Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Antisemitismo: oltraggio alla cultura

di Cesare De Sessa - 8/9/2002


La profanazione al cimitero ebraico di Roma non è soltanto un atto vandalico (al di la di chi sia stato e delle motivazioni che lo hanno spinto) che offende la coscienza civile del paese. Non è solo un pericoloso rigurgito di assurdo antisemitismo, fenomeno pericolosissimo per ogni società libera, in quanto rimane la cartina di tornasole con cui misurare la capacità di tolleranza, dunque il livello di democrazia reale. La profanazione dell'altra notte è, anzitutto, un oltraggio alla cultura e, di conseguenza, un offesa al concetto di politica. Sì, perché senza voler stabilire facili equazioni, è semplice capire quanto politica e cultura siano intimamente legate.
Non c'è infatti progetto politico senza progetto culturale. Poiché compito della politica, tra gli altri, è quello di rendere operativo e mandare ad effetto l'apporto di idee che il mondo della cultura è chiamato a elaborare e fornire.
La sfera politica è, precisamente, la "palestra" dove le idee si confrontano, il terreno su cui le idee si misurano.
La violazione consumata su quelle cinquanta tombe è dunque, anzitutto, oltraggio alla cultura, aspetto questo di drammatica gravita, in quanto, la storia insegna: offendere la cultura è sempre prodromo di concezioni totalitarie che, presto o tardi, finiscono per oltraggiare l'uomo, la sua dignità. Insulto alla cultura, dicevo, perché contributi fondamentali al nostro patrimonio di conoscenze, sono stati recati da ebrei. Apporti che spesso hanno aperto mondi sconosciuti, mutando la storia del sapere e con essa quella dell'umanità.
Sigmund Freud, che dando la parola al sintomo ha aperto una nuova finestra sull'animo umano, fondando la scienza psicanalitica e dimostrando come anche il soggetto patologico avesse diritto a parlare, perché proprio attraverso la parola passava la sua guarigione, era ebreo. Albert Einstein, che con la teoria della relatività formulata agli inizi del secolo scorso, ha lanciato la fisica verso scoperte e conquiste succedutesi per tutto il '900 e che seguitano a tutt'oggi, anch'egli ebreo.
Arnold Schönberg, padre della musica dodecafonica o atonale, tecnica che sottraendo l'opera musicale alla supremazia di un accordo dominante emancipa la dissonanza rendendola comprensibile, ancora un ebreo. Hanna Arendt, che in libri basilari per la cultura filosofica metteva in guardia contro una visione superficiale del nazismo inteso come fortuito prodotto di pochi esaltati (suo il termine totalitarismo), denunciando come esso si generi invece da una condizione di intolleranza della società tutta verso chi è differente, sempre un'ebrea. Marcel Proust, autore de La Recherché, riconosciuto tra gli iniziatori del romanzo moderno, ebreo. Benoît Mandelbrot, che con la messa a punto della geometria frattale (oggi usata in più ambiti disciplinari) ha dato la possibilità di conoscere, studiare e comprendere gli aspetti irregolari presenti nel mondo naturale, aspetti prima trascurati in quanto mancava un codice in grado di decifrarli, ancora un altro ebreo.
La lista potrebbe continuare con nomi come Chaplin, Benjamin, Modigliani, Chagal, Eisenstein, Mahler, Mies, Mendelsohn, ecc. Ma non intendo fare un elenco di "lapidi eccellenti", poiché non aiuterebbe a capire quali cause determinano atti come la profanazione del cimitero ebraico, nonché i gravi pericoli impliciti in tali azioni vandaliche. Mi interessa sottolineare, piuttosto, come gli apporti di scienziati e intellettuali ebrei, siano stati puntualmente rivolti a valorizzare la differenza, il particolare, a dissentire, talvolta, al fine di comprendere meglio e più a fondo. Quanto è omesso, posto tra parentesi, lasciato da parte dalla cultura più ufficiale del momento, ha sempre avuto un ruolo privilegiato nella riflessione degli intellettuali ebrei. Questo perché, in qualche modo essi sono - per dirla con Cioran- " l'assolutamente altro".
Ciò li ha portati a esaminare fatti e idee da punti di osservazione insoliti, particolari, non allineati ai luoghi comuni. Quasi che spostare il punto di vista, rispetto a quello ordinariamente assunto, risultasse più congruo e appropriato alla condizione di distinzione e particolarità della loro stato esistenziale. Ed è questa attitudine, che verosimilmente nasce dalla storia del popolo ebraico, dal loro sentirsi orgogliosamente differenti, che ha permesso ad alcuni tra loro di aprire, prima di altri, il pensiero su aspetti non ancora intravisti, giungere a scoperte fondamentali per il sapere di tutta l'umanità. Ciò perché, la storia della cultura lo insegna, gli scatti della conoscenza, può accadere che avvengano meglio proprio quando si riesce ad osservare la realtà e il bagaglio di idee e nozioni acquisite, da prospettive difformi e con diversa coscienza critica.
Le vicende del popolo ebraico, che prendono il via dall'Esodo dall'Egitto dei faraoni per sottrarsi a una condizione di schiavitù, sono un reiterato susseguirsi di persecuzioni, esclusioni, ghettizzazioni, ostracismi, cui essi per secoli hanno potuto opporre soltanto l'orgoglio di appartenere a un popolo, a una minoranza. In tal senso l'orrore dell'Olocausto dinanzi cui il mondo ha inorridito, con i circa sette milioni di vite stroncate, altro non è che l'epilogo, tragico e assurdo quanto si vuole, tuttavia conseguente, della diffidenza e dell'intolleranza riservata agli ebrei nel corso dei secoli Perché -per citare ancora Cioran- "I popoli provano verso gli Ebrei la stessa animosità che deve provare la farina contro il lievito che le impedisce di riposare(...) il loro stato febbrile vi pungola, vi sferza, vi travolge. Modelli di furore e d'amarezza, essi vi fanno contrarre il gusto della rabbia, dell'epilessia, delle aberrazioni che stimolano, e vi prescrivono la sventura come eccitante."
D'altronde, un popolo che nel concetto di diversità fonda un punto cardine della propria cultura e della propria identità, non poteva non suscitare angoscia e repulsione per sistemi, qual è stato il nazismo, che perseguivano la massificazione e l'irrigimentazione della società, la riduzione dell'uomo a mero esecutore. Angoscia e repulsione che presto si ribaltano in avversione viscerale, in odio immotivato, producendo, appunto, i campi di concentramento.
In tale prospettiva la violazione delle cinquanta tombe assume contorni ancora più sinistri e inquietanti. Vigilare che fatti del genere non avvengano e indignarsi per l'accaduto, non è solo un dovere della società nei confronti della comunità ebraica, ma è anzitutto diritto alla salvaguardia della nostra cultura e della nostra democrazia.
Difesa della cultura perché il diverso, il dissimile, è ciò che stimola e alimenta lo stesso movimento dell'intelletto. Infatti, è proprio del funzionamento del pensiero interrogarsi, nel momento in cui è chiamato a confrontarsi con quanto da esso è dissimile. Poiché allora si sforza di portarsi oltre l'acquisito, al fine di contemplare e capire la diversità che scorge e con cui è chiamata a compararsi. Di contro, un pensiero non più stimolato dal differente, si ripiegherebbe su stesso, si irrigidirebbe sino a spegnersi.
L'antisemitismo, l'avversione per ciò che è dissimile è altresì letale per la democrazia, poiché il concetto stesso di democrazia implica una società formata da individui diversi, composta da soggetti sociali vari e soprattutto non omogenei, ma ciascuno con una sua distinta identità. Viceversa, una società fatta di uguali, ammesso fosse oggi storicamente possibile in occidente, certo non potrebbe definirsi democratica.
Cesare De Sessa


(Cesare De Sessa - 8/9/2002)

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Commenti
1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 260 di Simone Rolandini del 15/01/2003


Sicuramente un buon articolo, ma vorrei solamente fare una precisazione se mi è concesso, nei riguardi C.Chaplin.
Esso pur essendo il genio del cinema per 40 anni e considerato 'ebreo' dai nazisti, in realta non lo era, ma si fingeva solamente per sfida contro Hitler, infatti denuncia la sua non ebraicità, con una lettera personale a suo figlio Sidney ...
Vi ringrazio.
Saluti

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