Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Lettera aperta a Bruno Vespa dall'estrema periferia d'Italia (e all' arch. Rino La Mendola, Presidente Ordini APPC della Sicilia)

di Salvatore A. Turturici - 6/2/2008


Caltabellotta, 4 febbraio 2008


Egregio Dott. Vespa,
Le scrivo questa lettera con l'occasione della Sua presenza a Palermo come conduttore della tavola rotonda “Democrazia Urbana per la qualità” prevista per giovedì 7 febbraio 2008 nella prestigiosa sede del Teatro Massimo, in seno al VII congresso Nazionale degli Architetti Italiani. Nell'accingermi a farlo mi sono ripetutamente interrogato sulla pertinenza della mia decisione, non volendo risultare, nei contenuti, in alcun modo fuori luogo o inopportuno. In un altro momento della vita politica ed economica della mia Regione, e della Nazione, avrei volentieri delegato ad altri il compito di farlo, ma oggi, con qualche rimpianto per non aver agito in altre occasioni passate, ho deciso di scriverLe personalmente, cosciente della straordinaria coincidenza di situazioni che si addensano in questi giorni nella Capitale della mia terra e consapevole che i colleghi delegati al Congresso sono presi da tanti gravosi impegni, sperando per il futuro di portarmi dentro, semmai, un rimorso e non ancora un rimpianto. Lo svolgimento del Congresso Nazionale degli Architetti che si tiene a Palermo in un momento di crisi delle massime istituzioni politiche Regionali e Nazionali, in un clima ormai di piena campagna elettorale, in una terra dove presto si voterà per le elezioni comunali, provinciali, regionali e nazionali, è un'occasione troppo ghiotta, Lei capisce, per lanciare, da architetto, un appello a tutto l'iride politico ed anche a Lei, autorevole e stimato giornalista e uomo di cultura, affinché nei dibattiti politici televisivi, e di tutti i media, le diverse parti politiche affrontino con chiarezza i temi più cari agli architetti italiani che sono anche utili a tutti i cittadini. Ce ne sono davvero a iosa, dottor Vespa, dalla riforma delle professioni con l'intenzione di abolire il valore legale del titolo di studio, alle leggi sui lavori pubblici, dalle norme tecniche di progettazione in materia sismica, alle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, la qualità dell'architettura, la sostenibilità ambientale e risparmio energetico, ecc... . Però, anche il più prosaico tema dell'abolizione dei “minimi tariffari” per le nostre prestazioni professionali in favore di soggetti pubblici merita forse una rinnovata attenzione, ora che si sta per tornare alle urne. Sarebbe davvero utile sentire chiaramente le intenzioni in proposito di tutte le parti politiche. Vista la premessa forse ho già deluso la cortese attenzione che fin qui ha voluto concedermi. Nel caso Le chiedo subito scusa. Viceversa, se anche Lei condivide il tema, ne più nobile ne più vile del rinnovo del contratto di lavoro di qualsiasi altra classe di lavoratori, e crede che l'argomento in definitiva non sia proprio estraneo allo svolgimento di un confronto sulla “democrazia urbana per la qualità, Le chiedo di fare Suo questo appello, che riguarda, s'intende, solo il dibattito sui contenuti e non certo la Sua posizione personale nel merito che potrebbe legittimamente essere molto distante da quella di chi, come me ed insieme a svariate migliaia di liberi professionisti, ha manifestato in piazza a Roma nell'ottobre del 2006, il proprio dissenso alle decisioni di un Ministro del Governo Prodi. Non Le ho ancora detto che io sono, e voglio essere ancora in futuro, un elettore attivista di centro-sinistra che ha condiviso la scelta, sofferta, del neonato Partito Democratico. Non credo ci sia contraddizione in questo, semplicemente perché la volontà del Ministro Bersani, in quella circostanza, non è stata coerente con le ambizioni e le aspettative di tanti architetti simpatizzanti, anzi tutt'altro. E' vero che nel tomo del programma dell'Unione c'era già il seme del provvedimento, com'è vero, comunque, che non era necessario pervenire senza alcun confronto con le parti sociali in causa ad un siffatto Decreto pieno di contraddizioni, inutile e disastroso. Per migliorare la concorrenza, la competitività e l'accesso alle professioni, diceva il Ministro, e per recepire norme europee in materia. Vede dottor Vespa, io non sono figlio, ne fratello o nipote, o cugino di architetti o di altri liberi professionisti e credo di aver esercitato sempre onestamente e con notevole sacrificio la mia missione di architetto che è anche un mestiere del quale vivo. Le dico anche che opero a Caltabellotta, il paese della pace del 1302, in provincia di Agrigento, che oggi non fa più i cinquemila abitanti. Qui, oltre a me, esercitano la professione altri cinque o sei architetti, nessuno dei quali è figlio d'arte, ognuno con un proprio studio e tutti ben preparati e radicati nel proprio territorio del quale conoscono bene la storia, l'arte, l'urbanistica e l'architettura, le problematiche ambientali, sociali ed umane. Certo, faremmo meglio ad unirci in un unico studio per meglio affrontare le sfide di lavoro di domani che, veramente, sono già attuali. Dicevo che in questi piccoli paesi d'Italia, sommandoli tutti, operano diverse decine di migliaia di architetti. Non è certo di me, quindi, che voglio parlarLe. A questi professionisti si chiede di più di una prestazione professionale. Essendo scarse, per ovvie ragioni, le risorse umane, a questi atipici lavoratori d'arte e d'intelletto, che sono talvolta gli architetti, viene chiesto anche un impegno culturale e sociale, perfino politico. Questi architetti avrebbero potuto fare più utilmente per se stessi, e per le proprie famiglie, la scelta di operare a Roma, Barcellona, Berlino, Londra o Parigi e, Le assicuro, qualcuno l'avrebbe fatto con ottime prospettive di carriera. Invece hanno scelto una strada più difficile e forse anche più ambiziosa, quella di contribuire alla crescita culturale ed economica delle proprie piccole realtà urbane ed anche quella di non abbandonare il territorio e di non affollare ulteriormente le grandi metropoli del terzo millennio. Altro che lobby di professionisti figli di papà. I Governi che verranno, se davvero lo vorranno, faranno meglio a cercare le ragioni della scarsa competitività in questo settore altrove. Magari frugando tra le enormi sacche di dipendenti pubblici che in nero, e talvolta con i mezzi tecnici dei loro uffici statali, negli stessi locali del loro impiego, esercitano un doppio lavoro da libero professionista facendo firmare i progetti a qualche collega non impiegato che, vista la crisi, ingoia l'umiliazione e tira a campare. Vogliamo chiamarla concorrenza sleale? Evasione fiscale? Altro? Gli architetti di cui dicevo più sopra, quelle decine di migliaia sparpagliate nei piccoli Comuni d'Italia, in definitiva, e in concreto, hanno deciso di spendersi per quella “democrazia urbana per la qualità” che, riguardando anche le realtà più periferiche della nostra Italia, finisce per riguardare da un altro punto di vista, anche le grandi aree metropolitane. Incredibile a dirsi, ma anche loro hanno aderito, forse inconsciamente, alla “Mission” degli architetti rappresentanti le organizzazioni delle città e regioni metropolitane europee (La “Mission” di ARCE, Architetti della Comunità Europea). Come vede, dottor Vespa, nel mondo di oggi siamo tutti partecipi alle cause globali che riguardano il futuro del nostro “sistema paese” e del nostro “sistema globle”, anche se abbiamo deciso di operare nell'estrema periferia d'Italia. Le università di architettura italiane, in mezzo a mille difficoltà, hanno saputo preparare negli anni ottimi professionisti che oggi hanno visto umiliate e calpestate, e infine forse anche cancellate, le proprie aspettative per un futuro lavorativo. Ho voluto dirLe queste cose, dottor Vespa, oltre perché Lei abbia migliore contezza di chi Le sta scrivendo, soprattutto perché sappiano i politici e gli italiani, se anche Lei condivide, che una grande parte degli architetti italiani opera in queste piccole realtà, dove gli incarichi pubblici sono rari e dove, retribuiti come è giusto che sia, per le competenze e le responsabilità che richiedono, le opere costruite per conto dello Stato possono contribuire a sostenere un grande numero di lavoratori intellettuali, quali tipicamente sono gli architetti, anche nei loro piccoli paesi d'origine. E' attraverso la selezione del concorso di idee, che dovrà diventare l'unico modo di accesso all'incarico di progettazione dell'opera pubblica, che deve passare la qualità, e quindi l'economia in senso più lato, dell'opera stessa e non certo attraverso una scellerata corsa al ribasso degli onorari degli architetti. Per gli altri lavori, come le manutenzioni, le ristrutturazioni, i collaudi, eccetera si dovrà necessariamente tornare a un sistema a tariffa minima o, quanto meno, a tariffa oraria. Sono consapevole che in Europa gli onorari dei nostri colleghi sono disciplinati in modo disomogeneo sia nel settore pubblico che in quello privato, con Stati in cui vige l'obbligo di una tariffa minima ed altri in cui vige il divieto di qualsiasi onorario garantito per legge. Ad esempio in Germania ed anche in Grecia vige una tariffa di legge, in Francia in parte, in Inghilterra no. Ai nostri politici, per valutare meglio la nostra realtà, poiché sembra che non ne abbiano la più pallida idea, potrà essere utile sapere che per valutare il mercato del lavoro in questo settore occorre anche conoscere il rapporto numerico tra architetti attivi e numero di abitanti. Ebbene, in Italia è di 1 architetto ogni 497 abitanti, in Germania di 1 ogni 797, in Spagna di 1 su 1213, nel Regno Unito di 1 su 1925, in Francia di 1 ogni 2228 (fonte dei dati CNAPPC). In Italia, dunque, esercitano questa professione un numero quattro volte e mezzo maggiore di architetti che in Francia. Di certo, nel nostro Paese, davvero non esistono limitazioni all'accesso a questa professione. Alla luce di ciò, nelle politiche di pianificazione del nostro lavoro e dei nostri compensi, i nostri politici ed amministratori dovranno o no tenere in conto questi fatti? Vede, dottor Vespa, alla fine di questa mia lettera credo che quanto Le ho appena detto sia assolutamente pertinente ed utile ad una riflessione sul come realizzare una vera “democrazia urbana per la qualità”. Potevo essere meno volgare dicendoLe di come gli architetti italiani di tutte le epoche, compresa la nostra, hanno reso bella e grande nel mondo l'architettura italiana ed anche quella di altre nazioni, oppure avrei potuto riferirLe di come le nostre città, una volta all'avanguardia per scelte urbanistiche ed architettoniche, oggi sono in un pietoso stato di arretratezza artistica, architettonica e culturale. Trovo emblematico, ad esempio, che la Sua tavola rotonda si svolga nella degnissima e gloriosa sede del Teatro Massimo progettata da Giovani Battista Filippo ed Ernesto Basile e non, ad esempio, nella nuova sede della Facoltà di Architettura di Palermo progettata dal compianto prof. architetto Pasquale Culotta (ed altri), stravolta nel significato delle originarie intenzioni architettoniche, da innumerevoli difficoltà incontrate nel percorso della sua realizzazione. Di questi primi quindici anni di esercizio della mia professione, in questa difficile e bella terra di Sicilia, con l'occasione di questo VII Congresso Nazionale faccio per me stesso un bilancio professionale ed anche economico. Sono stato fortunato, sono entrambi positivi. E in futuro? Il futuro, con il quadro normativo vigente è davvero plumbeo per tutti. Vede, dottor Vespa, mi sono spesso chiesto se per caso questo posto, l'Italia, che pure ha dato tanto alla storia dell'arte, non fosse diventato ormai solo un luogo avverso all'architettura. Ho cercato di aver ragione di ciò professando il mio mestiere con crescente impegno ed entusiasmo. Ho trovato, ovviamente, che non esistono luoghi ostili all'architettura o alla sua realizzazione. Scavando a fondo, però, ho verificato che alcuni di questi posti si trovano annidati nei testi delle leggi di una certa Regione o di un'intera Nazione. Quando questo accade, come accade oggi in Italia, allora anche un luogo geografico diventa ostile alla realizzazione dell'architettura. Questi luoghi sono forse dei “non luoghi”, quasi delle sinistre utopie. L'architettura, però, ha sempre bisogno di un suo tempo e di un suo luogo. Quale architettura, dunque, per questo Stato italiano?

Per le ragioni di questa lettera che qui ribadisco, Egregio Dottor Vespa, Le chiedo di voler prendere a cuore le sorti dell'architettura contemporanea italiana che è cara anche a tutti i cittadini, portando nelle prossime settimane questo dibattito dal VII Congresso Nazionale degli Architetti che si tiene a Palermo alle sedi più in vista dell'informazione giornalistica nazionale e nelle tribune elettorali, affinché tutti sappiano, politici ed elettori, in quali vere condizioni operano, o rischiano di dover operare, la più parte degli architetti italiani, nell'affanno, sempre più carico di tensioni sociali, di mantenere alto il nome di una disciplina che ci ha resi, come italiani, celebri in tutto il mondo per numerosi secoli.

Con sincera stima e ammirazione

Arch. Salvatore Alessandro Turturici,
Caltabellotta (AG)


(Salvatore A. Turturici - 6/2/2008)

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Commento 6097 di renzo marrucci del 02/03/2008


Caro arch. Zappalà, avevo iniziato a leggere le prime righe del suo lunghissimo com
mento ma vedendo che si riferiva ad altri non vi ho dato attenzione. Alcuni amici mi fanno osservare che più avanti faceva il mio nome. Mi scuso con Lei se le è sembrata una cen
sura, forse per la stringatezza del commento, ma non rientra nel mio carattere censurare le idee degli altri.
Non mi passa neanche nell'anticamenra del cervello. Sono per il dibattito il più aperto e civile possibile. Per quanto mi riguarda il confronto più è sincero più è apprezzabile e rimanendo a disposizione la saluto cordialmente

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Commento 6084 di Renzo marrucci del 27/02/2008


Caro architetto Zappalà, se legge la sua identità sulla foto della sua carta di identità non posso darle torto. Se invece si rapporta agli elementi della cultura a cui si è formato, incui è cresciuto allora dovrà accorgersi che la sua personale struttura umana e culturale pos
siede una matrice identitaria e potrà accettarla o meno, amarla o meno, esserne orgo
glioso o meno, lottare per migliorarla o dinteressarsene...e questo a tutte le età poichè
si è sempre la somma di quello che si è vissuto, fatto ecc...fino alla fine della nostra avventura...e quindi rientrare alla matrice .terra....
L'etna è un magnifico vulcano con un territorio incredibile e posso capire che lei se ne immedesimi con molta passione conoscendolo per averlo studiato nella sua territorialità e morfologia. Tuttavia il collega che scrive a Vespa non dimostra, e lui saprà perchè...
Una grande fiducia nella volontà dei colleghi architetti verso quei problemi che in tutta l'italia si vivono... purtroppo. Si rivolge a Vespa semplicemente perchè spera che almeno lui possa capire di più e meglio lo smarrimento generale, che la categoria degli architetti vive e accetta con poco splendida rassegnazione nella tendenza verso il basso che ....pare prosegua... Un sincero saluto

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Commento 6082 di maurizio zappalà del 25/02/2008


Pensavo che la mannaia della “censura” ricadasse su di me, come, ormai, è in uso su analoghi organi d’informazione, vedi il mio amico Ugo Rosa che ha un po’ più fortuna, data la sua straordinaria capacità espressiva, invece P.G.L. Ferrara è un “grande” e quindi per scusarmi della mia irruenza, tenterò di chiarire la mia posizione. Ho grande difficoltà a rintracciare nel nostro misero panorama nazional-architettonico una posizione espressiva, decente e contemporanea! La “Nidiata” di epigoni di una scuola di “pensiero” od un’altra, si compensano e si annullano! Credo, inoltre che il concetto di identità e quindi di “tradizione” o memoria storica che dir si voglia, sia un concetto falso e “truffaldino”, messo in atto da “accattoni” intellettuali, in mala fede! Ed è un concetto corrotto in tutti gli ambiti di applicazione! A tal proposito mi è venuto in mente l’esempio, se volete, semplice ma efficace delle fotografie che mi ritraggono a due, dieci, etc, qual è l’immagine che rappresenta realmente la mia identità”? Scusate l’esempio personale ma soltanto così, con il “cucchiaino” tutti i manipolatori d’idee o i maîtres à penser dovrebbero fare “mea culpa” e sbracciarsi tanto, per lavorare sulla nostra appercezione degli spazi, sul nostro immaginario simbolico per individuare il grimaldello dell’inversione di tendenza, onde stabilire strategicamente priorità di sopravvivenza! Se qualcuno, diciamo, di area o pensiero “organico” o “minimale” o “funzionale” o “decostruttivo” inizia con la citazione “dell’identità” e a dire che noi siamo la culla dell’arte (dal medievo al neoclassicismo!!!sic!) e che gli “americani” non hanno “tradizione”, io metto la mano … al passaporto ed espatrio perché non voglio essere “crocifisso” all’identità del Barocco, del Manierismo, del Classicismo e del “falso antico”! Spero che sia ora chiaro Esimio arch. Renzo Marrucci. Insomma la questione dell’identità è un alibi, è un’offesa e la sua giustificazione. Senza poi parlare di ricostruzione di confini e dogane! Insomma quei ridicoli “trenta e un pochino” di architetti orgogliosi della propria “identità” che avevano maldestramente visto cadere ai minimi storici i propri emolumenti (per la scarsezza della loro capacità progettuale!) non vincendo più nessun concorso, non possono essere rievocati! In altre parole, arch. Marrucci, tanto per essere chiari, per fare un ponte bisogna chiamare CALATRAVA perché un Gregotti, un Purini, un Botta dovrebbero chiamare come consulente esterno, BRUNELLESCHI e francamente non mi sembra una strada praticabile! Questi qui, non hanno linguaggio contemporaneo, pur vantando tutta l’identità che vuole Lei! Incapaci di capire il nuovo, di usare i materiali con cui si presenta il nuovo, smarriti dalla possibile commistione di vecchio e nuovo, pensano tuttavia a città completamente nuove - come Vema - resecate dai vecchi insediamenti e costruibili con i criteri scolastici che presumono siano stati alla base delle vecchie città, dimentichi che il vecchio edificato è una stratificazione di epoche e di stili diversi, di antico e moderno. Sono larve, incorniciate nelle cadenti aule dell’Accademia snervata ed incartapecorita ma sempre spocchiosamente accomodata in cattedra a dare lezioni di Gusto e di Ornato e di Teleologia. Per darsi un sussulto apparente di vitalità, buono soltanto a scuotere le loro parrucche, s'inventano città nuove virtuali che non costruiranno mai perché non riescono a sopportare che un palazzotto barocco, insignificante, sia demolito e ricostruito con il linguaggio contemporaneo, fatto magari di vetro, acciaio, titanio o altro! Non hanno percezioni spaziali, solo rigore schematico avulso da sensibilità, loro sono i primi sostenitori dell’autoreferenzialità architettonica! E cosa c’entra la remunerazione professionale con la pochezza intellettuale? Insomma con la storia dell’identità e della memoria storica ci hanno preso in giro, ci siamo presi in giro per tenerci e stare lontani dalle sfide del mondo e divertitevi prendendo per i fondelli le Stars dell’architettura così loro lavorano di più e noi la meniamo sul sesso degli angeli!

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Commento 6081 di Leandro Janni del 25/02/2008


Cari amici,
come commento- contributo, invio la lettera aperta che scrissi lo scorso 29 settembre 2005, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio dell'Ordine della Provincia di Caltanissetta, per il quadriennio 2005/2009 .

Un saluto,
Leandro Janni



Le elezioni per il rinnovo del Consiglio dell'Ordine, per il quadriennio 2005/2009

Caltanissetta, 29 settembre 2005 - LETTERA APERTA

Secondo quanto previsto dal D.P.R. 8 luglio 2005 n.169 - "Regolamento per il riordino del sistema elettorale e della composizione degli organi di Ordini professionali" - anche gli architetti, i pianificatori, i paesaggisti e i conservatori della provincia di Caltanissetta, procederanno alle elezioni per il rinnovo del Consiglio del proprio Ordine, per il quadriennio 2005/2009.
Finalmente si vota, quindi, a partire da venerdì 30 settembre. Finalmente si vota, dopo anni di inerzia, di sconcertanti e ripetuti rinvii delle elezioni degli organi degli Ordini professionali, da parte del Governo nazionale. E di certo, ci sarebbe stato, e c'è, bisogno di ben altro - oltre all'inerzia e alle proroghe di questi anni. Ad esempio, una modernizzazione degli Ordini, il riconoscimento europeo delle nuove professioni, la crescita delle società professionali e interprofessionali, un programma di educazione permanete, la razionalizzazione dei tirocini e degli accessi (esami di Stato), il diritto dell'equo compenso e tutele per i giovani praticanti, lo sviluppo delle casse previdenziali, le politiche economiche a sostegno delle professioni (credito e sgravi fiscali sulla ricerca), la promozione dei requisiti della professionalità (e non del capitale) nelle gare per gli appalti di servizi, una maggiore tutela dei cittadini-consumatori, più deontologia, più Europa.
Ma veniamo alle questioni locali. Il Consiglio dell'Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della provincia di Caltanissetta in questi anni ha svolto, con efficiente pragmatismo tecnico-burocratico, i tradizionali compiti di un Ordine: tenere l'Albo dei professionisti, vigilare sulla correttezza dell'esercizio professionale, fornire pareri alla pubblica amministrazione. Questo, e poco altro ancora, a dire il vero. Intanto, in questi anni il numero degli architetti dell'Ordine nisseno è cresciuto sino a contare, oggi, 578 iscritti.
Comunque sia, ci saremmo aspettati, soprattutto considerato quanto accaduto in questi anni, che le operazioni di voto per il rinnovo del Consiglio dell'Ordine, fossero previste dopo una sacrosanta e doverosa assemblea degli iscritti. Un'assemblea in cui, il Presidente uscente avesse potuto relazionare, insieme ai componenti il Consiglio, sull'attività svolta. Un'assemblea in cui, così come si è sempre fatto negli anni passati, si potessero presentare eventuali programmi, proposte, disponibilità. Nulla di tutto questo accadrà. Non è prevista, infatti, alcuna assemblea degli iscritti. Andremo a votare - per il rinnovo del Consiglio dell'Ordine - ordinati e silenti, e in fila per uno.
Di certo, sarebbe stato interessante e utile verificare, discutere di quanto sia cresciuta, o diminuita, in questi anni (anche ad opera dell'Ordine), nei cittadini della nostra provincia, la consapevolezza del ruolo, della funzione dell'architetto e dell'architettura. Questo, d'altronde, era uno dei punti qualificanti del programma del Consiglio dell'Ordine uscente. Di certo sarebbe stato interessante discutere, chiedersi - tra colleghi - quali strategie adottare per migliorare i modi consueti di operare, come interpretare in maniera più profonda, efficiente e proficua i nuovi bisogni della società e dell'ambiente, come migliorare la comunicazione di buone pratiche di architettura attraverso i media, come aggiornare e formare professionalmente i pubblici funzionari, come sensibilizzare gli amministratori, i costruttori e i progettisti rispetto all'importanza e al valore aggiunto della qualità architettonica. E poi, come introdurre materie specifiche sulla conoscenza e percezione dello spazio nei vari corsi di studio, a partire dalle scuole elementari. Come animare il contesto locale attraverso eventi di promozione e diffusione della cultura architettonica. Come coniugare insieme identità e sviluppo, conservazione e innovazione.
Insomma, malgrado tutto, queste e altre domande, questioni, dovrebbe porsi chi oggi si candida a gestire, a governare l'Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della provincia di Caltanissetta. Con umiltà, consapevolezza, spirito di servizio. Nell'interesse degli iscritti all'Albo - ovviamente - ma anche dei cittadini e del territorio nel quale, tutti, abitiamo.

Cordialmente,

Arch. Leandro Janni
già componente del Consiglio dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Caltanissetta


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Commento 6080 di maurizio zappalà del 24/02/2008


Tanto per essere chiaro: identità =falso problema.
Se guardo le mie foto a due anni, a dieci anni, a vent'anni, a trenta e infine a cinquanta qual'è la mia vera identità?
Sono sicuro di non aver sbagliato indirizzo!!! Non voglio competere con i miei maestri! Io sono per la forza dell'Etna! Sono Talebano! Odio il Barocco, il Manierismo, il Classicismo e tutti gli epigoni!e non discuto con pseudo ambientalisti e architetti degli AVI!

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Commento 6076 di Renzo Marrucci del 23/02/2008


Gentile Arch. Zappalà, ma per capire che siamo messi male non c'era mica bisogno di leggere la lettera a Bruno Vespa ....E' cosa ormai risaputa e tanto che se il dibattito su questo argomento doloroso è scarso e laconico, stramazzato quà e là...è semplice
mente perchè gli architetti fan finta di nulla...Così va il mondo... La lettera del collega è invece più interessante di quello che sembra , e lei mi aiuta a capirlo proprio perchè nella confusione.... sbaglia indirizzo? Così sembra, ma ripensandoci forse non è così sbagliato... è sincera e vera!
Ho poco fà sentito una interessante definizione di Daverio: comprare al bazar dell'architet
tura. Se vuoi un ponte oggi li vende Calatrava, se Vuoi un centro, un museo o una stazione .... bisogna andare da Hadid o Gehry, se vuoi neoplastico espressionista Hadid altrimenti Gehry o altri... dipende dal professore consulente che decide, dipende anche dal loro stile produttivo e dal Sindi che ha l'occhio sveglio... Ma soprattutto dalla fama satellitare dello studio che se non ha cinquanta collaboratori, due o tre filiali non sei nessuno! E neanche il sindaco ci bella figura. Sicchè a Venezia c'è il ponte filosofico ispirato da Dal Cò e dal Filosofo Sindaco. Il costo dell'operazione? Roba da uscirci matti. In Italia non lievitano solo le torte... Bisognerebbe obbligare i sindaci a servirsi di architetti Italiani, autarchia architettonica?Ma solo per non far morire la voglia di un popolo a riscattare la propria cultura in modo che gli italiani riprendano il gusto dell'architettura,
sviluppando il proprio senso identitario prima che prolifichi la miseria acuta dello squallore dell'assimilazione a queste stars....il cui modo di fare e di progettare e di essere è esaltato da una comunicazione errata e sciocca. Ma allora si vedrà che abbiamo politici di valore eccelso e che le stars non cliccano le stars e cosi sia.

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Commento 6073 di Maurizio Zappalà del 23/02/2008


Siamo veramente messi male! Credo che sia semplicemente ridicolo rivolgere un appello per l’architettura a Vespa, non solo è inopportuno ma inutile! Chi è Vespa per meritare tale confidenza? Vespa è omologo al sistema, è inconsistente come giornalista, (trombone e bacchettone!), è insensibile all’architettura e incompetente parimente a Celentano! Insomma è inadeguato! Praticamente è come rivolgersi alla “Marini”, con l’attenuante che da Lei sapremmo chiaro cosa ricevere! E francamente, io so anche cosa aspettarsi da Vespa! Insomma egregio Arch. Salvatore Alessandro Turturici, mi sfugge il senso della sua azione! E ovviamente non mi sento rappresentato! Non ci vuole grande perspicacia per accorgersi che la politica, l’informazione e la “Kultura”, sono distanti dalle istanze e necessità di un dibattito serio e qualificato sull’architettura e in particolar modo, su quella contemporanea e siciliana pergiunta! Insomma è elementare: si chiede aiuto a chi può dartelo! E non creda che, in ogni caso, Lei abbia alcuna speranza, neanche quella di fare notizia! Non desidero ridurre il drammatico senso di prostrazione che ci avvolge ma il tema della denuncia deve essere più alto e non rivolto a “nani” dell’intendimento! E dico che la battaglia è persa in partenza, finchè non saremo capaci, come categoria professionale e cuturale, a far crescere il desiderio di benessere “estetico”, di quell’estetica non solo virtuale e autoreferenziale ma etica e concreta… In altre parole, dobbiamo resistere al di là dei fatti esterni. Cioè, con la coscienza e la capacità di poter incidere sulla trasformazione estetica e quindi urbana. Per tutto questo i nostri interlocutori devono essere individui di qualità! Certo, Lei forse ha scambiato Vespa per Jack Lang (l'ex ministro francese della cultura dal 1981 al 1991) che volle fortemente una legge per l’architettura che noi oggi possiamo soltanto sognare! Bisogna iniziare da lontano, dalla formazione e via via giù, con tutte le tappe propedeutiche alla comparsa dell’esigenza del bello che dalle nostre parti sembra essere una brutta parola! Cosa pensa di concludere con una lettera a Vespa quando manca il minimo substrato nazionale di attenzione alla qualità urbana? Quando non esistono segnali concreti dalla politica e dall’intellighentia di scimmiottare, almeno, quello che si fa nelle altre nazioni europee? Dove si fugge perché è possibile lavorare dignitosamente! Per me, architetto caro, il problema sta tutto lì! Non vi sono le caratteristiche minime per una svolta atta a far riemergere fiducia che in Italia ce la si possa fare! E non improvvisamente le grandi città (non italiane) europee sono diventate attrattori di una risorsa che definisco “nuovo turismo culturale”. Parigi, Barcellona, Berlino, Londra, Rotterdam, Dublino e tante altre hanno puntato “pesantemente" sull’INVESTIMENTO ESTETICO” mettendo nel “bilancio del settore”, una quota significativa della spesa pubblica, non privileggiando l'offerta culturale canonica ma soprattutto la CONTEMPORANEITA’. La nostra Nazione gongola ancora tra Taormina e Cortina!!!
Insomma, si è sperimentato, da lungo tempo che molte città investono sull'architettura contemporanea per crearsi il patrimonio culturale di domani. Cospicue quote di turismo culturale vanno a visitare le città sopracitate perché attratti dai grattacieli di forme inusuali e dalle tecniche costruttive avanzate, dai musei di arte contemporanea che non importa cosa contengano, perché sono museo di se stessi; in altre parole si va dove l’azzardo attrae! Perbacco, questa è la nuova economia oltre, naturalmente, a quella dell’informatica!!!
Nuove “città d'arte” si sono presentate sul “mercato” negli anni più recenti, l'esempio più evidente è Bilbao, e sono entrate a far parte dell'immaginario turistico in una posizione non marginale, spingendosi fino a Dubai city ! Utilizzando una definizione che, alla fine, fonda la tipologia di città d'arte sulla capacità di “produrre cultura”, si ricava uno scenario dove la concorrenza tra le città d'arte diventa di giorno in giorno più accentuata e non è più il parametro del “David” a determinare la leadership! Insomma l'entità e la destinazione della spesa (il tintinnio del denaro!) in cultura, in tempi relativamente brevi, ha fatto cambiare le gerarchie urbane consolidate. Pensa che questo dibattito possa minimamente essere nella formazione di Vespa?
La crescita dell'importanza del settore culturale in molte città specialmente nelle “città globali” con la trasformazione della cultura in una “centralità urbana” strategica per lo sviluppo è espressione del profondo cambiamento in atto. I processi di competitività tra le “città della cultura” potrebbero,nel prossimo futuro, diventare ancora più “turbolenti” perché: un numero significativo di nuovi potenziali consumatori (per esempio, indiani e cinesi) entreranno nel mercato e, dopo una prima fase di omaggio alla tradizione, potranno, insieme agli altri, essere soggiogat

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Commento 6068 di Renzo marrucci del 20/02/2008


E' arrivato il momento in cui si può dire che non siamo più un popolo di santi, di poeti e di navigatori...però, in compenso, siamo un popolo di architetti e di professori...Più le condizioni diventanio difficili più aumentno gli iscritti e più aumentano le università in centri piccoli o grandi e medi o in qualche villa o castello più o meno abbandonati ci sta semprebene una bella facoltà di architettura...o anche altro ...a piacere. La tariffa minima? Meno si lavora e meno si guadagna, e siccome la concorrenza è un mezzo per aumentare la qualità più diventa minima la tariffa ...più la qualità dovrebbe aumentare esponenzialmente e sempre secondo il calcolo intelligente di alcuni che pensano al nostro bene generale. Il bello è che ciò avviene con il tacito consenso delle organizzazioni professionali che capiscono sempre dopo perchè il malcontento dell'architetto non è estetico, non sta bene. Il collega che dal belpaese di sicilia scrive a Bruno Vespa avrà semplicemente sbagliato indirizzo ....Il buon Brunone d'Abruzzo che centra? Gli architettisono dei simpatici soloni anar chici e amanti del bello e dalle stravaganti aspirazioni... suvvia! La tariffa sotto la minima ci farà acuire l'istinto di conservazione e ci renderà molto vicini alla trasparente celeste luce della santità... e ci farà contar le nuvole e nuvolette e subir li nuvoloni mentre altri li realizzano in terra...Rimane tra l'altro.... oltre che imparare la Divima Commedia e tradurla in qualche dialetto nostrano.... imparare a farsi ripettare ...Oppure mi sbaglio? Un caro saluto.

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