Giornale di Critica dell'Architettura

2 commenti di Vincenzo De Gennaro

Commento 43 del 19/01/2002
relativo all'articolo The Virtual Museum, secondo A. Bonito Oliva
di Sandro Lazier


In relazione al commento 42 di S.Lazier intendo precisare il mio pensiero:
1. rivendico la funzionalità nell’ambito dell’architettura e non dell’arte. Sono due cose molto molto diverse, deve essere chiarissimo, due ambiti distinti anche se accomunati dall’essere tra le forme espressive dell’estetica. Il confonderle oggi è purtroppo costume largamente diffuso e denuncia un disorientamento imperante.
2. l’attributo di “inutilità pratica” dell’opera d’arte non vedo come debba caratterizzare l’architettura chiamata al suo ruolo spaziale. L’architettura non può essere inutile. Praticamente non esiste, o è rudere.
3. il rapporto forma-funzione è l’equazione della “rinascita dell’architettura”. Altro che mortificante e priva di principio! Sin dal neolitico l’architettura prende vita per assolvere funzioni, ma lo avevamo dimenticato, e nel termine rinascita il riferimento è a Sullivan, ma ancor prima a Morris dalla cui Casa, Zevi ha estratto la prima invariante. Tutto il pensiero zeviano delle sette invarianti è infuso di questa equazione. E questo sta alla “nostra” architettura come il pensiero galileiano sta alla scienza moderna. È questa consapevolezza che noi oggi auspico riuscire a far emergere.
4. contesto assolutamente il metodo che, presa a priori una qualsiasi forma vi si possa calare poi questa o quella funzione. È un “appiccico” che si faceva ai tempi di Morris, si è continuato a farlo dopo e purtroppo si continua spesso a farlo anche oggi. È stato combattuto e si combatte ancora. È una operazione accettabile in un solo caso: il recupero di organismi esistenti e di scarso valore storico-estetico. No per il restauro e assolutamente mai per l’architettura “nuova”. Se in una architettura – e ricordo che stiamo parlando di musei – concepita per una funzione , vi si può indifferentemente collocarne una diversa altra, allora lo spazio è fallito, non ha colto l’unicità di quell’arte che è chiamato a far esprimere. L’architettura nasce per un disegno preciso, per assolvere funzioni ben determinate e non per capriccio delle forme di questo o quel progettista. Altrimenti è fare Gibellina.
5. la distinzione uomo-opera d’arte non è astratta ma ha significato museografico. È il mondo dell’arte che da qualche decennio sta chiedendo all’architettura una sensibilità nuova che ancora stenta a percepire. Nel museo, vera cattedrale della nostra epoca, un progettista non può più operare come per una abitazione o una fabbrica dove il referente unico è l’uomo che le vive. L’opera d’arte ha esigenze sue proprie che condizionano la fruizione estetica. Non si può rimanere sordi a queste richieste. Lo spazio architettonico del museo è il primo a dover essere rivoluzionato. Le ricerche in corso ritengo siano straordinariamente feconde, ma cercando il nuovo alfabeto occorre tutelarsi affinché non ci si smarrisca nei labirinti delle forme, sempre memori che l’obiettivo è fare architettura che risponda alle nostre nuove funzioni.

Vincenzo De Gennaro

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19/1/2002 - Sandro Lazier risponde

Caro Vincenzo,
sembra che siamo distanti. Ma forse non è così.
Relativamente alla distinzione arte architettura ti rispondo con parole di Zevi:
“Si ritiene generalmente che l’architettura non possa esternare stati d’animo quali l’amore, la paura, la tristezza, la nausea, l’entusiasmo e la disperazione. I testi mendelsohniani dimostrano, in modo prepotente, come essa parli, soffra, canti, aggredisca e persino ascolti, come non sia soltanto sfondo ai sentimenti umani, ma ne veicoli le pieghe più delicate e arcane.” Non è forse arte questa?
Relativamente alla parola “funzione” penso occorra chiarirne il significato. La funzione è un legame che tiene insieme più variabili delle quali una è indipendente. Il tempo, per esempio, è funzione della nostra vita ma non dipende da noi. Esso è oggettivo e oggettivabile. Il termine funzione, in architettura, ha un significato ben preciso e richiama la necessità di rendere dipendente questa da un valore assunto quale elemento incontestabile e necessario. Dire che l’architettura è funzione di qualcosa la rende prigioniera di un meccanismo univoco, spesso alibi del razionalismo più becero. Filosoficamente è indimostrabile che la forma dell’uovo dipende da quella del sedere della gallina o viceversa. Biologicamente è invece dimostrato che l’evoluzione avviene grazie ad errori che noi chiamiamo “disfunzioni”. Sappiamo solo che a qualsiasi forma possiamo affidare una funzione, perché oggettivabile è ciò che esiste, la forma, non la funzione.
Tutto questo non vuole dire che l’architettura debba essere fine a se stessa, perché parimenti la renderebbe oggettiva. Quindi è scontato che si progetti avendo in testa una funzione, ma questo è solo il punto di partenza, non di arrivo.
Per concludere, voglio dire che un edificio parla al di là del risultato della sua funzione. Questa è l’inutilità della poesia.

Commento 40 del 15/01/2002
relativo all'articolo The Virtual Museum, secondo A. Bonito Oliva
di Sandro Lazier


L'eccentricità del Guggenheim di Wright rispetto alle esigenze dell'arte ha determinato la sua stessa fortuna. Giustamente, come tu dici, l'architettura è a pieno titolo una forma espressiva. Ma ha un requisito in più. La funzionalità. Questa fa sì che l'architettura si distingua dalle altre Arti. Non esiste una architettura "neutra", ma essa è sempre al servizio di... E si dovrebbe comportare di conseguenza. Troppo spesso gli architetti la dimenticano a favore di un protagonismo impertinente che nel museo raggiunge l'apice. L'architetto è solito avere l'uomo come unico referente, ma qui, nel museo, il ruolo di primo attore è a due teste. Oltre l'uomo, la collezione d'arte. E la comunicazione di questa cultura assume, nella società di oggi, un protagonismo che non ammette secondarietà.
Personalmente ritengo che il colpo di A. Bonito Oliva vada accusato.

Ma per l'immeritevole commento, caro Sandro, perdonami.

Vincenzo

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15/1/2002 - Sandro Lazier risponde

Mi pare che rivendicare la funzionalità nell’ambito dell’arte procuri qualche paradosso. Se la dote essenziale di ciò che definiamo opera d’arte sta nella sua inutilità pratica – e su questo penso A. Bonito Oliva concordi pienamente – non vedo come questa qualità possa mostrarsi in un contenitore “funzionale” che ne contraddice la sostanza. Sull’utilità o inutilità dell’architettura, sulla funzionalità o irragionevolezza di questa ci sarebbe molto da dire e molto si è detto. Una cosa è certa: il rapporto forma-funzione ha rivelato una equazione inadeguata, mortificante e fondamentalmente priva di principio. Nessuno, in realtà, può contestare il fatto che, data una qualsiasi forma, questa possa generare nuova funzione. Una funzione c’è comunque, sempre. Un’ultima cosa. Non mi piace la distinzione tra uomo e opera d’arte, perché cela una condizione astratta che svuota di significato il presupposto contingente di tutta l’arte contemporanea. P.S: il perdono è facoltà divina.