Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Firenze - Zevi Maestro di domani

di Luigi Prestinenza Puglisi - 29/10/2001


Il titolo di questa commemorazione è Zevi, un maestro per il domani. Personalmente ho paura di questo titolo. Perché ho paura della parola maestro.
Soprattutto se così si intende colui che inizia una scuola.
Zevi le odiava e fece di tutto per non averne una sua.
Certo, in un certo senso Zevi fu un maestro. Direi suo malgrado.
Credo che avrebbe accettato questa parola solo se usata anti-edipicamente. Cioè come un riferimento conflittuale, a una figura odiata oltre che amata, da superare, quindi da uccidere simbolicamente al più presto. Un riferimento morale che spinge in una direzione altra e imprevedibile.
Come, per esempio accadde a lui con l’eredità di Croce e De Sanctis, i suoi maestri ideali. Che si guardava bene da osannare o da venerare. Si pensi ai tanti motivi di divergenza concettuale. E anche al fatto, che Zevi raccontava con orgoglio, di non aver neanche voluto conoscere di persona Croce, nel momento in cui gli se ne presentò l’occasione. “Conosco i suoi libri, disse, mi basta ”.
Zevi aveva, inoltre, paura delle commemorazioni dei discepoli. Sapeva che alla morte di Michelangelo l’accademia lo aveva incensato per subito tradirlo. Sapeva che dietro al feretro del Borromini, affilavano le armi i suoi nemici.
Non facciamo quindi gli orfani di Zevi ma piuttosto cerchiamo di capirne l’eredità, per subito reinvestirla in nuove linee di ricerca.
Cerchiamo allora di vederlo nella sua luce, storica. Di un inconsueto maestro che faceva di tutto per deludere i suoi aspiranti allievi e anche per farsi nemici.
Il Professore aveva infatti un carattere difficilissimo. Spigoloso e intransigente. Basta pensare che ebbe scontri violenti, alcuni sino quasi al limite dell’insulto, con numerosi suoi ex allievi e anche con persone che al suo insegnamento, in qualche modo, si richiamavano.
Alcuni di questi scontri erano giustificati dall’opportunismo politico dei sedicenti discepoli, dal loro pallido, anzi sbiadito, profilo morale. Chiunque fosse stato una persona integra, fuori dai giochi, avrebbe dovuto richiamare tali personaggi che spadroneggiavano nelle accademie e nei centri di potere. Zevi lo fece, anche accettando l’esilio –perché di un esilio si trattò- nel 1979 con le sue dimissioni dall’Università.
L’intransigenza di Zevi non si limitava però a semplici richiami al comportamento amorale e opportunista delle persone. Ma anche ad aspetti, che potremmo definire afferenti il linguaggio delle forme, rispetto ai quali il buon senso avrebbe suggerito una posizione meno dura.
Penso per esempio alle stroncature di personaggi importanti della cultura architettonica fatte al fine di stigmatizzare i loro edifici bloccati nella articolazione volumetrica, soggetti a configurazioni simmetriche, concepiti con disegni monumentali, disegnati con ammiccamenti all’architettura classica o del passato.
Tanto ripetute e ossessive erano le sue prese di posizione –pubblicò anche un libro dal titolo emblematico: sterzate architettoniche- che diventavano quasi controproducenti. Non conosco alcun docente che, risentito dei suoi attacchi, non abbia preso in giro Zevi per l’ossessione contro il classicismo e la simmetria o che non lo abbia considerato un po’ fuori di testa quando scandiva, con voce un po’ nasale, le sette invarianti del linguaggio moderno del’architettura, rifacendosi a una carta del Machu Piccu che, avrebbe dovuto avere il valore della Carta di Atene, ma che molti pensano sia stato Zevi l’unico a redigere e a conoscere.
Perché tanta intransigenza formale, da parte di una persona che aveva anche aspetti di grande umanità e affabilità?
L’unica risposta che sono riuscito a darmi consiste nell’equivalenza, per Zevi indubitabile, tra architettura e linguaggio.
Progettare forme nello spazio equivale per Zevi a mettere nero su bianco il proprio pensiero, scrivere la propria visione del mondo, dichiarare la propria utopia.
E che così doveva essere lo testimonia anche la sua ultima, o quasi ultima, raccolta di scritti dal titolo “leggere, scrivere, parlare architettura ” in cui aveva messo insieme alcuni vecchi saggi ribattezzandoli appunto con questo nuovo titolo per indicare una direzione di ricerca alla quale non è mai venuto meno.
Se le forme sono parole, le parole non possono essere adoperate scioccamente, prestate a ideologie autoritarie. Non è lecito sprecarle, comporle male, utilizzarle a sproposito. Le parole, diceva qualcuno, sono pietre. Per Zevi, scampato all’Olocausto, poi militante di Giustizia e Libertà, infine, generoso presidente, e non a caso, del Partito Radicale, queste pietre servono a costruire il nostro futuro. Anche una simmetria, anche una armonia classicista denunciano un tradimento. Sono parole disperse al vento, vendute a una causa non giusta. Pietre che non liberano.
Solo un altro critico, Edoardo Persico, peraltro da Zevi amatissimo, aveva avuto tanto coraggio nel legare il messaggio civile dell’architettura con le forme dello spazio. Lo aveva fatto in una conferenza memorabile dichiarando l’architettura “sostanza di cose sperate ”, manifestando così l’inscindibilità del nesso tra forme e liberazione, tra spazio e utopia, tra concretezza del presente e immagine di un futuro sperato, voluto, agognato.
Se le parole sono il tramite dei valori di chi le pronuncia, vale anche il contrario e cioè che le persone sono coloro che plasmano le parole. E chi non ha valori, non può, se non ipocritamente, inventare parole che indirizzano al cambiamento.
Ecco un motivo che forse ci spiega il perché Zevi dubitasse che certi architetti, di flaccida tempra morale, potessero produrre buone architetture. E’ noto, per esempio, che il Professore avesse in scarso conto Moretti, nonostante l’oggettiva abilità di quest’ultimo a gestire le forme; e disprezzava Piliph Johnson, nonostante la straordinaria bravura del funambolico personaggio a confrontarsi con numerosi stili, alcuni dei quali, penso al decostruttivismo, ampiamente apprezzati dal Professore.
E anche ci spiega, viceversa, l’interesse critico di Zevi per architetti della scena internazionale mediocri ma caratterizzati da una forte componente etica. O l’eccessiva attenzione, sulle pagine dell’Architettura Cronaca e Storia, per professionisti, a volte di mezza tacca, impegnati sul fronte delle realtà locali.
Meglio ascoltare, sembrava dire, una persona semplice nel sostenere buone cause che un intellettuale radical chic che parla solo per il gusto di sentirsi. Meglio una prosa schietta ma rozza che un latinorum modaiolo e deficiente.
Bene, credo che questa sia una grossa lezione di un maestro scomodo, sulla quale, in questo tempo di esasperato star system, è bene riflettere.




(Luigi Prestinenza Puglisi - 29/10/2001)

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Commento 244 di Carlo Sarno del 23/12/2002


"...Solo un altro critico, Edoardo Persico, peraltro da Zevi amatissimo, aveva avuto tanto coraggio nel legare il messaggio civile dell’architettura con le forme dello spazio. Lo aveva fatto in una conferenza memorabile dichiarando l’architettura “sostanza di cose sperate ”, manifestando così l’inscindibilità del nesso tra forme e liberazione, tra spazio e utopia, tra concretezza del presente e immagine di un futuro sperato, voluto, agognato.
Se le parole sono il tramite dei valori di chi le pronuncia, vale anche il contrario e cioè che le persone sono coloro che plasmano le parole. E chi non ha valori, non può, se non ipocritamente, inventare parole che indirizzano al cambiamento...".
In questo periodo natalizio urge un recupero dei valori etici dell'architettura , una pausa di riflessione dei profondi sentimenti che sono a fondamento della vita personale e sociale . Anche l'Architettura può approfittare della "magia" del Natale per riscoprire la sua vera identità , la sua missione di creatrice di un futuro migliore .
Richiamo questo articolo su Zevi di Luigi , che evidenzia il lato morale e anticonformista del grande critico organico , per aprire una finestra sulla speranza di una architettura che parta dalla vita , dalle vere necessità dell'uomo contemporaneo , senza farsi trascinare in futili mode o diatribe.
L'Architettura ha bisogno di impegno morale , ha bisogno di rifondarsi sull'amore per la vita nella maniera in cui Gesù Bambino ci ha insegnato , ha bisogno di guardare chi soffre , chi è povero , chi è debole e costruire per il nostro prossimo bisognoso una vita migliore piena di pace e felicità.
L'architettura senza amore non è " Architettura " !!!

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Commento 179 di Paolo Marzano del 09/07/2002


All’intellettuale Bruno Zevi.
di Paolo Marzano
Vorrei portare la mia testimonianza di un ricordo che ho, di una passione comunicativa del Professore che è riescito a svegliare, con la sua dialettica un sentimento d’appartenenza indissolubile dell’architetto, alle fasi di trasformazione del mondo, caricandolo di responsabilità, accusandolo d’indifferenza e proclamandone le vittorie, quando ne esistevano le indiscutibili prove.
Tanto tempo fa conobbi personalmente il Professore ad una conferenza alla presentazione del testo “Linguaggi dell’architettura contemporanea”. Si tenne nell’aula del Disegno, all’Accademia del Disegno in Firenze il giorno 02/12/93.
Poi tempo dopo lo rincontrai nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio alla presentazione del Progetto per l’alta velocità di Firenze il 06/04/98, era il coordinatore del gruppo di progettazione. Una stetta di mano forte e appassionata da chi, con assidua e ardua polemica si lanciava in discorsi dritti come lance e permeati di una concreta e pregevole cultura e articolazione intellettuale. Personalità autorevole che ha “scritto” pagine memorabili. Con le sue declamazioni di marinettiana memoria, comunicava una passione che ardeva e sprigionava energia positiva per noi che eravamo attoniti ascoltandolo e sperimentando quell’elasticità mentale che i suoi interlocutori raramente seguivano per quanto vasto e importante era il suo spaziare, argomentando e saltando da un riferimento storico, alla verifica architettonica e al ricordo bibliografico. Fatti riportati con tanta facilità e con una lucidità mentale conseguente all’allenamento letterario e alla preparazione incommensurabile. I riferimenti diversi e lontani portavano ad una sola strada; la libertà per l’individuo contro la prevaricazione continua e i tentativi di ritorni ad ordini costituiti. Dopo la morte di Frank Lloyd Wright dichiarò che dal quel momento in poi si poteva fare solo filologia sull’architettura del maestro americano. Dopo la scomparsa del Professore, ho idea che si può solo tentare di ricercare una critica e una metodologia per verificarla, lontana comunque dalle sue potenzialità indagatrici che partivano verticalmente per analizzare fermenti e contestualizzarli, prefigurandone atmosfere e realtà impreviste.
Di tanti architetti dichiarava la genialità come di alcuni descriveva la deplorevole fama, senza mezzi termini o timori compromissori. Degli scritti e dei famosi discorsi del Prof. sono a conoscenza, almeno due generazioni di nuovi appassionati, dall’alba tra le righe del particolaristico C.L. Ragghinati fino ai giovani critici contemporanei. Del grande intellettuale che era il Prof, ricorderò sempre le due tematiche che come messaggi subliminali, trasmetteva in ogni sua energica discussione: la prima riguardava l‘“angoscia” dell’architetto. “Genio” che soffre per la trasformazione lenta e dolorosa di un’idea, di un progetto, di una visione, quindi della realizzazione terrena di un sogno. Consapevole che qualunque trasformazione rappresenta una piccola morte per quello che è proiettato a diventare “altro”. In questi alti e bassi emozionali si trova lo “spirito del tempo” di cui l’uomo deve nutrirsi per immergersi in questa realtà.
La seconda tematica è un atteggiamento: lo scegliere di stare sempre dalla parte di una minoranza per “battagliare” e mostrare i limiti e la facile prevaricazione, caratteristica dei più. Mettersi contro qualunque ordine che si sospetta si stia per costituirsi. Combatterlo prima, altrimenti ci vorrà più tempo e molta più energia, dopo. E’ questo l’insegnamento che non ammette compromessi e mediazioni. Gli ordini costituiti generano appartenenze, le appartenenze generano gerarchie, le gerarchie emanano regole, le regole generano classificazioni di idee insieme a manierismi interpretativi e…..ci risiamo un’altra volta!?, Rieccoci, ricaduti nelle conventicole che usano i loro termini, i loro codici e si crogiolano tra concetti vecchi e stantii che regolano i comportamenti. Stranamente sento parlare tanto e dappertutto del Professore, spero che oltre a nominarlo ed a ricordarlo in mille occasioni (cosa che è già stato detto, lui non avrebbe certo voluto). Spero che oltre a nominarlo si porti avanti con coraggio, una testimonianza di competente e accesa ricerca mirata, contro i qualunquismi architettonici che si stanno pian piano rivelando sempre più ed il congelamento intorno ad alcune idee e visioni architettoniche di cui le riviste sono piene, praticamente contro gli ordini che si costituiscono. Il nemico, ha insegnato il Professore (architettonicamente parlando), è nascosto dietro una ripetizione stilizzata e una sintesi veloce, dietro ogni luogo comune, dietro ogni forma facile e vendibile. Per ricordarlo sarà utile sicuramente combattere con la cultura le critiche sterili (tante e per niente propositive), con gli strumenti affilati, della passione, della dialettica uniti indissolubilmente ad una dinamica cultura.

Tutti i commenti di Paolo Marzano

 

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