Giornale di Critica dell'Architettura
Linguaggio Architettura

Stefano Ray sulla linguistica architettonica

di Stefano Ray - Bruno Zevi - 17/11/2002


Testo tratto da L'architettura, cronache e storia, n° 227, del novembre 1974

Devo dire subito che, forse per una deformazione imputabile alla mia attività di storico, le discussioni teoriche intorno ai modelli semiotici cui commisurare l'architettura -sebbene mi seducano- mi insospettiscono. Ho l'impressione che si rischi di costruire congegni più o meno ben funzionanti, per arrestarsi soddisfatti se questi meccanismi risultano coerenti in sè stessi. In altri termini, che tali riflessioni trovino in sé la propria ragione di essere e il proprio fine: mentre l'architettura, come dato concreto (edifici, città, ambiente), si riduce a semplice pretesto per un' "esercitazione intellettuale" secondo una concezione della cultura perfettamente opposta a quella corretta.
Certo, gli specialisti dei problemi della comunicazione ci hanno rivelato nozioni di alto interesse e stimolanti al massimo; probabilmente l'impasse ove si trovava ridotto il dibattito architettonico ha scoperto uno spiraglio di apertura nella meditazione su simili spunti. Ma è del pari probabile che il dibattito medesimo abbia imboccato una strada senza uscita quando ha tentato di trasferire all'oggetto specifico della sua ricerca (l'architettura, appunto) i procedimenti epistemologici tratti dalle discipline semiotiche.
Da punto di vista dello storico, mi sembra opportuno ribadirlo, non è solo inaccettabile, ma addirittura impensabile un processo che muova da una sistemazione concettuale complessiva precostituita dove calare i singoli fenomeni. Al contrario, l'analisi dei singoli fenomeni può offrire invece elementi per articolare, arricchire e mettere a fuoco un quadro metodologico di riferimento generale.
Occorre comunque avanzare due osservazioni preliminari.
In primo luogo (in base a quanto è possibile dedurre dalle conoscenze che abbiamo della storia), l'architettura si è configurata sempre come una produzione edilizia speciale, distinta nell'insieme dei manufatti precisamente perché diversa; diversità denunciata per mezzo di opportuni segnali standard universalmente evidenti: dimensioni particolari, modanature, trattamenti. Secondo, conseguenza diretta della constatazione che precede, questa condizione -l'essere diversa- ha collocato l'architettura in un ambito ideologico, prodotto sovrastrutturale delle istituzioni del potere. In proposito di recente si è voluto notare che l'architettura non è solo entrata in crisi, ma è semplicemente morta , esaurita ormai la sua funzionalità ideologica a motivo di una integrale ristrutturazione degli organismi del potere; anche se, e quando, gli architetti non ne abbiano presa intera coscienza.
Sotto questo profilo, pertanto, tutto il movimento moderno altro non sarbbe se non un patetico (quando non fraudolento) tentativo di riciclare un prodotto non più richiesto, di resuscitare una domanda spenta. D'altronde invano, perché l'unico acquirente storicamente accertato -il potere nelle diverse manifestazioni- non ha oggi alcuna necessità di gestire indirettamente, attraverso la mediazione ideologica dell'architettura, la città e l'ambiente; che non costituiscono più il luogo di elezione delle sue operazioni e di cui dispone, in ogni caso, in prima persona, con differenti criteri e metodi.
Se la premessa è corretta, quanto sopra risulterebbe impeccabile. Tuttavia il ragionamento presenta una piccola, ma decisiva lacuna di carattere storico.
Difatti, proprio la diversità, il privilegio dell'architettura rispetto all'ulteriore edilizia, mentre da un lato consente una strumentazione fungibile ideologicamente, dall'altro fornisce anche un modo per comunicare per il tramite dell'insieme ambientale. Vale a dire che è precisamente la propria qualità semiotica a permettere all'architettura di legittimarsi oltre il decadere del ruolo ideologico. Si direbbe allora che la questione si riduce alla identificazione di una committenza nuova: nei confronti della quale sia minima la condizione ideologica e massima l'autonomia del potenziale comunicativo -atteso che il fenomeno "comunicazione" comporta un grado di modificazione nella trasmissione dei messaggi, collocandosi in un'area latamente definibile della "creatività", a mezza via tra sovrastrutture e istituzioni.
Ma il tentativo del movimento moderno non è stato proprio questo? Ancora nessuno, d'altro canto, ha provato, in un'analisi minuziosa e puntuale della storia, che l'architettura ha svolto sempre e solo un ruolo ideologico. Ritengo piuttosto che il cristallizzarsi dei segnali di diversità nel classicismo -ideologia principe e universale del potere- non abbia condotto all'esaurimento dell'architettura; ma semplicemente ad inaridire le potenzialità comunicative di quegli specifici segnali, all'annullamento di essi per ridondanza e iterazione, allo svuotarsi del classicismo dall'interno.
Per addurre un esempio concreto, ed evitare dunque la genericità che rappresenta il pericolo di un dibattito quale il presente, proprio nell'esame attento dell'attività architettonica di uno dei principali (se non il maggiore) tra gli esponenti del classicismo, Raffaello, mi sono reso conto sino a che punto l'ideologia classicista si erodesse come tale: nell'aderirvi appieno, esplorandone ogni sbocco verso una ricarica dei significati, una trasformazione dei comportamenti, variando e reinventando i contenuti -con il creare nuovi spazi significativi.
A Raffaello si richiedeva di fiancheggiare, sostenendola e celebrandola, la politica pontificia e della grande finanza. Onestamente non possiamo negare che lo abbia fatto. Però, nell'interporre sul circuito ideologico la sua "creatività", egli finisce per indurre variazioni impreviste, la cui efficacia è tanto più evidente, per ricordare appena il risultato più appariscente della vicenda, in quanto dal segno medesimo del classicismo sorge la deviazione manieristica. Laddove ci si proponeva di stabilire un modello di comportamento gerarchico, s'introduce, inverato nello spazio fruito, un messaggio di irrequieta autocoscienza. Se, nel caso, il messaggio riguarda soltanto la classe del potere e il mondo che gravita intorno ad essa, l'esperienza non è per questo meno esemplare delle virtualità autonome pertinenti alla progettazione e alla conformazione dell'ambiente.
La questione si delinea ora più chiara. Il classicismo non è finito unicamente perché inutile alla relativa committenza, ma perché, altresì, sino nella condizione idelogica ottimale che realizza, qualche cosa sfugge tenacemente a ogni controllo: tornando di continuo, con ostinazione, alle ragioni prime della diversità dell'architettura: al legame profondo con la dialettica della storia, nella permanenza delle funzioni antropologiche di base.
Un altro esempio, un caso moderno: Ralph Erskine. Della sua opera questo numero de "L'architettura" offre un ampio panorama. Il problema appare ribaltato, ma l'analisi induce a conclusioni analoghe. La tensione del movimento moderno, nella percezione del vuoto che si accompagna al vanificarsi del classicismo, si impegna per eliminare la diversità dell'architettura: l'obiettivo è la "quantificazione della qualità", l' "architettura per tutti"; non ci si avvede che la qualità (non necessariamente intesa in senso edonistico-consolatorio) affonda le radici nella diversità, nell'area della comunicazione che innesta sulla diversità il trauma della "creazione". Poiché tuttavia l'architettura non può darsi senza una committenza, il tentativo di sostituire al potere un committente che fosse "tutti" era logico -purtroppo, dire "tutti" non significa niente, è un flatus vocis, equivale a dire "nessuno" . Gli architetti, rimasti isolati, si sono interrogati, hanno cercato di parlare tra loro, privati financo di una comune piattaforma donde muovere per capirsi. L'attività di Erskine, caricata delle contraddizioni del movimento moderno, ne rende un'esauriente testimonianza: cionondimeno, ne promanano alcuni segnali che riusciamo a captare e a decifrare, e che propongono un'embrionale trama di riferimenti.
E'evidente. Il codice repressivo del classicismo era comprensibile in quanto strutturato, ma occorreva ugualmente rimuoverlo perché offriva solo una ristrettissima fascia di efficaci "variazioni creative"; se il movimento moderno non è un'alternativa di codice è perché non sa individuare con chiarezza il destinatario di nuovi segnali convenzionali, capaci di consentire la modificazione sistematica dei contenuti secondo una dialettica storicamente radicata.
I problemi chiave si rivelano dunque essere due: riconoscere la nuova committenza e predisporre una costanza della comunicazione. Il primo è un problema squisitamente politico; il secondo riguarda l'elasticità della piattaforma semiotica, talchè la variabilità continua della comunicazione, conditio inderogabile della sua efficacia, risulti istituzionale. Entrambi inestricabilmente connessi, quasti problemi ammettono soluzione nella dialettica della storia. In altre parole, l'interlocutore può essere soltanto una classe specifica, la classe che emerge via via nella concretezza degli eventi come depositaria e portatrice delle istanze antropologiche di liberazione; di converso, la piattaforma semiotica non si costruisce su formule astratte, su schemi consumati e nettamente connotati, come, ad esempio, la geometria.
In siffatta prospettiva il dibattito sul linguaggio dell'architettura assume contorni tutt'altro che futili. Al contrario, di estrema pregnanza, poiché sulla relazione committenza-comunicazione non si gioca appena il destino dell'architettura (nell'accezione tradizionale l'architettura potrebbe senza rimpianti essere tranquillamente lasciata morire) sibbene la sorte dei rapporti tra libertà e continuità, riferite all'unico protagonista del reale. Vale a dire, l'uomo nella storia.
La proposta per un "linguaggio moderno", le sette "invarianti" per l'architettura codificata di continuo, rientra di diritto in questo quadro. Non è una poetica né una petizione di principio, perché misurata nelle contraddizioni della storia, nel trarne un bilancio e traducendolo in uno stimolo all'operatore concreto. Possiamo pensare che le "invarianti" siano altre (ma quali?). Non ci possiamo però concedere oltre il piacere di contemplare la stagnazione degli equivoci e della compiacenza nell'ambiguità -evocando la storia solo per dimostrare di essere al di fuori e al di sopra delle responsabilità che la storia, nella sua dura dialettica mette avanti.


Bruno Zevi sul pensiero di Stefano Ray
Diversamente da quanto è accaduto finora in questa rubrica linguistica, nell'intervento di Stefano Ray si accenna alle "sette invarianti" del codice anticlassico solo alla fine. Per quale motivo? Semplice: Ray ha già scritto sull'argomento un lungo e penetrante articolo, pubblicato su Paese Sera. Concludeva così : "Architettura e società, comunicazione e ideologia, responsabilità e partecipazione sono i temi...Le invarianti ne riassumono le valenze concretamente ed obbligano ciascuno a calare le carte, a pronunciarsi per un sì o per un no, senza lasciare scampo nell'indeterminazione, nel vago. E' abbastanza, ci sembra, per suscitare uno scandalo, perché la cultura architettonica sia a rumore, in allarme".
Questo è quindi il secondo intervento di Ray; mentre su Paese Sera trattava delle invarianti in presa diretta, ora, tenendo conto del dibattito svoltosi nei precedenti numeri della rivista, egli le inquadra in un panorama più vasto.
Modelli semiotici. Ray ne diffida; come storico, non può accettare "un processo che prenda le mosse da una sistemazione concettuale generale precostituita entro la quale calare i singoli fenomeni" poiché, in siffatto ambito mentale, " l'architettura, come fatto concreto, edifici, città, ambiente, si riduce a puro pretesto, a spunto per una esercitazione intellettuale". Non c'è dubbio. La ricerca semiotica, anche la più teorica ed astratta, ha una sua legittimità, ma non va confusa con quella linguistica che serve a leggere, scrivere, parlare architettura. Le sette invarianti codificano l'esperienza incarnata in architetture realizzate e vissute, sono tratte da esse, rifiutano ogni apriori; il loro scopo consiste nell'offrire un metodo chiaro, utilizzabile da parte di tutti, sia per verificare l'iter progettuale nelle sue varie fasi, sia per valutare l'opera compiuta. Su questo punto, pieno accordo.
La distinzione tra "architettura" e "edilizia" suscita invece qualche perplessità. Esiste veramente, o è una delle tante eredità Beaux-Arts da cui dobbiamo liberarci? Se l'architettura è spazio temporalizzato, dissonante, asimmetrico e antiprospettico, nato dall'elenco funzionale e reintegrato nel contesto urbano o paesaggistico, s'invera più nelle case contadine che nei monumenti con preziosi capitelli e modanature. Forse il compito urgente dello storico oggi è di rivedere in senso democratico il passato, eliminando i tabù critici che ce ne hanno precluso una visione più ampia e intelligente.
Risolvendo la scissione architettura-edilizia, cade il dilemma ideologia-comunicazione, anch'esso di matrice accademica. Analizzando Raffaello ed Erskine si conferma anzitutto che il classicismo non è un linguaggio architettonico, ma un'ideologia linguistica del potere. E, rilievo più importante, si constata che il classicismo è morto e seppellito, oltre che per esaurimento della committenza e dell'ideologia, perché non comunica.
Sulla dialettica committenza-comunicazione si gioca il destino dell'architettura, ed insieme quello della libertà, afferma Ray nel penultimo paragrafo. Giustissima tesi che può essere integrata da una postilla. Il problema della committenza e quello di una "piattaforma semiotica che garantisca la comunicazione di fondo" sono interagenti, ma non legati da un rapporto rigido di causa ed effetto. Nei paesi socialisti la committenza è cambiata, ma ciò non ha implicato un linguaggio architettonico democratico. Viceversa, il movimento moderno dimostra che il nuovo linguaggio è possibile anche senza un mutamento globale della committenza, e non si presta ad essere corrotto e strumentalizzato (dato che, è superfluo ripeterlo, il "curtain wall" e le scatole di vetro rientrano nel classicismo non meno dei colonnati). Per essere precisi: le sette invarianti codificano un'architettura diversa per una committenza diversa. Ma attenti. La Casa sulla Cascata fu costruita per un miliardario, eppure il suo linguaggio è democratico e popolare, tanto che Wright lo ha usato in moltissimi edifici economici. Invece, specie in Italia, siamo soffocati da quartieri progettati per incarico degli Istituti Case Popolari o delle cooperative, che adottano il linguaggio repressivo del classicismo. Tale paradosso dovrebbe spingere gli architetti a meditare più a fondo sul rapporto committenza-comunicazione, e a lottare per una società democratica anche e soprattutto con le armi del proprio mestiere, cioè col linguaggio anticlassico. Sottraendosi a questo impegno, rinviando tutto ad un mitico domani e ad una committenza diversa, trastullandosi con i frusti slogans della "morte dell'architettura o dell'arte", attribuendo tutte le responsabilità alla politica, essi ritardano il processo democratico. Per la loro stessa natura, le sette invarianti non sono utilizzabili per fini reazionari; il potere può obliterarle, non comprarle. E ne è cosciente. Sembra strano: tra gli stimoli più efficaci e sicuri di un rinnovamento sociale c'è quello del linguaggio anticlassico, ma solo una minoranza di architetti ne è convinta. La massa si bea nell'indifferenza condita di masochismo.


(Stefano Ray - Bruno Zevi - 17/11/2002)

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