Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Storie di un Atene Moderna:
la facciata mutilata


di Andrea Bulleri - 30/3/2018



Il legame fra Atene e il mare ha contraddistinto la formazione e l’identità storica della capitale greca fin dalle sue origini mitologiche (tramandate nelle gesta di Teseo e di suo padre Egeo). L’intuizione politica di Temistocle fece di Atene una potenza mercantile egemone nel Mediterraneo, decretando l’abbandono dell’antico porto del Faliro per il Pireo; la creazione di una doppia centralità, polarizzata sull’Acropoli e l’Arsenale (V sec. a.C.), indirizzerà l’impianto della città antica determinandone le fortune nel periodo del suo massimo sviluppo.
La sua rinascita urbana nel XIX sec., come capitale del nuovo stato greco, riproporrà intatta la vocazione marinara: l’apertura della Leoforos Syngrou, nel 1883, ri-orienterà gli equilibri su Faliro e Glyfada. La strada, lunga 6 km, collega la città al mare attraverso un lungo rettifilo, disteso tra il tempio di Zeus Olimpio e la baia del Faliro; evidentemente il suo ideatore, il banchiere e filantropo Andreas Syngros, amava i collegamenti diretti e le scorciatoie (non a caso è ricordato per il suo significativo contributo alla realizzazione del canale di Corinto).
Il lungo canale visivo oscilla conciliante tra due opposte visioni urbane: il rimando (in)volontario all’antica Atene e la pragmatica espansione infrastrutturale. Una lettura benevola privilegia i rapporti di continuità storica di una città a scala territoriale, fatta di luoghi separati, collegati da precisi tracciati visivi: dalle colonne del tempio di Zeus si può nitidamente traguardare, in una giornata di cielo terso, oltre il golfo Saronico, fino al tempio di Aphaia sull’isola di Egina. L’inclinazione geografica trascura i confini fisici e riporta alla strutturazione simbolica dell’impianto antico: “Una città fatta di luoghi distanti (…) Luoghi legati fra loro da percorsi, da tracciati altrettanto necessari, anche visivamente, architettonicamente, fatti apposta per unire con evidenza. Luoghi che dovevano riconoscersi da lontano, come elementi di un’unica triangolazione visiva, come mete obbligate nella città estesa e poi percorsi, tracciati a conferma dello stretto reciproco legame.”1
Suggestioni, aperture poetiche alla definizione di scenari oggi mortificati dalla proliferazione dello sprawl e dalla rottura dei margini urbani che la stessa Leoforos Syngrou – la maggiore arteria viaria di Atene – ha contribuito a causare. La baia di Faliro è un disordinato insieme di aree residenziali degradate e settori indeterminati in attesa di recupero: “La brutalizzazione degli assi viari lungo i quali fluisce la frenesia ne ha distrutto il significato d’insieme, ha dissolto la continuità del tessuto urbano, ha interrotto senza appello il rapporto tra mare e città, dando adito all’emergere di un indefinito immondezzaio cosparso di ricordi sbiaditi.”2
Un paesaggio ibrido, nel quale convivono, all’insegna del compromesso, nostalgiche aperture ad un’eredità fondativa e una modernità superficiale che non riesce ad individuare strumenti e metodologie in grado di incidere sul disegno urbano, con l’imposizione sic et simpliciter di una rete infrastrutturale. “Questo porterà K. Frampton a definire Atene «città moderna per eccellenza» (…). Tuttavia crediamo di poter correggere questa definizione e dire che Atene è una città post-moderna, dove alla costruzione di una città compatta nella quasi totale assenza dei principi dell’urbanistica moderna si contrappone una pratica costruttiva violentemente moderna.”3 Storia e modernità quindi: un rapporto biunivoco, giocato su vari gradi di ambiguità, che appare caratterizzante e imprescindibile nel caso di Atene.
La rilevanza dell’infrastruttura richiama la formazione di stabilimenti industriali, nell’area centrale del tessuto ateniese. In particolare, si attesta sulla Leoforos Syngrou la fabbrica di birra Fix (1893), fondata nel 1864 da Ioannis Fix, un imprenditore tedesco giunto ad Atene al seguito del Re Otto di Baviera (Fix è la versione ellenizzata del cognome “Fuchs”). Lo stabilimento consolida il suo ruolo e cresce d’importanza – potendo contare sul monopolio nel territorio greco e su una riconosciuta popolarità nei paesi del Mediterraneo orientale –, espandendosi con nuove addizioni che ne estendono il corpo di fabbrica lungo la direttrice viaria, fino alla definitiva occupazione di un intero isolato.
Chiamato a intervenire alla fine degli anni cinquanta, Takis Zenètos riconfigura l’intero complesso nel segno della modernità (1957-1963), garantendo allo stesso tempo la continuità produttiva.4


1. L’edificio in costruzione. Courtesy of 3SK Stylianidis Architects


Consumata l’esperienza del Movimento Moderno, per l’architetto greco la “modernità” è un’attitudine etica e culturale rivolta alla prefigurazione di scenari futuri potenziali, da esplorare attraverso una pratica architettonica focalizzata sulla cura del dettaglio e la realizzabilità esecutiva. Con una buona dose di pragmatismo, Zenètos (affiancato nel progetto da Margaritis Apostolides) ri-organizza lo spazio produttivo tra la transizione contingente della fase realizzativa e il suo sviluppo futuro, in un ripensamento organico espresso dalla facciata unificata, lunga 190 mt: un gesto impressionante per forza e dimensione.
Il rapporto con la direttrice assiale è interpretato da un’architettura di pari grado, che rimanda ad uno spazio senza confini, in una combinazione di linee orizzontali che sembrano perdersi all’infinito (segnando indelebilmente un paesaggio urbano ancora in costruzione, ai piedi dell’Acropoli). L’edificio, completamente smaterializzato, appare come una combinazione di linee orizzontali che esaltano, sul piano stradale, la fuga prospettica. “L’espansione senza limite si attua attraverso una ripetizione senza fine d’elementi simili che costituiscono lo sfondo tecnologico neutrale, manipolabile su volontà (…). Zenetos muove dalla scala senza limite alla ripetizione senza fine di elementi simili e poi, ovviamente, alla prefabbricazione generalizzata di quegli elementi che consentono ripetizioni senza fine.”5


2. Takis Zenètos, la facciata su via Kallirois. Courtesy of 3SK Stylianidis Architects


Il lungo prospetto è composto secondo un codice linguistico modernista, ben riconoscibile – la façade libre, la fenêtre en bandeau, le plan libre, le toit-terrasse –, in una configurazione spaziale che travalica ogni possibilità di determinare un centro di fruizione visiva. La particolare interpretazione del tema della facciata invita ad un confronto con Le Corbusier che propone nella sua opera due indirizzi compositivi antitetici: rivolti alla sublimazione della staticità dell’impianto prospettico o al suo definitivo abbandono su scala territoriale. Appartengono al primo gruppo le facciate del primo periodo, negli anni venti e trenta, nelle quali il mantenimento di una frontalità tradizionale esalta i rapporti geometrici e proporzionali di una composizione astratta, risolta su una superficie bidimensionale. La facciata del Segretariato di Chandigarh (1951-1955) – dimensionalmente affine alla fabbrica Fix – rientra nella stessa logica perché ancora calibrata su un prospetto fruibile alla grande scala (pur nel superamento plastico e scultoreo dell’impaginato bidimensionale). L’esteso sviluppo del fronte rimane ancora leggibile nei suoi estremi e dominabile dal punto di vista visivo, per la particolare collocazione logistica. Il secondo gruppo comprende, invece, le ipotesi progettuali per Rio de Janeiro (1929-1936) e il Plan Obus (1930-1931), nei quali il rapporto sulla grande scala è interpretato da segni a rilevanza territoriale che sperimentano il trapasso della dimensione architettonica, nell’affermazione onnicomprensiva di un edificio / viadotto.
Considerando il caso della fabbrica Fix, Zenètos propone una tipologia di facciata che media tra i due indirizzi lecorbuseriani: l’architettura senza fine è sperimentata in un contesto urbano che annulla una visione frontale ma mantiene una relazione tra strada e edificio (non a caso l’unico punto non applicato dei “Les cinq points de l'architecture moderne" è l’utilizzo dei pilotis). L’unica possibile lettura unitaria – frontale – è proposta a scala territoriale (il livello sul quale Le Corbusier introduce, invece, lo sviluppo indefinito dell’infrastruttura), ciò avviene secondo un punto di vista determinato da una condizione topografica specifica: l’esistenza di una quota percettiva sopraelevata rappresentata dall’Acropoli di Atene.
La posizione di Zenètos si potrebbe collocare all’interno di quella corrente di pensiero che, nei primi anni Sessanta e successivamente negli anni Settanta, ricercava una sintesi tra produzione di massa e flessibilità, prefigurando la personalizzazione di massa. Lo scenario culturale esaltava il “cambiamento” in costante divenire, in una visione ottimistica del progresso tecnologico, e, quindi, l’abbandono di posizioni vincolanti per il futuro. “Non progettiamo nulla, almeno con i mezzi noti, non perpetuiamo gli errori del passato, non inchiodiamo al tavolo un futuro in rapido cambiamento”:6 la costruzione doveva essere reversibile e non-invasiva rispetto all’ambiente. In un tale contesto, la produzione industriale era chiamata ad assumersi la responsabilità della sostenibilità economica, abbassando il costo delle costruzioni leggere e modificabili.
Rispetto all’edilizia minuta circostante, la fabbrica Fix afferma il fuori scala di una “megastruttura” predominante – un grattacielo orizzontale alto sei piani e disposto lungo l’infrastruttura viaria –, perfettamente coerente e leggibile nello sviluppo iterativo dei pannelli esterni. Il modulo base rimanda ad una “no-stop architecture”: “I limiti di ieri sono stati superati e i limiti che poniamo oggi sono ancora ampliabili, a dispetto dell’immobilità umana.”7 Gli elementi prefabbricati sono risolti nel progetto di Zenètos in termini tecnici, studiati per la produzione industriale, in un sistema seriale che potesse garantirne l’utilizzo flessibile attraverso una serie di micro-aggiustamenti.
Con lo studio sulle strutture prefabbricate leggere, Zenètos anticipa i tempi di un cambiamento produttivo che si affermerà solo successivamente, al quale l’industria greca dell’epoca non era preparata. Nonostante la dettagliata progettazione degli elementi di facciata, sarà perciò costretto a realizzare l’intervento con l’intonaco, simulando – con stilature concave – i giunti tra i previsti pannelli prefabbricati. Come in Mies prima di lui, l’estetica della modernità precede la sua effettiva realizzabilità tecnica e si afferma nell’utilizzo di tecniche costruttive tradizionali.
La scomposizione della scatola muraria, per fasce orizzontali, annulla i confini percettivi del fabbricato, ricercando una maggiore integrazione con l’ambiente esterno e la componente luministica. Il piano terra, completamente vetrato sulla Leoforos Syngrou, è un’estensione dello spazio pubblico urbano, visivamente aperto sul reparto imbottigliamento e le aree produttive. L’utilizzo della luce diventa invece l’elemento guida per l’organizzazione degli ambienti superiori, destinati ad uffici e ai reparti di immagazzinamento.


3. Prospettiva da via Syngrou in un’immagine d’epoca. Courtesy of 3SK Stylianidis Architects


Mentre i confini esterni della scatola rimangono invariati, Zenètos prefigura una modificabilità interna all’insegna della massima flessibilità, in una scissione netta tra contenitore e contenuto. Il modello del solaio continuo è adottato per comparti e risolto nel dettaglio, nelle possibili variazioni degli interpiani, in rapporto alle esigenze di produzione. L’intera fabbrica è assimilabile ad un enorme scaffalatura industriale a piani regolabili8, nella quale solai leggeri su travi reticolari possono scorrere in senso verticale, attraverso un sistema di guide, consentendo nel tempo configurazioni variate.


4. Sezione schematica sui solai interpiano (A Brewery in Athens. Architects: T. Ch. Zenetos-M. Ch. Apostolides, “Architektoniki”, 41, 1963, p. 12)


“Diventa quindi accettabile che le tre maggiori unità funzionali della fabbrica – produzione, magazzini e amministrazione – abbiano dimensioni e rapporti variabili nel tempo. E la facciata risponde a questi cambiamenti senza rompere l’unità morfologica del tutto perché ciò su cui opera non è la forma ma la regola e la tecnologia che la supporta.”9
Nella disposizione planimetrica, gli stessi elementi di compartimentazione interna non sono fissi ma disposti liberamente sul piano del solaio, con strutture leggere e rimuovibili. Una soluzione messa a punto da Zenètos nel coevo edificio per appartamenti sull’angolo tra via Amalias e Dedalou (Atene 1959): “The division of space was made possible by the placing of guides adapted to a strict grid for screwed or sliding partitions of various types: opaque, semi-transparent, transparent lighting or heating etc., with or without insulating qualities. Standardization, mass production, flexibility, should be adopted and the monotony resulting from the application of today’s building industry, avoided.”10
“Zenètos non affronta il tema dell’industrializzazione delle costruzioni in modo statico, non intende l’industrializzazione come un mero fattore d’economia della costruzione. Ma non è solo la mutabilità estetica e compositiva che lo interessa: egli vuole evitare che gli edifici rimangano immobili nel tempo: il trasformabile è ricerca costante nei modi, tempi e tecniche che i suoi anni gli consentono. (…) La costante proiezione verso il futuro e il liberarsi del presente domina il pensiero di Zenètos. (…) È in conseguenza del fatto che Zenètos sottintenda l’idea della trasformazione della forma, che si percepisce la sua indifferenza per la forma finale. Non è possibile immobilizzare le sue opere e giudicarle quali oggetti isolati. Essi sono oggetti di trasformazione nello spazio.”11
Uno spazio che è manipolato consapevolmente in un approccio progettuale inclusivo che sperimenta negli edifici costruiti le diverse fasi di transizione di una teoria urbana più ampia, rivolta all’evocazione di un futuro elettronico. “Electronic urbanism” immagina l’estensione senza limiti di una rete elettronica su tutta la terra, come una ragnatela, che nei nodi genera lo spazio dell’abitare e delle attività dell’uomo, annullando la materialità architettonica e confondendosi con il paesaggio. L’elaborazione della sua teoria urbana accompagna Zenètos durante la sua attività professionale, per successive tappe di approfondimento dal 1962 al 1974, proponendosi come laboratorio di idee sempre più spinto all’immateriale: senza prendere le distanze dall’esistente ma prefigurando un processo di evoluzione graduale fino al pieno sviluppo delle potenzialità tecnologiche. Una fideistica propensione al futuro per allontanare le miserie del presente.
Ma il futuro sovente tradisce le aspettative più ottimistiche opponendo la pesantezza di una realtà ormai disillusa e ripiegata sulle contingenze economiche e politiche, oltre ogni possibile prefigurazione di un cambiamento. Dismessa l’attività industriale all’inizio degli anni novanta, la fabbrica Fix – in degrado per mancanza di manutenzione – è divenuta una proprietà statale senza che ciò modificasse le sue condizioni di abbandono. Riconosciuta dall’ICOMOS come vero e proprio landmark urbano – capolavoro dell’architettura moderna –, ne veniva richiesto a più riprese il restauro conservativo e il recupero funzionale, senza alcun esito. Su iniziativa della “Attiko Metro”, la compagnia metropolitana ateniese, con la formale concessione del Ministero dell’ambiente e dei lavori pubblici – nonostante la decisa opposizione della comunità scientifica –, nel 1995 il manufatto è stato demolito per oltre metà della sua estensione al solo scopo di realizzare un parcheggio ed una biglietteria, al servizio della nuova stazione di interscambio Syngrou Fix. Studenti e professori della Facoltà di Architettura di Atene hanno tentato di fermare i lavori, riuscendo a salvare quanto rimaneva dell’edificio mutilato, un segmento lungo 90 mt (rispetto agli originali 190). Una porzione più che sufficiente, secondo le motivazioni addotte dalla compagine istituzionale, che, nel giustificare l’intervento – affermando l’irrilevanza della riduzione in lunghezza – dichiara che il valore architettonico dell’edificio non sarebbe compromesso, anzi si è certi di aver realizzato un desiderio dello stesso Zenètos. Una simile argomentazione denota l’assoluta incomprensione dell’opera: il progetto di Zenètos esaltava il dinamismo e l’intensa linearità dell’insieme, esattamente ciò che è stato pregiudicato con il parziale abbattimento della fabbrica Fix. In attesa del suo recupero, la sezione trasversale aperta dalla demolizione ha connotato simbolicamente l’insanabilità di una ferita e l’irrimediabile cancellazione di uno degli edifici-simbolo della capitale greca, aumentandone, se possibile, il rimpianto.


5. L’edificio demolito prima del suo recupero. Courtesy of Kalliope Kontozoglou


L’inatteso punto di vista – di solito relegato alla dimensione astratta del disegno tecnico – restituisce visivamente uno spaccato della raffinata organizzazione interna in rapporto alla facciata.
Nel 2002 è stato bandito un concorso per il restauro dell’edificio e il suo recupero come Museo nazionale di arte contemporanea. Il nuovo impianto museale (EMST) – ideato 3SK Stylianidis Architects con Kalliope Kontozoglou, Moyzakis Architects e Tim Ronalds Architects – è stato inaugurato nel 2016. Le due facciate storiche sulla Leoforos Syngrou e via Frantzi sono state poste sotto tutela e restaurate come una monolitica rovina ormai decontestualizzata.


6. I prospetti restaurati sull’angolo tra via Syngrou e Frantzi. © Tita Bonatsou. Tutti i Diritti Riservati


Le misure di salvaguardia hanno interessato solo queste due facce del volume parallelepipedo; non sono state adottate per la facciata sul retro – su via Kallirois –, divenuto il prospetto d’ingresso per il nuovo museo, né sul lato mancante (in questo caso per conseguenza logica).
Anche l’adattamento a struttura museale, l’ultimo passaggio temporale che doveva, infine, garantire la tutela di quanto rimasto, nuoce in definitiva a quanto è sopravvissuto dell’edificio originario. Decade il carattere unitario del volume progettato da Zenètos, nella frammentazione dei lati del prisma che rispondono, a due a due, a logiche differenziate, corrispondenti a due diversi “angoli”. La nuova configurazione propone un edificio “dissociato”, che dichiara sulla strada principale l’eco della modernità introdotta da Zenètos, ridotta a commento nostalgico, mentre il prospetto opposto rievoca una continuità storica con la topografia dimenticata di Atene. Il binomio inscindibile storia e modernità torna a riproporsi decisamente, a distanza di anni, dopo la chiara scelta di campo di Zenètos: al tramonto della modernità ritorna la Storia.
Gli schizzi progettuali su questo aspetto sono esemplificativi: i due lati rimasti della fabbrica Fix avvolgono un nuovo volume indipendente (the “magic” box), che si rivolge con la facciata unicamente alla strada che fronteggia: via Kallirois.


7. Schizzi di progetto. Courtesy of Kalliope Kontozoglou


L’andamento serpeggiante della medesima – rispetto al netto rettifilo di via Syngrou – rispecchia la sua origine: la strada ricalca il percorso (tombato) dell’antico fiume di Atene: l’Ilisso.


8. Vista area: la Leoforos Syngrou e via Kallirois. Courtesy of 3SK Stylianidis Architects


Il nuovo museo, pur d’arte contemporanea, decide quindi di rappresentare l’identità storica antica di Atene, riproponendo in facciata strati di roccia sedimentaria, in una ideale sezione del fiume. Un rapporto spirituale – la facciata è sospesa sopra il terreno come una tenda gigante – richiamato esplicitamente nella stilizzazione della cascata d’acqua, al livello più basso.


9. La facciata del nuovo museo. © Stephie Grape. Tutti i Diritti Riservati


L’impressione che ne deriva è quella di un’architettura inespressa, costretta a subire la presenza dell’esistente quando invece vorrebbe manifestarsi in modo autonomo. Questa sensazione è rafforzata dai segni orizzontali riportati nella pietra che restituiscono l’ “impronta” del prospetto originale (che si era comunque conservato, conviene ricordarlo, ma avrebbe imposto la sua immagine al nuovo museo). Il dinamismo di Zenètos appare come raggelato e ridicolizzato nell’idea di permanenza che restituisce l’apparecchiatura muraria. Il museo dichiara la volontà di ritornare alla logica della città, alla quale è stato strappato via, e si propone verso la strada con una bassa cornice rossa tripartita, per connotare l’ingresso. E in questo voler “ritornare” è contenuta interamente la distanza incolmabile che lo separa dalla parentesi introdotta da Zenètos.
I primi tre piani della nuova struttura museale (terra, mezzanino e primo piano), così come il grande spazio al piano interrato, sono dedicati alle esposizioni provvisorie, con ambiti ausiliari e di servizio. I restanti tre piani (secondo, terzo e quarto) ospitano, invece, le collezioni permanenti. Lo spazio a cielo aperto della grande terrazza è utilizzato come galleria per le sculture, affiancata da un ristorante.


10. Piano terra. Courtesy of 3SK Stylianidis Architects




11. Piano primo. Courtesy of 3SK Stylianidis Architects




12. Piano secondo. Courtesy of 3SK Stylianidis Architects




13. Pianta della copertura. Courtesy of 3SK Stylianidis Architects


La scoperta degli ambiti museali è introdotta dall’esperienza spaziale esperita con l’ascensione delle scale mobili, disposte su un asse parallelo al prospetto su via Kallirois. Un ampio “canyon” interno, esteso da terra fino alla copertura (30 mt di altezza), afferma una preponderante componente verticale che svilisce la precedente logica interna, flessibile e risolta sull’estensione orizzontale del solaio continuo, in rapporto alla facciata. Relazione che irrimediabilmente si interrompe: il grande invaso spaziale delle scale “stacca” il prospetto esterno come elemento autonomo.


14. Sezione assonometrica. Courtesy of 3SK Stylianidis Architects




15. Prospettiva sulle scale. © George Nesis. Tutti i Diritti Riservati


Naturalmente, nella stessa logica compositiva, ciò avviene anche per il prospetto opposto, con una serie di aperture che separano dai solai il prospetto di Zenètos: definitivamente relegato al ruolo di reperto archeologico.
Il lato corto dell’edificio, riconfigurato dal nuovo progetto si sforza di proporre viste selezionate sulla città, nelle valorizzazione dei suoi elementi di maggior riconoscibilità (ricercando prospettive mirate sul monte Licabetto e lungo l’arteria stradale).


16. Vista sulla città. © Stephie Grape. Tutti i Diritti Riservati


L’ambito a cielo aperto della terrazza, ora più contenuta e confinata sul lato sud-ovest, si propone come un grande belvedere dedicato alla celebrazione del continuum edilizio della capitale ateniese.


17. Terrazza panoramica. © George Nesis. Tutti i Diritti Riservati


Per un processo di beffarda nemesi, la fabbrica Fix, un edificio nato per essere osservato e proporsi come riferimento urbano – nel linguaggio dirompente della modernità – si conforma ad un destino ingrato e si adatta all’inedito ruolo di supporto visivo dell’esistente.

>>1 Giorgio Grassi, in Macchi Cassia C. (a cura di), Dieci progetti per la città greca, Atene 1997, p. 50-53.
>>2 Nikos Fintikakis, in Macchi Cassia C. (a cura di), Dieci progetti per la città greca, cit., p. 71-72.
>>3Tzompanakis A., Labirinti mediterranei. Tessuto, paesaggio e spazialità tra Europa e periferia ellenica, Firenze 2012, p. 46.
>>4 “The Brewery as it stood before the works of remodeling and expanding. Fortunately the walls were independent of the main structure: this is what permitted complete renovation.” A Brewery in Athens. Architects: T. Ch. Zenetos-M. Ch. Apostolides, “Architektoniki”, 41 (1963), p. 13.
>>5 Papalexpoulos D. – Kalafati E., Takis Zenetos. Visioni digitali, architetture costruite, Roma 2006, p. 17.
>>6 Ibid., 11.
>>7 Trad. it: vd. T. Ch. Zenetos “Town and Dwelling in the Future- Town-Planning in Space. A study, 1962”, Architektoniki, 42 (1963), pp. 48-55.
>>8 “A guide system in front of the structure embodies materials transparent or not, of special insulation, or not, according to the needs & use made of the space corresponding to each section of the Façade. For example: 1. The ground floor is the show-case of battling and machine sections. 2. Study room, Draughtsmen’s room, Administration. 3 & 4. Warehouses. The guide system allows for any necessary change called for by internal requirements or floor level alterations – a necessary prerequisite to satisfy the continuous needs of re-adjustment and/or production increase. Also, a certain irregularity in the space use diagram does not create a displeasing façade (…). The subdivision of the guide system was made, independently of the floor levels (as it is usually done with curtain walls) and in such a way so as to permit any and ever alterations.” “A Brewery in Athens. Architects: T. Ch. Zenetos-M. Ch. Apostolides”, cit., p. 12.
>>9 Papalexpoulos D. – Kalafati E., Takis Zenetos. Visioni digitali, architetture costruite, cit., p. 52.
>>10 Zenetos T. Ch., “Block of Flats at Amalia Avenue”, Architektoniki, 39 (1963), p. 50.
>>11 Papalexpoulos D. – Kalafati E., Takis Zenetos. Visioni digitali, architetture costruite, cit., p. 52, 85 e 86.



(Andrea Bulleri - 30/3/2018)

Per condividere l'articolo:

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]

Altri articoli di
Andrea Bulleri
Invia un commento
Torna alla PrimaPagina

Commenti




<