Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Mario Galvagni: la ricerca silente

di Beniamino Rocca - 25/2/2002


Non sono un critico d'architettura. Sono un ex lavoratore studente-geometra, diventato architetto nei -turbolenti e fecondi- primi anni settanta, grazie al "Turno serale" voluto al Politecnico di Milano da Piero Bottoni, Guido Canella e, soprattutto, da Lucio S. D'Angiolini.
E' quindi con un certo imbarazzo che mi appresto a scrivere qualcosa su "Mario Galvagni, architetto", come mi è stato chiesto dalla redazione di Antithesi.
L'avevo giusto provocata -la redazione intendo- chiedendo un parere su questo settantenne architetto, che per me -lo dichiaro subito- è il migliore architetto italiano del dopoguerra.
Ho visto per la prima volta le sue opere sul numero 449 de "L'architettura cronache e storia" (marzo 93), personalmente presentato da Bruno Zevi: "[...]Quasi come Carlo Mollino" -dice Zevi di lui, inquadrando subito il personaggio; non dà però una chiara risposta alla sua stessa domanda:"... perché la rivista solo adesso ha deciso di pubblicare un'ampia rassegna delle sue opere e non negli anni 50 e 60 ?", terminando poi così la sua presentazione: "...Non presentiamo Galvagni come una rivelazione, ma come un interrogativo utile e fecondo per tutti gli architetti, a cominciare dai nostri lettori .Quasi come Carlo Mollino, in altra chiave"
In questi ultimi mesi ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Mario Galvagni e non ho resistito alla tentazione di chiedergli direttamente dei suoi rapporti con Zevi e di come mai un critico così attento al fiorire di nuovi architetti (soprattutto al di fuori delle accademie) non si fosse accorto prima di lui.
Mi racconta Galvagni che Zevi lo chiamò appena vide pubblicato su "L'architecture d'aujourd' hui" la casa Silva, ma il materiale da lui subito inviato alla redazione (foto di scarsa qualità e disegni a matita) fu giudicato insufficiente e gli fu richiesto di fare nuove foto e disegni a china.



"Al diavolo Zevi e la sua rivista!", disse il giovane Mario, che richieste erano mai queste! Anche Michelangiolo disegnava a matita e per risparmiare la costosa carta di pergamena disegnava sopra al disegno, correggeva, complicava, deformava; perché mai avrebbe dovuto semplificare ed impoverire il suo modo di disegnare architettura, imparato a Brera con Carlo Carrà, Aldo Carpi, Vittorio Vittorini e passando giornate davanti ai disegni originali di Leonardo, Michelangiolo e compagnia bella in quasi tutti i musei di Italia e di mezza Europa?
Ecco spiegato il silenzio quarantennale tra i due, uno scontro tra forti personalità, come spesso succede tra numeri uno, tra critico e artista.
Già, perché Galvagni non è solo un architetto, è anche pittore, scultore e un pò poeta.
Le sue case in Liguria hanno influenzato le sculture nella poetica di un Arnaldo Pomodoro, le ricerche sulla luce di Lucio Fontana e le relazioni con il territorio di Emilio Scanavino, da lui frequentati ad Albisola e nella galleria "Il Punto", di Remo Pastore .
Come ha scritto felicemente Michele Calzavara sul numero 414 di Abitare, persino Carlo Scarpa ha tratto certa ispirazione per i motivi della "cornice a dentelli", resi famosi nel mondo dall'architetto veneziano con la sua Banca Popolare di Verona e con la tomba Brion, ma sperimentati per primo da Galvagni nelle sue case.
Ma andate a guardare il suo sito internet : digilander.iol.it/galma
Guardate bene casa Silva: volumi inclinati come il profilo delle montagne che fanno da sfondo, masse di pietra e di legno che si scontrano e si incastrano in un dinamico tumulto di forme. La verticalità viene frammentata e scomposta in linee oblique che, invece di un precario equilibrio, diventano una stupefacente immagine di solidità e di radicamento al suolo. E guardate bene la data di costruzione:1954.
Ditemi voi ora, chi in Italia ha saputo realizzare un'architettura di tale forza espressiva così avanti sui tempi?
E nel mondo, quanti in grado di far meglio nel 1954 appunto, a soli venticinque anni di età?
Peter Eisenman, più di dieci anni dopo(1967),non andava molto più in là di una buona architettura scatolare e l'ottimo Frank O.Gerhy era ancora impegnato a rivisitare il linguaggio wrightiano (casa Steeves,1958). E guardate bene Casa Beretta Menino, in Val d'Ajas - Aosta- del 1968, ancora più sconvolgente.



Ma c'è dell'altro che mi piace raccontare di Mario Galvagni.
Non era solo Zevi a conoscere casa Silva quarant'anni fa.
La redazione milanese di Casabella già la conosceva.
Il ventiseienne Galvagni prima che ad altri bussò infatti alla porta della redazione di via Monte di Pietà. Si presentò con tanto di foto, la porta si aprì e comparve proprio Gae Aulenti (allora impaginatrice della rivista), infilò le foto in un cassetto e lì rimasero, per sempre.
Ma Rogers fu onesto con il giovane architetto. Quando vide le foto, gli disse che mai Casabella avrebbe pubblicato le sue opere perché troppo dissonanti con il suo credo architettonico, avrebbero disorientato i suoi studenti.
In verità, nemmeno Galvagni fu tenero con Rogers quando nel 1966 l'editore Bruno Alfieri gli pubblicò il bel libro monografico "Mario Galvagni-Opere d'Architettura-1960/1966". Guardate un pò cosa scrisse lo stesso Galvagni su quel libro a proposito della rivista Casabella:
"[...]occorre denunciare l'operato subdolo retrivo, falso sul piano culturale, di gruppi come quello che fa capo alla rivista di architettura Casabella, diretta da Ernesto N. Rogers. Gli esempi? Ogni numero della loro rivista ne è una prova. Mentre l'editoriale afferma una cosa, il contenuto dimostra il contrario. I risultati? Questi gruppi hanno diffuso la pseudo architettura "strapaesana", fatta di cubetti con tetti a due falde o al massimo a padiglione, con finiture leziose. Accostati allo strapaese diventano un villaggio agricolo che è il fatto più reazionario di questi ultimi anni perché nega la forma della città che è la più alta creazione dell'uomo, in cui attraverso e dentro di essa è scaturita la civiltà. E immiseriscono gli animi con la loro ammonizione: "bisogna essere modesti come fantasia ed espressione moderna"; ma tutti ormai hanno capito che non si tratta di dialettica, di espressioni teoriche o di modestia nell'eseguire, ma di vero e proprio impedimento: di sterilità. Il veleno dei loro editoriali è stato ed è propinato non senza una certa scaltrezza (che accompagna sempre le pseudo cose) e per questo è più pericoloso: lo alternano alla presentazione di opere dei grandi maestri, per mostrare che si parla di architettura moderna. Ma nello stesso tempo preferiscono i maestri quando sono morti o cercano ( i viventi ) di renderli subito accademici . Questa tecnica velenifera è poi dilatata verso gli pseudo concetti più vasti, come quello delle città regione o dei piani regolatori : per dimostrare come sono grandi i problemi e come è inutile e dannoso considerare l'opera dell'artista moderno nella sua individualità col risultato di uccidere l'arte.
Essi poi evitano l'informazione leale e scientifica, censurano, temono la tecnica dell'operare moderno in arte; tengono persino il più possibile nascosto (o per lo meno non lo hanno posto in aperta e pubblica discussione) l'esito dell'ultimo congresso CIAM, dove il gruppo che voleva rappresentare l'Italia (ma erano poi loro stessi) è stato attraverso le opere presentate, preso (giustamente) a pedate nel sedere.
Chi non ricorda poi il padiglione italiano di Bruxelles ? Ma è naturale che tutto ciò sia accaduto ed ha la sua logica nel fatto che i CIAM erano stati fondati da un artista moderno e loro erano l'accademia.
A tutto questo non si è arrivati di colpo, ma per gradi : distruggendo a poco a poco, attraverso la distruzione dei valori e delle conquiste morali dell'operare singolarmente, la figura dell'artista moderno e della sua tecnica, inoltrando il veleno della pseudo opera d'arte fatta collettivamente, cioè propinando il falso team perché il vero deve essere il compendio di civiltà artistica rappresentato dalla altezze espressive dei singoli. Non naturalmente dalle bassezze come loro vogliono. Da questa fase che eliminava l'uomo come artista era facile passare a quella della sostituzione dei compiti e delle capacità, invece di ragionare sull'opera d'arte, sui mezzi espressivi e sui sentimenti con cui l'artista moderno è impegnato ed i suoi propri compiti; il veleno era ed è propinato dagli pseudo apostoli i cui distillati statici, economici, sociologici, evidenziano il risultato, che scendendo su un terreno così falso ed improprio, per cui il traslare e travisare questo pensiero artistico nella sua politicizzazione ne fanno la mira dell'impreparata classe politica. Milano 15 gennaio 1965"
.
Ecco, essere un personaggio libero, non allineato e per giunta architetto geniale, non lo ha reso simpatico all'accademia ed agli architetti che contano. E d'altra parte, come poteva essere accettato dalla critica che conta un architetto/pittore che si inventava le occasioni di lavoro rispondendo agli annunci sul Corriere della Sera, portando il cliente sul greto del torrente a scegliere, sasso per sasso, il materiale con cui costruire la casa che avrebbe progettato insieme a lui rendendolo partecipe di quella avventura meravigliosa che è creare nuove forme, modificare il paesaggio? Come poteva essere inquadrato un architetto/ capomastro che nel progettare il trampolino per il Lido di Gozzano (sul lago d'Orta) si tuffa in acqua per un'intera giornata perché nessun operaio dell' impresa era in grado di fissare il cassero in legno a tre metri di profondità, predisposto con la forometria d'invito per gli opportuni collegamenti alla piattaforma di fondazione?
Eppure quest'architetto aveva già esposto alla decima Triennale di Milano (1954-55) una sconvolgente casa a spirale costruita con materiali nuovissimi, in cui le forme poliedriche si ramificano dalla struttura in profili di acciaio da un punto del suolo e si autoframmentano in percorsi diagonali lungo una direttrice a spirale ancora oggi visibile al Parco Sempione.



Altro ancora vi sarebbe da dire sulla sua ricerca, sul suo modo di fare architettura, sulla sua capacità di ricercare "matrici formali" nella stratificazione delle rocce, nelle onde sulla battigia, nelle forme di un fiore o di una foglia, perché come lui dice, "L'architettura nasce da un'emozione e il luogo è sempre in relazione alla natura antropizzata e alla stratificazione storica delle sue morfologie e va interpretato come un percorso percettivo e la cosa più affascinante è che di tutto ciò non è necessario rendersene conto, lo si percepisce geneticamente."
Ma non voglio togliere il piacere di altre scoperte a chi riterrà di ascoltare il mio consiglio e navigare un pò nel suo sito.


(Beniamino Rocca - 25/2/2002)

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Commento 72 di Arianna Sdei del 18/03/2002


In risposta al commento 71
Già Zevi. Chissà se avrebbe approvato tutti i discorsi prolusi in suo onore in quella maratona d'eccezione che si è tenuta a Roma il 14 e 15 Marzo; mi piacerebbe sapere cosa pensava veramente delle persone che lo hanno ricordato -devo dire, con impegno- e mentre ero lì seduta distante, mentre ascoltavo discorsi del tipo "non esiste dissonanza senza assonanza ed è più dissonante un'assonanza senza dissonanza"; non potevo fare a meno di immaginare cosa avrebbe fatto lui in quell'occasione, quale parola di rottura, quale gesto. Forse perché ho assistito solo alla parte conclusiva dell'incontro ma ho veramente, drammaticamente sentito per la prima volta la mancanza, l'incomprensibile assenza di Bruno Zevi.
Credo che il messaggio sia la propria architettura e che questa meriti una possibilità, se non siamo noi a concedergliela, nessuno ce la concederà.
Ringrazio Alberto Scarzella Mazzocchi per la risposta chiarificatrice.
Arianna Sdei

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Commento 71 di Alberto Scarzella Mazzocchi del 13/03/2002


In risposta al commento 69
Afferma Arianna Sdei che il messaggio va comunicato ed è compito dell'artefice del messaggio il farlo passare.
Sono d'accordo ma non è il caso di Mario Galvagni, perché i suoi disegni sono stati contestati in quanto inusuali, all'epoca, in una rivista di architettura.
Galvagni, esprimendosi nelle tre dimensioni, elaborava i suoi progetti con il metodo delle sezioni sovrapposte, allora in uso per i disegni di aerei, navi o di componenti meccaniche dei motori.
Doveva quindi, lanciare il messaggio che un'architettura, che esce dal piano, deve essere disegnata con altre tecniche, per ottenere l'effetto voluto, e per verificare la validità e la forza dei volumi.
Disegnare i suoi progetti nelle due dimensioni significava tradirne lo spirito, appiattendole.
Galvagni non è stato, e non è, un artista incompreso, bensì un artista scomodo. Nel proporre le sue architetture, "osava" criticare i maestri, e i gruppi elitari che li osannavano ed imponevano i loro credo, nelle università e nell'editoria di settore.
Zevi, avrebbe potuto aiutarlo, perché come Ponti, era estraneo dal giro di questi gruppi. Purtroppo c'è stato scontro tra due personalità, ed il vivere in due città sufficientemente distanti tra loro, anche culturalmente, come Roma e Milano non ha certamente aiutato.
Poi Zevi, che avrà avuto un sacco di difetti ma che era costituzionalmente corretto e che amava profondamente l'architettura, ha avuto la forza di rompere il ghiaccio. E anche questo è un fatto importante, da ricordare.
Perché concede speranza.
Alberto Scarzella Mazzocchi

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Commento 69 di Arianna Sdei del 12/03/2002


In risposta al commento 66
Voglio solo dire che non dovremmo farci scappare le occasioni quando ci capitano sotto mano, che talvolta dovremmo anteporre il messaggio, che è appunto l'architettura costruita, al nostro ego.
Penso che l'architettura sia costruita, calce, cantiere, materia, e che questo sia lo strumento che l'architetto possiede per comunicare, il consenso è funzionale alla costruzione.
Penso che il consenso non lo si ottenga cercando di convincere, ma mostrando semplicemente la propria esperienza, ed è questo il gesto che paga, si rinuncia ad un pò di arroganza per acquisire comprensione, l'episodio con Zevi mi fa pensare a questo.
La mia considerazione muove dalla lettura dell'articolo ma proviene da una lunga riflessione personale, voglio pensare che il messaggio può passare e che l'architettura si può fare.
Ringrazio l'autore per la sentita risposta
Arianna Sdei

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Commento 66 di Beniamino Rocca del 07/03/2002


In risposta al commento 61
Non so entrare nel merito della questione per come, mi pare un po’ troppo filosoficamente, la pone Arianna Sdei.
Conoscendo un po’ Mario Galvagni una cosa mi sento di dire: Lui ha sempre cercato di comunicare le sue idee, in ogni occasione, anche intervenendo ai dibattiti sull’architettura che già negli anni ’50 si tenevano con Rogers e Gardella alla Casa della Cultura di Milano.
Era troppo in anticipo sui tempi: questa la verità. Non riusciva a farsi capire dagli architetti e dagli accademici quando parlava della sua idea di architettura, di “ percorsi percettivi “, di “matrici formali “.
I primi dicevano “ l’è matt“ , e gli accademici : “ è un formalista “.
Strano ma vero, la committenza lo capiva, e lui -appena ventiquattrenne - sapeva fare innamorare i clienti della sua architettura portandoli sul greto del torrente, nei campi, sulla spiaggia, a prefigurare spazi, luce, materiali.
Avendo lavoro era invidiato, proprio come successe a Carlo Scarpa con l’ordine di Venezia, mentre gli ordini degli architetti di tutta la Liguria (ma anche di quello di Milano sarebbe bello dire ) facevano processioni alla Soprintendenza per impedirgli di progettare.
Insomma, se sei troppo in anticipo sui tempi e non hai potere accademico, comunicare architettura costruita è dura.
Beniamino Rocca .

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Commento 61 di Arianna Sdei del 28/02/2002


riferimento:Commento 66
Personalità geniale, non v’è dubbio.Lo scorcio di Casa Silva può essere affiancato a quello di un prospetto dell’università di Cincinnati e creduto coevo, li separano invece ben 35 anni. Tutta la ricerca che ha cominciato ad affacciarsi nelle università da pochi anni e che ormai più nessuno può ignorare era già iniziata, costruita, quando i capostipiti ancora, forse, la ignoravano.
Lui era il solo in quel momento, geniale, non v’è dubbio.
E Zevi non poteva non riconoscerlo, ma la genialità purtroppo non basta.
Sono molteplici le cause che fanno di un artista incompreso una personalità di primo piano nella società , prima fra tutte la volontà di farsi capire, di trasmettere, di comunicare, ed allora la richiesta di avere disegni più comprensibili e foto più esplicative avrebbe subito assunto un altro significato.
Il messaggio va ricercato, elaborato, creato dall’artefice ma è compito dello stesso di farlo passare.
Il messaggio va comunicato ed il messaggio è un regalo all’umanità intera, quindi più importante di qualsiasi idea personale.
Dirò di più, se manca questa forte volontà di comunicare l’artista non è tale, non esiste l’artista egoista.

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