Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

L’architettura di pietra. Dalle 'pietre della natura' alle 'pietre dell’arte'.

di Alfonso Acocella - 6/2/2005


Per capire la pietra nel suo millenario rapporto con l’architettura dobbiamo innanzitutto chiederci cos’è la pietra in quanto materia della natura e cos’è la pietra che diventa materiale per l’architettura.
Ubiquitaria e pressoché onnipresente è la roccia intorno a noi in quanto crosta terrestre ed ossatura del mondo intero; emergendo a formare rilievi montuosi, stabilizzandosi sotto le pianure, inabissandosi a creare scoscendimenti e faglie tiene insieme ogni cosa e conferisce alla terra il suo profilo generale.
Attraverso l’onnipresenza delle rocce coagulate in grandi rilievi, in quella liticità maestosa e sublime di scala paesaggistica che spesso s’impone rispetto alla figura umana, è possibile rileggere anche la nostra storia architettonica sorta a ridosso del Mediterraneo, quel meraviglioso e magico spazio acqueo all’intorno del quale si sviluppa la civiltà occidentale di cui siamo figli.
Magistrale l’immagine che ci consegna Fernand Braudel, in Memorie del Mediterraneo, assunta come ideale "luogo" di partenza del nostro "viaggio": che cosa importa se il mare Interno è fantasticamente più vecchio della più vecchia delle storie umane che ha ospitato! Eppure, il mare non si può comprendere a fondo se non nella lunga prospettiva della sua storia geologica, cui deve la forma, l’architettura, le realtà di base della sua vita, quella di ieri come quella di oggi, o di domani. Allora, apriamo la questione!
A partire dall’era primaria, milioni e milioni di anni fa, a una distanza cronologica che sfida l’immaginazione, un largo anello marino (la Teti dei geologi) si estende dalle Antille al Pacifico e taglia in due, nel senso dei paralleli, quella che sarà, assai più tardi, la massa del Mondo Antico. Il Mediterraneo attuale è la massa residua delle acque della Teti, che risale alle origini del globo.
È a spese di questo Mediterraneo molto antico, assai più esteso di quello attuale, che si sono formati i corrugamenti violenti e ripetuti dell’era terziaria. Tutte queste montagne, dalla cordigliera Betica al Rif, all’Atlante, alle Alpi, agli Appennini, ai Balcani, al Tauro, al Caucaso, sono uscite dall’antico mare. Hanno eroso il suo spazio, hanno utilizzato a loro vantaggio i sedimenti depositati nell’immenso incavo del mare – le sue sabbie, argille, arenarie, i suoi calcari spesso prodigiosamente spessi, e anche le sue rocce profonde, primitive. Le montagne che racchiudono, soffocano, barricano, suddividono i lungo litorale marino, sono la carne e le ossa della Teti ancestrale.
L’acqua di mare ha lasciato ovunque la traccia del suo lento lavoro: vicino al Cairo, i calcari sedimentari di grana così fine e di un bianco lattiginoso, che permetteranno al cesello dello scultore di dare la sensazione del volume giocando su incisioni profonde solo qualche millimetro, le grandi placche di calcare corallino dei templi megalitici di Malta, la pietra di Segovia che si bagna per lavorarla più facilmente, i calcari delle Latomie (le enormi cave di Siracusa), le pietre d’Istria portate a Venezia, e tante rocce della Grecia, della Sicilia o d’Italia, sono tutte nate dal mare.”

Le pietre informi. Il tumulo litico. La costruzione a secco
Immersi mentalmente in questo scenario geografico dilatato - caratterizzato dalla onnipresenza di monti, rocce, liticità molteplici e memorie mitiche che affondano nella notte dei tempi - ci siamo chiesti più volte come ha preso avvio l’utilizzazione della pietra per le esigenze della costruzione, quando - soprattutto - le rocce staccate dal banco di cava e sagomate secondo precise e predefinite configurazioni geometriche, sono passate dall’informalità della natura agli artifici dell’Arte e dell’Architettura.
L’uomo, indubbiamente, ha iniziato a confrontarsi con l’universo litico sin dal suo primordiale essere sulla terra, per proseguire attraverso manifestazioni più coscienti, mirate ed intenzionalizzate, intravedendo/ valutando in questa materia - offerta dalla natura in una assai ampia quantità di tipi, di durezze, di configurazioni - le condizioni propizie per farne arma, monile, strumento di lavoro, ricovero, recinto, monumento.
In molti sono a sostenere che le origini dell’uso della pietra nelle costruzioni sono da collegare con la semplice ed intuitiva pratica della raccolta in superficie dei frammenti litici staccati dalle masse rocciose dei monti per effetto di fenomeni naturali (fratture della crosta terrestre, frane, alluvioni, depositi morenici, erosioni ecc.) Selezione ed accumulazione, quindi, di pietre erratiche: macigni, massi, pietre stratificate, schegge informi a spigoli vivi, ma anche grandi e piccoli ciottoli fluviali e marini dalle superfici morbide e levigate sia pur più difficili da "stabilizzare" - nell’opera muraria - su di un piano orizzontare a causa della loro "rotondità" che ne impedisce la loro messa in opera a secco.
Si è di fronte alla primitiva valorizzazione delle pietre come si trovano in natura sulla superficie terrestre, non "raffinate", "brutali", non "configurate" geometricamente dall’uomo pur già inscritte all’interno di un progetto, di una logica costruttiva.
Tali elementi litici, di dimensione e forma eterogenea, permettono, in avvio della civiltà neolitica la creazione di opere rudimentali a secco (muri, sostruzioni, argini di campo, tombe ecc.) la cui stabilità è assicurata da strutture resistenti a forte spessore, con i massi più grandi che fungono da paramento esterno rispetto al riempimento interno di pietrame più minuto.
Siamo di fronte all’archetipo del tumulo la cui massa litica è spesso "erosa" al suo interno con grande difficoltà per la creazione di uno spazio esistenziale oppositivo e contrapposto a quello della capanna lignea, più volte evocata dalla trattatistica nella disputa dei tipi primitivi, originari dell’architettura. La logica concettuale che stà a monte della costruzione a secco con elementi informi è molto istruttiva in quanto ci consente di svolgere una riflessione sul modo di impiego della pietra che viene trasferita direttamente dal mondo della natura a quello dell’architettura.
Con l’opera a secco delle origini in siamo di fronte a manufatti dove il livello tecnologico (e la stessa concezione architettonica) si presenta come fattore ancora fortemente limitativo, incapace di superare la “criticità” statica insita nel sistema costruttivo di partenza, di per sé rudimentale, per certi versi primitivo. Eppure, per quanto "rozze" ed elementari, le opere in pietra informe - con le loro murature che richiedono costruttivamente corposità, spessore e consistenza rilevanti - assumono, all’interno dell’evoluzione dei artefatti dell’uomo, un significato particolare.
Rispetto alla fragilità delle installazioni delle strutture lignee il semplice accatastamento di pietre pone le condizioni originarie di consacrazione monumentale della costruzione architettonica trasferendo su un piano simbolico la qualità visiva e durativa della materia litica.

Alle origini del monumento/Monumento
Il processo costitutivo e conformativo delle opere a murarie a secco offre - a partire dalle necessità di “sovrabbondanza” di materia litica e dall’enfasi volumetrica degli artefatti che ne scaturisce - una testimonianza di forte presenza ridefinendo le caratteristiche del luogo in cui si insediano. Il permanere della pietra nella lunga durata temporale indurrà ben presto l’uomo a compiere delle valutazioni non attinenti unicamente alla sfera del funzionale, dell’utilitario.
Se ogni manufatto in materiale vegetale, o in argilla cruda, si caratterizzerà sempre come opera effimera dando vita ad una sorta di sovrastruttura rispetto al terrreno su cui sorge, la costruzione in pietra incarnerà sin dalle origini l’idea della permanenza in stretta continuità con il suolo che l’accoglie saldandola ad esso, facendosi apprezzare per una serie di caratteri peculiari ed unici connaturati al materiale stesso (massa, volume, solidità, durata) che diventeranno fattori "simbolo" della stessa idea di monumentalità in architettura.
Legno ed argilla cruda quali materie molto diverse dalla pietra esprimono alla fine - anche nel mondo primitivo delle origini - un antitetico investimento rispetto al fattore tempo: un’azione contingente legata ad una prospettiva temporale limitata, contrapposta ad un progetto architettonico proiettato coscientemente nella lunga durata che impegna simbolicamente un clan familiare o addirittura incarna le aspettative di autorappresentazione di una fondazione dinastica, di uno Stato intero, così come avverrà nell’esperienza dell’Egitto, già a partire dal III millennio a. C., quando la pietra d’un colpo emerge - dalle sabbie di Saqqara - squadrata, levigata, modanata passando dalla Natura all’Architettura e all’Arte.
Affinché questo meccanismo si metta in moto sarà necessario creare - come afferma Hegel in un passaggio dell’Estetica "...opere di architettura che quasi siano sculture, se ne stiano per sé autonome e portino il loro significato non in un fine e bisogno diverso, ma in loro stesse."
La pietra sarà, allora, chiamata a dare uno dei contributi più alti e sublimi che l’architettura abbia mai ricevuto.
Eccoci, così, al capitolo degli Inizi del nostro svolgimento de L’architettura di pietra, alla domanda che ci siamo posti in avvio del nostro lavoro di studio (e poi di scrittura) connesso al volontà di registrare il passaggio epocale in cui le pietre perdono la loro "informe naturalità" per diventare "pietre configurate”" sagomate e pronte a seguire le aspirazioni di una costruzione a cui si chiede di diventare Architettura, Arte, Simbolo, Meraviglia per l’uomo.


(Alfonso Acocella - 6/2/2005)

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1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 870 di Carlo sarno del 16/02/2005


Caro Alfonso ti ringrazio per il recupero del valore del significato di un materiale come la "pietra" che da sempre ha accompagnato la creatività costruttiva dell'uomo e dell'architetto in particolare.
Felice nella tua esposizione il richiamo alla natura del materiale "pietra", all’idea della permanenza in stretta continuità con il suolo, alle sue caratteristiche di 'massa', 'volume', 'solidità', 'durata', ed entusiasmante l'approccio alla geologia della Terra come fonte di stimoli e bellezza naturale.
Mi sorprende però, devo essere sincero, il finale del tuo articolo Alfonso, che sembra rinchiudere e limitare l'utilizzo della pietra al "monumentalismo", o quanto meno a fattore simbolo dell'idea di monumentalità in architettura, e il richiamo al vuoto formalismo citando l'Estetica di Hegel "...opere di architettura che quasi siano sculture, se ne stiano per sé autonome e portino il loro significato non in un fine e bisogno diverso, ma in loro stesse.".
Alfonso come tu stesso hai precisato nel finale le pietre da 'naturali' divengono 'configurate' per seguire le aspirazioni di una costruzione, ma occorre precisare bene che le aspirazioni consistono nella vita degli uomini che abiteranno quel determinato spazio e che non necessariamente dovranno rappresentare monumentalità o rigido schematismo (per non dire classicismo), ma anche libertà, divenire, trasformazione.
La pietra può essere utilizzata anche in maniera anticlassica, antimonumentale, frammentaria, non rigidamente conformata - mi riferisco alle architetture della tradizione zen giapponese , o all'utilizzo 'naturalistico' della pietra in Frank Lloyd Wright , Bruce Goff, Bart Prince, ecc. esponenti dell'Architettura Organica.
Concludo questa mia breve osservazione ringraziandoti Alfonso per l'attenzione rivolta ad un materiale così importante per gli architetti e per il giudizio critico come la "pietra", ma volevo solo segnalare agli amici lettori di Antithesi che è possibile un utilizzo della pietra anche in maniera più naturale, anticlassica ed organica.
Termino con una citazione dal libro Per la causa dell'Architettura di Frank Lloyd Wright : " Ogni materiale ha in sé un suo messaggio e, per l'artista creativo, un suo canto...".
Carlo Sarno






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