Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

L'esame di stato ogni tre anni

di Giovanni Loi - 7/5/2003


Quando si affronta un tema come quello delle libere professioni è indispensabile distinguere tra due aspetti della questione: il primo, di natura eminentemente economica, che riguarda la produzione dei servizi professionali e la riproduzione della forza-lavoro intellettuale ad essa associata ed il secondo, di natura giuridica, che riguarda tutto ciò che può incidere positivamente o negativamente sui rapporti di produzione tipici di quel mercato.
Esiste un'indagine sulla struttura del mercato professionale che va distinta da quella sulle sovrastrutture che di volta in volta agevolano, limitano o condizionano la riproduzione dei rapporti di produzione già esistenti all'interno del mercato delle libere professioni.
Se si vuole capire qualcosa di questo settore bisogna quindi, prima di tutto, chiarire come sia strutturato il mercato professionale ovvero stabilire in che tipo di mercato ci troviamo (sperando che si colga finalmente la differenza tra mercato di concorrenza monopolistica e mercato oligopolistico) e, ad esempio, se esista chi vende e chi compra forza lavoro intellettuale, ovvero chi possa effettivamente portare il prodotto del proprio lavoro sul mercato e chi no.
Se non si fa questo si rischia di coprire, di fatto, una realtà spesso discriminante, fatta di un enorme spreco di risorse umane, destinate a scottanti rinuncie professionali ed ingiuste frustrazioni dopo anni di duro lavoro e duro sacrificio (pensiamo soltanto agli ingegneri del sud Italia costretti a fare per tutta la vita i Vigili Urbani).
Proviamo ancora una volta a chiarire il tutto con un esempio. Un giovane che intendesse esercitare la libera professione di farmacista in Italia dovrebbe passare almeno cinque anni della propria vita all'interno di un'università (di Stato) per cercare di ottenere un titolo di studio obbligato ma non abilitante che lo costringe ad affrontare un ulteriore esame (di Stato) controllato dai suoi futuri colleghi, che lo porta all'iscrizione ad un Ordine professionale che gli impedisce di fatto di svolgere la libera professione. Il nostro "farmacista", mentre è costretto ad essere iscritto all'Ordine professionale per fare il "commesso di farmacia" e a pagare paradossalmente due casse di previdenza di cui una privata dalla quale non percepirà mai nulla, non ha alcun diritto se non quello di essere libero di vendere la propria forza lavoro intellettuale al miglior offerente, così come avrebbe già potuto fare in altro settore commerciale a 18 anni se avesse rinunciato agli studi universitari.
C'è infatti chi detiene il potere di esercitare la sua professione e vendere il prodotto del proprio lavoro sul mercato, utilizzando un serbatorio di mano d'opera di colleghi potenzialmente al suo stesso livello che mai e poi mai potranno ambire (a meno di non possedere ingenti capitali) all'esercizio della libera professione. Questo esempio spiega meglio di qualunque esercitazione teorica cosa intendiamo dire quando parliamo di struttura e di rapporti di produzione riferendoci al mercato professionale.
Ora noi possiamo fare tutte le congetture che vogliamo sulle libere professioni, sulle supposte direttive comunitarie indispensabili al riconoscimento degli Ordini in Europa (proposte guarda caso da parlamentari italiani), sul bisogno urgente di formazione continua e permanente da affidare allo stretto controllo degli Ordini professionali per tutelare il pubblico interesse, ma eluderemmo la questione se evitassimo di rispondere prima alla fondamentale domanda: "cui prodest" tutto ciò?
La genesi storica della più "spaventevole miseria" e del più "feroce sfruttamento" con la trasformazione dei contadini e degli artigiani in operai salariati è avvenuta grazie all'espropriazione dei produttori immediati (contadini spogliati della loro terra ed artigiani rovinati), cioè alla dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale. Questo lo diceva Karl Marx non un "disinformato liberista" come il sottoscritto. E noi addetti ai lavori sappiamo, per esperienza personale, che tutte le attuali proposte di riforma delle professioni tendono all'esproprio di fatto del diritto di esercitare l'attività professionale anche per i già abilitati. Vi è un tentativo non dichiarato di trasformare la stragrande maggioranza dei professionisti italiani in "farmacisti", proprio con quella variante apparentemente innocua richiesta insistentemente dal CUP che è la formazione continua legata alla verifica della permanenza dei requisiti professionali affidata agli Ordini (ovvero esame di Stato periodico). Che la formazione continua e permanente sia un principio acquisito lo sanno soprattutto i professionisti più seri, ciò che non è affatto acquisito è il fatto che i bisogni di formazione di un professionista li decidano per legge i loro colleghi più ambiziosi eletti alla guida degli Ordini non certo per le poro capacità professionali. Questo è l'assurdo. Che fine farà l'autonomia del libero professionista se tutto, formazione intellettuale compresa, verrà delegato a un corpo professionale burocratizzato?
Ciò che ci interessa veramente conoscere non sono le supposte buone intenzioni dei parlamentari del centro-destra o del centro-sinistra, ma quanto le proposte di riforma incidano realmente sui rapporti di produzione nel senso di rafforzare i poteri degli insider a discapito degli outsider o al contrario quanto siano capaci di produrre nuova occupazione e nuove opportunità riducendo le sperequazioni e le discriminazioni. Gli addetti ai lavori sanno che all'interno degli Ordini professionali da anni circola una parola d'ordine: "riduzione immediata degli effettivi". Si badi bene, non riduzione dei laureati (quelli devono mantenere in piedi il mercato della formazione universitaria), ma una riduzione dei professionisti effettivamente abilitati ad esercitare le diverse discipline protette e non protette.
Ma riduzione degli effettivi significa creazione di un serbatorio di mano d'opera intellettuale precaria e sottopagata utile solo a ridurre i costi di produzione di un settore arretrato com'è quello delle professioni protette in Italia, incapace, con i sui 1,5 addetti per studio professionale, di produrre nuovo reddito e nuova occupazione.

(Giovanni Loi - 7/5/2003)

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Commento 345 di Angelo Errico del 20/05/2003


C'è un nuovo modo di dire dei tecnici professionisti che si perdono nelle burocrazie : culi di pietra. Vuol dire che chi dovrebbe stare in cantiere o chino su tavoli da disegno (oggi sostituiti dai video di autocad) nei cantieri, tra una Merloni e l'altra resta invece alla scrivania seduto a far carte su carte su carte.
Il tecnico, ancorché pilotato dalle norme di legge, su un percorso di comportamento omologato nell'ambito della progettazione, della realizzazione, e del collaudo della sua opera, deve far stregonerie tra autocertificazioni, documenti di sicurezza in fase di esecuzione, in fase di progettazione, progetti preliminari ed esecutivi, perdendo di vista l'obiettivo del suo impegno universitario in gioventù.
La laurea è come il saggio di fine anno della palestra, la sfilata di fine CAR a militare. Ma la pratica, che val più della grammatica, non è inserita nei programmi dei politici.
Chi volesse fare il magut (il muratore in dialetto milanese) ha due scelte: trovarsi una buona azienda, che lo informi e lo formi tra 626 e 494, o trovare un pò qua e un pò là situazioni estemporanee per appropriarsi della dignità sancita nel primo articolo della Costituzione italiana.
Nel secondo caso la manovalanza extracomunitaria sta prendendo ampiamente piede nelle realtà aziendali edili anche di grossa caratura; nel primo caso, l'onere aggiunto per i corsi e le formazioni sono tali e tante che son poche le aziende diligenti.
Da un lato allora, ci sono eminenti dottori di architettura, che danno disegni di progetto da eseguire, a inesperti manovalanze. Il dialogo diventa più difficoltoso se le origini etniche parlano lingue differenti.
Eppure, un Le Corbusier, un Mies, un Wright, che cosa sarebbero stati oggi? Falliti, o dei pazzi illusionari. La tecnica va via Internet, ma non è questo il punto della questione. Un Gehry, un Calatrava, un Mangiarotti, un Piano, sono quel che sono, ma ciascuno di loro insegna a non star a perdere tempo sui libri di storia dell'architettura. L'architettura va vista, conquistata coi sentimenti, e poi ardire, fare. Loos diceva che un architetto dev'essere un muratore con della cultura. Pienamente d'accordo.
Ogni tanto si sente di qualcuno che indossando un camice, esercita la professione di farmacista o di medico. Dopo anni e anni si scopre, essere la persona non laureata. Ed è subito denuncia. Io gli darei a costoro una laurea ad honorem.

Angelo


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