vivere coscientemente il nostro tempo tradendo quel ruolo, questo sì storicizzato, che l’umanità ha affidato all’arte.
Distinguiamo quindi in modo netto verità e falsificazione. Per farlo occorre tornare dalle frasi alle parole perché, come dice Derrida, una volta scritte queste vivono da sole. Hanno in loro la forza del segno, che viene sempre e comunque prima. Sarà ingenuo, caro Avino, ma è così.

[Torna su]

Commento 452 del 01/11/2003
relativo all'articolo Cin-Cin 'Maestro' Gehry!
di Mariopaolo Fadda


Credo che Mariopaolo Fadda sia dotato di sufficiente struttura fisica e intellettuale per difendersi da solo dall’accanimento degli ultimi commenti. Per quanto ci riguarda, per antiTHeSi - e quindi credo di interpretare anche il pensiero di Paolo G.L. Ferrara – la qualità dei progetti di F.O. Gehry è fuori discussione. Se ne può discutere e parlare, ma definirli modaioli, superficiali o addirittura classici non sono un modo serio di fare critica, quindi si perde tempo che potrebbe essere impiegato in modi più divertenti e utili.
Da tutta la polemica sembra venir fuori che i cattivi sono l’ignaro Gehry e il bravo, anzi bravissimo, Fadda. Mentre i buoni sono il tradizionalista Pacciani, il nichilista Botta, la Dolce Mara e il nebbioso Capitano. E questo non sta né nelle intenzioni di un giornale come il nostro, né nell’ambizione di chi ha messo in piedi questo giornale proprio per promuovere l’architettura come quella che Ghery ci propone. Un’architettura libera soprattutto dalle incrostazioni filosofico-filologico-linguistiche lontane anni luce da un sentire espressivo sincero, generoso, vivo e gioioso.

[Torna su]

Commento 375 del 19/07/2003
relativo all'articolo Critica da allevamento
di Mara Dolce


Concordo in pieno con Nino Saggio che, nei suoi commenti del giovedì, scrive: "A me sembrano posizioni poco informate che tendono a generalizzazioni ad effetto. Vorrei ricordare, almeno, il lavoro compiuto nella sezione "Gli Architetti" dopo la scomparsa del fondatore dell'Universale di Architettura."
Distinguere le opinioni dalle formulazioni teoriche mi sembra una considerazione pedante che non ha ragion d'essere nel pensiero contemporaneo. Infatti, la missione critica è mettere alla prova e "falsificare" teorie anziché produrle. Questo mi pare evidente e fondamentale. Se valgono le ragioni di Mara Dolce mi chiedo cosa ci sta a fare un giornale come il nostro.

[Torna su]

Commento 373 del 15/07/2003
relativo all'articolo Critica da allevamento
di Mara Dolce


E' strano e un po' paradossale che i più critici tra i nostri lettori abbiano una così pessima opinione della critica che, comunque e sempre, rimane facoltà di esprimere giudizi.
Molto spesso gli autori disdegnano chi li critica con argomenti e opinioni. Spesso, inoltre, come ho sentito personalmente più volte, si accusa la critica di determinare i destini di questa o quella architettura secondo ben determinate convenienze. Non dico che questo può non accadere, ma purtroppo - sennò sarebbe facile, comodo e vantaggioso - la critica non ha questa capacità e importanza. La critica LEGGE la realtà come una sorta di coscienza letteraria. Quindi, se non c'è architettura - e il pallino rimane sempre e comunque nelle mani degli autori - non si può leggere e non c'è critica che tenga e possa attuarsi.
Secondo il mio personale parere, per concludere, bisognerebbe arrabbiarsi molto per l'assenza di architettura più che per la presenza di critica.

[Torna su]

Commento 210 del 06/10/2002
relativo all'articolo Progetto Ranaulo per Sciacca. Opinioni
di la Redazione


Caro Gianni,
tra i peccati meno noti, seppure più diffusi, è quello che alimenta l’intransigenza del conservatore più incallito.
Sto parlando dell’ignavia, peccato che Controvoce interpreta in modo impareggiabile.
Riguarda “le anime dannate che si lamentano continuamente ovvero i pusillanimi che per paura non sanno seguire il bene e che per viltà non perseguirono il male. Senza essere propriamente dannati, come contrappasso per la scelta fra bene e male che rifiutarono di fare in vita, sono ora costretti a inseguire freneticamente un’insegna, mentre degli insetti pungono i loro corpi nudi e dei vermi bevono il loro sangue misto alle lacrime. Sono così spregevoli che Virgilio invita Dante a non occuparsene, e questi, benché ne riconosca alcuni, evita persino di nominarli. “
Parola di Dante:
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
24 per ch’io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
27 voci alte e fioche, e suon di man con elle
facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
30 come la rena quando turbo spira.
E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: "Maestro, che è quel ch’i’ odo?
33 e che gent’è che par nel duol sì vinta?".
Ed elli a me: "Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
36 che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
39 né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
42 ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli".
E io: "Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?".
45 Rispuose: "Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
48 che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
51 non ragioniam di lor, ma guarda e passa".


[Torna su]

Commento 174 del 27/07/2002
relativo all'articolo Le regole linguistiche tratte dalle eccezioni
di Renato De Fusco - Zevi


La posizione di De Fusco è specifica di chi vuole sottomettere alle osservazioni e tautologie tipiche di ogni sistema formale la necessità di capire e comunicare i fatti, con il rischio, ovviamente, di escluderli quando non appaiono comunicabili. Come se gli uomini, senza nozioni di ottica, non potessero vedere.
La posizione di Zevi è opposta e filosoficamente attualissima. Il corredo scientifico tendente a dimostrare la validità della sua teoria è strumentale e non fondante rispetto al fatto che l’architettura, bene o male, comunque parla e occorre capirla e comunicarla.
Ma vediamo in dettaglio.
De Fusco dice essere una lingua l’insieme di norme condivise che permettono la comunicazione e analizza il rapporto norma-invariante tenendo presente che “… ogni forma di linguaggio si basa su un rapporto incessante di regole e innovazioni” e che, citando Mukarovski, le regole hanno senso se, da un lato non ammettono eccezioni e, dall’altro, se si può pensare alla loro violazione (es: non ha senso una regola a Torino che disciplini il traffico marittimo perché non è violabile: a Torino non c’è il mare). Una condizione, questa, che esclude dalla logica del linguaggio le invarianti zeviane in quanto fondate sulle eccezioni, quindi non più violabili senza ricadere nel sistema di regole che, appunto, si vorrebbero violare. Altro problema che pone De Fusco riguarda il codice-lingua ovvero l’elemento che “… mette in forma un sistema di relazioni possibili dalle quali si possono generare infiniti messaggi” (U. Eco) che, detto più semplicemente e relativamente all’architettura, dovrebbe contemplare quei segni elementari con i quali avverrebbe la costruzione di messaggi. Gli stessi, De Fusco, ritiene essere proprio le invarianti zeviane. In sostanza, le invarianti, essendo tratte da opere definite e complete, non sono in grado di produrre messaggi perché già lo sono compiutamente. Manca, secondo De Fusco, quella caratteristica di astrazione che ha proprietà di codice necessaria a produrre comunicazione. Un codice non è un messaggio ma un segno che serve per formulare messaggi.
Inoltre, secondo De Fusco, l’empirismo storiografico da cui sono tratte le invarianti non basta a legittimare linguisticamente le antiregole zeviane perché, ammette egli stesso “… appena si entra in questo sistematico ordine di idee, si dissolve ogni sorta di empirismo, anche quello fondato sull’esperienza storica”.
Sembra abbastanza chiaro come, per De Fusco, le invarianti non siano che regole che hanno pretesa di agire al contrario e come, per tautologica simmetria, inclusione ed esclusione, regola e antiregola, abbiano lo stesso peso. Il formalismo, in questa logica, non produce che altro formalismo, distante dalla pratica empirica perché distante dalla realtà.
L’approccio zeviano è fondamentalmente opposto perché la metodica e la codifica, per Zevi, non sono fondanti ma strumentali. Egli dice: l’architettura mi manda dei messaggi; come posso tradurre e decifrare gli elementi che accomunano i testi più significativi? Ne traggo storiograficamente e con il maggiore grado di astrazione i segni propriamente architettonici (e non linguistici) capaci di produrre nuovi messaggi. Non mi pongo a priori limiti formali; ricorrerei alla teoria del cavolfiore, se fosse necessario, quindi verifico formalmente che la tesi abbia un qualche significato.
Per Zevi esistono realtà diverse e parallele. Una riguarda l’architettura e i suoi messaggi, l’altra il sistema formale che traduce questi i messaggi. L’una non cala nell’altra e viceversa. Questa doppia realtà non è un’idea bislacca. Basta, per esempio, pensare al rapporto tra realtà fisica e realtà statistica. La prima riguarda la concretezza degli individui, e dei fenomeni naturali. La seconda è una realtà formale (che si può esprimere solo con numeri che sono un sistema formale) ma che riguarda concretamente la prima. La statistica dice che tutti gli anni, sulle strade italiane, muoiono per incidente X persone (dato tragicamente concreto) ma non dice chi, dove e quando, rendendo inapplicabile ogni possibilità di calare sugli individui questa realtà numerica. Oppure, le statistiche sulla vita media, dicono che si può vivere oltre gli ottant’anni. Ciò non toglie che, come individui, possiamo morire a trenta.
Per questa ragione le invarianti, che sono un sistema di regole formali (empiriche e impure quanto si vuole)non vanno calate direttamente nella realtà della progettazione – non sono altre regole – ma servono a verificare su un piano diverso la “modernità” di un testo liberamente scritto e libero da ogni subordinazione.

[Torna su]

Commento 34 del 25/12/2001
relativo all'articolo Design, Arte? Moda?
di Gianni Marcarino


Caro Gianni,
più volte, come sai, abbiamo cercato di dare senso contingente alla parola “design”. E non lo abbiamo trovato. Ci siamo chiesti quanto questo sia rampollo dell’architettura, quanto ne sia erede o quanto spesso, addirittura, la neghi. Se trascuriamo la ricreazione del pomeriggio postmoderno mi pare che, con il “minimal”, siamo arrivati a sera, stanchi del balbettio senza significato, senza un racconto che nobiliti la giornata, senza un proposito che suggerisca il giorno successivo. Lissoni parla di semplicità in un mondo sempre più complesso. I fabbricanti gliene saranno grati; non credo l’umanità.
Mi torna il mente il testo del bando di concorso per la nuova biblioteca di Torino. A un certo punto esplicitamente chiedeva un progetto che desse vita ad un fabbricato “semplice ma di prestigio”, probabilmente come la cultura di colui che ha scritto il bando.
Ci sono due modi per affrontare la complessità del mondo. Uno è quello di semplificarlo e ridurlo in poche linee azzerando diversità e linguaggi, fidando nelle virtù terapeutiche del silenzio. L’altro, più difficile, e secondo me unico possibile, consiste nel proporre racconti atonali, dissonanti, contagiati che si alimentano di rumore e contrasto e si concludono in evidente ricchezza creativa. Ma probabilmente i fabbricanti preferiscono le meno impegnative antine squadrate e manigliette invisibili. Quindi, forse, è un problema di ruoli. Forse, è inutile chiedersi che cosa è design se a definirne la sostanza è rimasto solo il sistema produttivo.
Sandro Lazier

[Torna su]