Giornale di Critica dell'Architettura
Linguaggio Architettura

Maurizio Sacripanti sulla linguistica architettonica

di Maurizio Sacripanti -Zevi - 6/11/2002


Nacqui a Roma nel quartiere Prati e, bambino, il primo impatto subito dalla simmetria fu la visione del Palazzo di Giustizia; vera saracinesca che, indifferente, si è insediata nel cielo e nel viola di Roma accecando i Lungotevere. Poi, il fascismo: "tutto andava storto"; ma gli architetti di prospettiva tutto mettevano in simmetria.
Poi, la scuola; era assente alla vita, ma sempre presente con prospettive e morte simmetrie.
Poi, la Liberazione. Dovevo dimenticare la scuola; dovevo considerare la vita. Viaggiai; guardai "fuori". Fui per qualche tempo perplesso tra architettura e pittura -racconto tutto questo non per fare autobiografia gratuita, ma per dimostrare quanto ho riconosciuto come mie le invarianti del linguaggio architettonico moderno che oggi trovo codificate. E scrivo perché ho fatto un'esperienza: ho elaborato un progetto tenendo come controllo appunto le sette invarianti, intese non come categorie o capitoli distaccati, ma come un' "unicum" e così facendo ho scoperto di fatto quanto già sospettavo, che cioè, fondamentalmente, è appunto la distruzione dei nostri ricordi che mette in luce le invarianti.

Cambiare i segni...
Se guardiamo il sole, è simmetrico; ma se lo consideriamo, in un'altra ( e forse più propria) scala, come un "punto" nella "geometria" della galassia, il sole è asimmetrico.
Ugualmente possiamo, volendo, definirci simmetrici; ma lo spazio che produciamo (attraverso gesti e relazioni) è asimmetrico: è geometria di spazi al negativo.
Un albero è senza dubbio rotondo; ma provate a sezionarlo in verticale e non lo è più: proprio come le due parti di un viso...
Il pentagono di un fiore non è mai regolare. Se lo fosse, il fiore non apparirebbe "vero"...un oggetto della natura non è mai geometricamente perfetto.

La finestra:
a pag.14 del volume sul codice del linguaggio anticlassico, si dice: "scompaginare...conduce a riconquistare l'integrità della facciata". Personalmente, penso che finchè essa sarà "facciata" la si può scompaginare quanto si vuole, ma sempre tornerà ad essere una facciata: occorre distruggere l'idea della facciata, residuo dei nostri ricordi.
Supponiamo di porre il problema in questo modo, fondandoci sulla distruzione dell'idea di facciata: allora esso non appare "immane", ma diventa ovvio, poiché non si tratta più di limitarsi a sistemare in modi diversi le finestre (fatto anche abbastanza noioso), bensì di pensare in modo diverso la biologia stessa dell'organismo che progettiamo: affinchè, "mutato" (cioè sospinto di un passo innanzi nell'evoluzione) proponga "diverse" le proprie parti e -nel caso della finestra- diciamo, i suoi occhi.
Se risemantizzare significa riproporre sul piano funzionale, oggi possiamo dire che la finestra non serve solo per illuminare, poiché disponiamo di altri modi per dare luce all'ombra. Né serve, assolutamente, per respirare: possediamo altri sistemi. E neppure serve per "comunicare", perché impieghiamo nuovi strumenti e canali per parlare. Infine, parimenti, non serve per "vedere", perché siamo in grado di vedere ed essere veduti attraverso nuovi e complessi strumenti.
I rapporti di comunicazione, dunque (come quelli di percorrenza) si sono modificati; e, per restare al tema "finestra", la funzione e necessità di essa non appartiene più alle categorie elementari (infatti, potrebbe essere abolita), ma rientra in quelle psichiche: quale pretesto per l'appropriazione della misura, del rapporto tra il proprio "spazio interno" e l'infinito esterno (ed è chiaro che questo rinvia alla finestra utile/inutile sulla terrazza della villa Savoye).

La simmetria:
il suo "senso" è per noi sconosciuto, o disconosciuto; inoltre, è stato raccontato tradendolo...
L'equilibrio degli antichi non era una misura qualsiasi; ma si inscriveva certamente nelle misure della terra e, forse, del cielo.
Se oggi il suo senso ci è divenuto ignoto, ne deriva che esso è automaticamente inadatto a raccontare noi stessi...
Dunque, bisogna cambiare i segni. La nostra simmetria non può che essere l'asimmetria.
Il suo programma non è sufficiente, non è una ricetta infallibile, non è risolutivo; ma ammetterla mentalmente è indispensabile per un'architettura che non sia forma, il cui guscio non sia pura aparenza, né il peso pura necessità: un'architettura come noi "opaca". Come in noi, infatti, non è l'opaco che comunica.

La prospettiva:
il Rinascimento, specialmente a Roma, non poggia gratuitamente l'oggetto sul terreno, ma lo inserisce in uno spazio (ricavato dalla città). Tale spazio è ordinato attraverso rapporti, misura, orientamento, numeri. Equilibri antichi e, come sopra accennavo, ormai ignorati; e di quella prospettiva, che permetteva di camminare in quegli spazi con il pensiero, di quella magia, noi non sappiamo nulla; non confondiamola dunque con la nostra prospettiva, quella della riga a T, anche perché questo strumento era ignoto agli antichi.

Oggi sappiamo che la percorrenza modificata ha alterato i vecchi parametri (strada+piazza+cortile); e il mondo consente all'uomo di sapere di più, quindi di avere più tempo di vita.
Ma poiché sappiamo pure che l'uomo è divenuto "accessorio" delle "cose", riscattarci è la nostra prospettiva; quindi la prospettiva (in senso proprio) è, necessariamente, mentale.
Ma qualsiasi discorso sulla prospettiva non si può scindere da quello della simmetria, ed entrambi dalla dissonanza e così via; insomma (è utile che io continui) le invaranti non possono essere intese come capitoli distaccati perché (per esperienza personale, posso dirlo) UNA E' L'ALTRA : in ciò sta il fascino della proposta (che non è un vademecum perché, capito il libro, sei il libro), e forse anche la sua difficoltà.
Non credo che l'architettura possa delimitarsi a un "linguaggio" nel senso specifico del termine; come l'arte in genere, essa piuttosto rientra -il che è vero, è la sua poetica- in quel misterioso apparato ricevente-trasmittente che provvede alla comunicazione inconscia. La tabe del neoclassicismo sta proprio nel non essere mai stato trasmittente sulle lunghezze d'onda dell'inconscio -così che non è mai stata autentica comunicazione. Oggi, inoltre, è divenuto "massa opaca". Invece la qualità dell'arte è di rendere la materia trasparente; perciò la didattica deve (e penso alle antiche "botteghe") fare i conti con una poetica.
E' giusto trarre fonte e principi dalle poetiche dei maestri del movimento moderno; ma forse anche loro (per età, tempo di nascita) rimasero tangenti al cuore della comunicazione "nostra"; forse sono " l'ultima vertebra del dinosauro", il punto zero che contiene, implicito, il primo anello della mutazione.
C'è oggi davvero un'ambiguità in ciascuno di noi: come c'è nella città e nelle nostre istituzioni. L'ambiguità consiste nel dover essere contemporaneamente nel mondo attuale e in un diverso mondo, nostro, che è già nel futuro.
Il fatto è che l'accellerazione delle "cose" è tale che fermarle in immagine, progettando, può sembrare impossibile ad alcuni: per esempio, ai nostri neoclassici. Invece, qui sta la chiave dell'unica progettazione possibile, che si fonda sull'irriducibile testimonianza di non possedere schemi, di non avere prefigurazioni. Dobbiamo quindi (anche perché tecnicamente lo possiamo) cercare la città come "capanna", come fiaba, traendone l'immagine del e dal nostro inconscio.
La poetica diventa la ragione di sopravvivenza del linguaggio.
Quando, in architettura, si trova l'idea di uno spazio, si "costruisce" una poetica -e appunto nel e per costruirla si trovano le invarianti, gli strumenti.
E il sasso, gettato nei neoclassici pollai di casa nostra, con molto impaccio è stato sopportato; perché? "more italico", per insicurezza, per abitudine alle "cose antipatiche" (pilastro, facciata, simmetria ecc.), certo -anche; ma soprattutto, io credo che l'assenza di religiosità della vita -intesa nella più ampia sfera di accezioni- faccia apparire cosa vana la costruzione della propria immagine (o, peggio) faccia tendere a nascondere la propria immagine). A parte ciò, comunque, non posso non accettare, al di là di ogni metafisica, che la difficoltà di comunicare risieda anche nell'assenza di una lingua che ci riunisca per fare storia; cioè per produrre e insegnare architettonicamente.
Ed oggi, che un qualche "tradimento" alla città dell'uomo si è verificato e si tocca con mano, "il linguaggio moderno dell'architetura" apparso suona guida di un codice anche penale, che condanna, suffragato dalla storia, proprio chi ai nostri perché non ha almeno tentato di dare, ricominciando, una risposta.
L'ombra del mondo non va "ignorata"; va "adoperata".


Bruno Zevi a commento di Sacripanti
La testimonianza di Maurizio Sacripanti appare estremamente significativa. Fra tanti ½ architetti che avrebbero un bisogno vitale di comprendere a fondo le sette invarianti del codice moderno -ed invece se ne difendono barricandosi dietro una cortina fumogena di "se" e di "ma"- eccone uno autentico, pronto a dichiarare senza titubanze: "sono mie". E ancora: "non è un vademecum, perché, capito il libro, sei il libro".
Il fenomeno, del resto, non meraviglia. Chi ha aderito con immediato, generoso slancio alla proposta di elaborare una lingua architettonica chiara, semplice, applicabile da parte di tutti? Personalità quali Giuseppe Samonà e Giovanni Michelucci, che hanno promosso e guidato il rinnovamento italiano; e critici quali Giulio Carlo Argan (Corriere della Sera, 15 settembre 1974), Pietro Maria Bardi (Diario de S.Paulo, 15 settembre 1974), Leonardo Benevolo (Corriere della Sera, 15 luglio 1974). Chi ha taciuto, magari improvvisando vaghe, umorali riserve? I mediocri, cioè coloro che potrebbero trarre vantaggio dall'uso delle sette invarianti, liberandosi dai residui classicisti in cui sono ancora invischiati.
Qual è l'obiezione più insulsa e diffusa che viene sollevata contro la codificazione del linguaggio moderno? Il timore che possa sfociare in una nuova "accademia", diversa da quella classicista, anzi opposta, ma sempre "stilistica". Ridicolo. Sacripanti coglie subito il nocciolo del problema: "è appunto la distruzione dei nostri ricordi che mette in luce le invarianti". I nostri ricordi: i tabù atavici, le nevrosi infantili, le paure schizoidi dello spazio, dell'asimmetria, di una vita dinamica, della libertà. Siamo nati e cresciuti con questi terrori, ci sembrano quasi connaturali: per diventare architetti, tuttavia, occorre vincerli, con un minimo di intelligente fatica.
Non ci stancheremo di ripetere: le sette invarianti non dicono cosa e come si deve progettare, ma cosa e come non si deve. Sono sette NO, che consentono di verificare scientificamente se ci si è affrancati dai vecchi dogmi e precetti, raggiungendo quel livello di maturità che permette di affrontare, con animo antiaccademico, un processo creativo. Né più, né meno -ma è enorme, basilare.
"Possiamo, volendo, definirci simmetrici ma lo spazio che produciamo (attraverso gesti e relazioni) è asimmetrico". Esattissimo: per i cadaveri, disegnate pure bare simmetriche; per gli uomini viventi, che si muovono, per favore, no.
"Distruggere l'idea di facciata" non è compito "immane", ma ovvio? Per Sacripanti e poche decine di altri, certo. Non così per la maggioranza, basta guardarsi intorno. Siamo sommersi da una marea di figure geometriche chiuse, di volumi isolati e compatti, di facciate per giunta pessime, fondate ancora sulla sovrapposizione rinascimentale degli "ordini", sugli allineamenti, sulle proporzioni tra pieni e vuoti, e simili idiozie. Se la nozione "finestra" può essere eliminata, tanto meglio; in caso contrario, la finestra risponda almeno alla sua funzione di illuminare uno spazio specifico. Niente fughe in avanti: nel 99% degli edifici che si costruiscono oggi, le finestre purtroppo ci sono; e, dunque, siano almeno logiche, varie, legate ai contenuti, alla fruizione. "La nostra simmetria non può essere che l'asimmetria": ad ogni scala, dal piano territoriale all'angolo, alla finestra.
Ottima l'osservazione sulla prospettiva. Non confondiamo gli equilibri del passato, tutti da ricontrollare "con la nostra prospettiva, quella della riga a T, anche perché questo strumento era ignoto agli antichi". La civiltà greco-romana e quella medioevale ignoravano la prospettiva; il manierismo e il barocco la combatterono. La lettura prospettica dei monumenti antichi, nella quale siamo stati educati, è un imbroglio perpetrato dal sistema Beaux-Arts.
Forse anche i maestri del movimento moderno "rimasero tangenti al cuore della comunicazione 'nostra'; forse sono ' l'ultima vertebra del dinosauro', il punto zero che contiene, implicito, il primo anello della mutazione".
Probabile per quanto attiene a Le Corbusier, Gropius, Mies, Oud nella stagione razionalista, in qualche misura dipendente, per antitesi, dalla scuola Beaux-Arts. Improbabile per Wright: la Casa sulla Cascata è un grandioso atto compiuto del mutamento linguistico. Comunque, l'azzeramento è condizione preliminare dell'elenco; quindi, le invarianti derivate dall'esperienza dei maestri costituiscono il trampolino di lancio per ogni discorso nuovo.
Nei paragrafi finali, Sacripanti sottolinea l'aspetto etico-politico, civile e persino religioso del linguaggio architettonico moderno, vi individua "la guida di un codice, anche penale". Indubbio: i veri artisti capiscono che l'architettura è anche una critica alla società, un essere "nel mondo attuale e in un diverso mondo, nostro, che è già nel futuro".


(Maurizio Sacripanti -Zevi - 6/11/2002)

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Commenti
1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 5957 di renzo marrucci del 25/01/2008


Mi ritorna in mente la presentazione della ricerca di Sacripanti a valle giulia credo nel 75/76 tramite cinque suoi laureandi che si presentarono insieme...sentivo i commenti degli altri docenti che si agitavano tra le tavole che esponevano i disegni...tutta la grande aula al primo piano era piena...tra architetti, studenti e professori si assisteva alla scuola di Sacripanti che si presentava....Quei cinque erano poi anche i suoi assitenti e lo aiutavano nelle lezioni applicative a piazza di fontanella boghese... Rileggere questi scritti mi riporta a quei momenti molto belli di quando Zevi guardava Sacripanti con i suoi occhi di falco pronto a mordere come a parlare...Era bello per noi studenti che sentivamo la passione e coglievamo ogni momento...A Sacripanti le parole uscivano con fatica e forza per una voce di stomaco le trascinava fuori ...come appunto fossero pescate da dentro. Zevi lo definì "umorale e gastrico" ma non per cattiveria... Zevi vedeva, attento... e osservava esteticamente il personaggio... faceva così stando bene attento al senso. Era il meglio in quel momento a Roma e forse in Italia. Qualche mese più tardi uscirono di Zevi le sette invarianti dell'architettura moderna nelle edizioni Einaudi. Sacripanti gliene dette la sicurezza e anche questo disse che Roma in quel momento dava frutti interessanti in Italia.
Dalla ricerca di Maurizio S. a Roma, il suo teatro di Cagliari e Dal Michelucci della stazione e della chiesa di S.G.Battista a oggi...è successo abbastanza in Italia? Sacripanti e Michelucci due architetti poeti interpretavano profondamente la loro storia umana e sociale e la legavano alla vita e la cattiva architettura aveva un nome in ogni parte d'Italia : speculazione.
Le invarianti che Zevi decifrava aiutando la critica ad aprire le menti ora sono diventate settanta e più... nessuno le conta e poi ci sono i rendering che studiano l'architettura pensando che sia tutto compreso in fattura...come i critici che non capiscono l'architettura e parlano di luoghi senza capire e senza sapere che dimenticandol'uomo anche la poesia è dimenticata e i luoghi piano piano spariscono tra mille chiacchere e intoppi tecnologici e mani troppo anziose...luci e sorrisi...sopra a tutto....
Questi scritti ci danno il senso della coscienza perduta più che della distanza del tempo....

Tutti i commenti di renzo marrucci

 

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