Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

The Virtual Museum, secondo A. Bonito Oliva

di Sandro Lazier - 14/1/2002


Achille Bonito Oliva, a proposito del concorso “The Virtual Museum International Competition” sulle pagine di www.newitalianblood.com, dice:
<< Questo concorso andrebbe analizzato proprio nell'ottica del dopo 11 Settembre:
- l'avvenuta smaterializzazione, ovvero, la perdita di un valore superbo dell'architettura: la verticalità simbolica;
- la perdita del peso gravitazionale, ovvero il passaggio ad una fase più avanzata dell'arte non più feticcio, ma neanche bene da conservare in quell'opificio del bello che è il museo.
Il museo finalmente perde importanza, gli architetti hanno fatto un pessimo lavoro nei confronti dell'arte contemporanea, quasi tutti i musei sono proposte molto modeste e spesso denotano tracotanza culturale, l'invaso conta più dei contenuti in musei come il Guggenheim di Wright e il Beaubourg di Piano e Rogers.
A mio avviso gli architetti hanno quasi sempre fallito per quanto riguarda la concezione degli spazi d'accoglienza per l'arte contemporanea, interessanti alcuni tentativi come il Museo di Piano a Noumea, alcune realizzazioni di Isozaki e Botta e un nuovo progetto di Koolhaas.
L'architettura costruita degli architetti contemporanei ha prodotto gesti totalitari, di bassa accoglienza e di grande invadenza, proprio perché l'idea del Movimento Moderno ha sempre sopravanzato la loro mentalità e li ha portati a pensare che il progetto era, in qualche modo, un valore invasivo anche del nomadismo dello spettatore nello spazio.
Il museo è uno spazio precario, uno spazio dove oggi il pubblico, in fondo, celebra la propria morte. E questo perché non ci troviamo di fronte alla morte dell'arte ma alla morte di un pubblico bombardato da gadget, video, performance, video installazioni, che si muove all'interno dello spazio museale vivendo full-time attraverso spazi per i bambini, ristoranti, biblioteche e bookshop. Il museo contemporaneo è diventato un opificio non solo del bello, ma della produzione. E' uno spazio non più un filtro o depuratore, non é più la soglia di una chiesa che ci permette il passaggio ad una dimensione interiore. L'industria dello spettacolo vive una cultura che prima era gestita dagli artisti d'avanguardia, oggi quegli artisti che lavorano con sensibilità "pellicolare" a riprendere i linguaggi dei media, i discorsi sul digitale, non si rendono conto che l'industria culturale ha mantenuto ciò che le avanguardie storiche avevano promesso: la realizzazione dell'arte totale. Si pensi ad esempio ai film con Ginger Roger e Fred Astair, o ai videoclip di Michael Jackson, sintesi di velocità futurista, condensazione simbolica surrealista e senso del gioco dadaista, cui si aggiunge: danza, teatro, gestualità, performance; è l'idea del precipitato dei linguaggi che le avanguardie storiche avevano teorizzato e che l'industria culturale oggi imbelletta, ben presenta, ben confeziona e consegna nello spazio domestico in maniera capillare.
In quest'ottica il museo tradizionale assume una dimensione statica, è una cattedrale lontana da raggiungere ed è una cattedrale che funziona come intrattenimento per un pubblico di massa accattivato e sedotto già a livello pellicolare dall'industria dello spettacolo che ha, giustamente, addomesticato alcuni linguaggi.
Parlare di Museo Virtuale oggi è un discorso affatto peregrino, affatto nichilista, piuttosto è prendere atto di una sintesi di problematiche e di riflessioni prodotte dalla storia e dalla cultura, proprio come il terrorismo.
Queste proposte di museo virtuale hanno il grande pregio di ipotizzare ancora un futuro, hanno invece il difetto di non parlare di arte contemporanea perché gli architetti non la conoscono abbastanza. Ancora una volta l'architettura smaterializza tutto tranne se stessa.
Non c'è stato un solo esempio di opera interagente con lo spazio. Le tipologie linguistiche che questi giovani architetti hanno sviluppato sono strumentali a rappresentare interattività, fruizione, contemplazione attiva o passiva dell'opera d'arte, ma di quale arte: astratta o figurativa? A colori o in bianco e nero? Perché poi solo la pittura? L'esperienza tridimensionale, le sculture, le videoinstallazioni, le installazioni, la fotografia non sono previste? Perché non opere di arte totale in cui è prevista anche la musica o la performance?
Il concorso è stato una grande proposta ma con frutti ortopedici, costrittivi, in cui si celebra ancora la monumentalità di un'architettura che prima era costruita e fortunatamente adesso è solo virtuale.>>


Personalmente sono d’accordo con parecchie considerazioni e deduzioni.
Ma non sono d’accordo sugli assiomi che determinano i raffinati ragionamenti di A. Bonito Oliva. Dare per scontata la “monumentalità” di tutta l’architettura costruita mi pare un asserto non vero. Del Guggenheim di Wright, per esempio, si può dire tutto fuorché tacciarlo di maestosità o imponenza o staticità monumentale. Anzi, è l’esatto contrario.
Tutto il movimento moderno, fino alle ricadute neostorciste degli ultimi vent’anni, ha cercato e sperimentato ogni genere di artificio spaziale per liberarsi del pregiudizio dell’immobilità e dell’imponenza, per prendere le distanze dai monumenti e dal loro vincolo simbolico, per dotare lo spazio vissuto della variabile temporale, antistatica, antiretorica, antiprospettica, senza dover per forza ricorrere alla smaterializzazione che, in architettura, non vuole dire nichilismo, buono o cattivo che sia, ma afasia, silenzio, assenza. E chi non parla non esiste.
Per questa ragione, nel caso dei musei, contesto l’atteggiamento di un’architettura neutra di puro servizio all’arte, semplicemente perché questa è parte di quella e, come tale, ha pieno diritto di mescolare i suoi linguaggi a quelli delle altre forme espressive. Probabilmente gli architetti capiscono d’arte quanto gli artisti di architettura, quindi tolleriamone l’affrancamento per il bene degli uni e degli altri. E se alcuni edifici comunicano più delle opere che raccolgono, forse il problema è di queste, se è vero che la poesia non sta nelle parole ma nel modo e nel dove si mettono insieme.
E’ vero, l’architettura ha molti difetti, perché vive di tempi lunghi e di grandi energie che la costringono a immaginare un futuro possibile che spesso non si avvera. Ma resta l’intenzione, come per la poesia.
Quindi non credo che la soluzione “virtuale” possa in alcun modo risolvere un conflitto allusivo che ritiene inadeguato il contenitore rispetto al contenuto. Se l’idea di arte totale contempla l’esibizione performativa il disaccordo è risolto quando contenitore e contenuto sono la stessa cosa.



(Sandro Lazier - 14/1/2002)

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Commento 76 di Carlo Sarno del 23/03/2002


Il museo virtuale può avere una grande funzione di divulgazione dell'arte e della cultura, nulla togliendo al momemto decisivo e intenso dell'incontro reale con l'opera d'arte vera e propria, che può essere anche preparato da un primo incontro virtuale e guidato con l'opera d'arte.
Comunque, a mio parere, la vita è l'opera d'arte che più di ogni altra dobbiamo conservare, ammirare e contemplare, vera opera d'arte che è costtituita da relazioni umane, affetti e sentimenti; in tal senso il museo virtuale potrebbe concorrere a incentivare la partecipazione e la interazione tra gli esseri umani ,anche lontani, vere opere d'arte viventi.

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Commento 43 di Vincenzo De Gennaro del 19/01/2002


In relazione al commento 42 di S.Lazier intendo precisare il mio pensiero:
1. rivendico la funzionalità nell’ambito dell’architettura e non dell’arte. Sono due cose molto molto diverse, deve essere chiarissimo, due ambiti distinti anche se accomunati dall’essere tra le forme espressive dell’estetica. Il confonderle oggi è purtroppo costume largamente diffuso e denuncia un disorientamento imperante.
2. l’attributo di “inutilità pratica” dell’opera d’arte non vedo come debba caratterizzare l’architettura chiamata al suo ruolo spaziale. L’architettura non può essere inutile. Praticamente non esiste, o è rudere.
3. il rapporto forma-funzione è l’equazione della “rinascita dell’architettura”. Altro che mortificante e priva di principio! Sin dal neolitico l’architettura prende vita per assolvere funzioni, ma lo avevamo dimenticato, e nel termine rinascita il riferimento è a Sullivan, ma ancor prima a Morris dalla cui Casa, Zevi ha estratto la prima invariante. Tutto il pensiero zeviano delle sette invarianti è infuso di questa equazione. E questo sta alla “nostra” architettura come il pensiero galileiano sta alla scienza moderna. È questa consapevolezza che noi oggi auspico riuscire a far emergere.
4. contesto assolutamente il metodo che, presa a priori una qualsiasi forma vi si possa calare poi questa o quella funzione. È un “appiccico” che si faceva ai tempi di Morris, si è continuato a farlo dopo e purtroppo si continua spesso a farlo anche oggi. È stato combattuto e si combatte ancora. È una operazione accettabile in un solo caso: il recupero di organismi esistenti e di scarso valore storico-estetico. No per il restauro e assolutamente mai per l’architettura “nuova”. Se in una architettura – e ricordo che stiamo parlando di musei – concepita per una funzione , vi si può indifferentemente collocarne una diversa altra, allora lo spazio è fallito, non ha colto l’unicità di quell’arte che è chiamato a far esprimere. L’architettura nasce per un disegno preciso, per assolvere funzioni ben determinate e non per capriccio delle forme di questo o quel progettista. Altrimenti è fare Gibellina.
5. la distinzione uomo-opera d’arte non è astratta ma ha significato museografico. È il mondo dell’arte che da qualche decennio sta chiedendo all’architettura una sensibilità nuova che ancora stenta a percepire. Nel museo, vera cattedrale della nostra epoca, un progettista non può più operare come per una abitazione o una fabbrica dove il referente unico è l’uomo che le vive. L’opera d’arte ha esigenze sue proprie che condizionano la fruizione estetica. Non si può rimanere sordi a queste richieste. Lo spazio architettonico del museo è il primo a dover essere rivoluzionato. Le ricerche in corso ritengo siano straordinariamente feconde, ma cercando il nuovo alfabeto occorre tutelarsi affinché non ci si smarrisca nei labirinti delle forme, sempre memori che l’obiettivo è fare architettura che risponda alle nostre nuove funzioni.

Vincenzo De Gennaro

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19/1/2002 - Sandro Lazier risponde a Vincenzo De Gennaro

Caro Vincenzo,
sembra che siamo distanti. Ma forse non è così.
Relativamente alla distinzione arte architettura ti rispondo con parole di Zevi:
“Si ritiene generalmente che l’architettura non possa esternare stati d’animo quali l’amore, la paura, la tristezza, la nausea, l’entusiasmo e la disperazione. I testi mendelsohniani dimostrano, in modo prepotente, come essa parli, soffra, canti, aggredisca e persino ascolti, come non sia soltanto sfondo ai sentimenti umani, ma ne veicoli le pieghe più delicate e arcane.” Non è forse arte questa?
Relativamente alla parola “funzione” penso occorra chiarirne il significato. La funzione è un legame che tiene insieme più variabili delle quali una è indipendente. Il tempo, per esempio, è funzione della nostra vita ma non dipende da noi. Esso è oggettivo e oggettivabile. Il termine funzione, in architettura, ha un significato ben preciso e richiama la necessità di rendere dipendente questa da un valore assunto quale elemento incontestabile e necessario. Dire che l’architettura è funzione di qualcosa la rende prigioniera di un meccanismo univoco, spesso alibi del razionalismo più becero. Filosoficamente è indimostrabile che la forma dell’uovo dipende da quella del sedere della gallina o viceversa. Biologicamente è invece dimostrato che l’evoluzione avviene grazie ad errori che noi chiamiamo “disfunzioni”. Sappiamo solo che a qualsiasi forma possiamo affidare una funzione, perché oggettivabile è ciò che esiste, la forma, non la funzione.
Tutto questo non vuole dire che l’architettura debba essere fine a se stessa, perché parimenti la renderebbe oggettiva. Quindi è scontato che si progetti avendo in testa una funzione, ma questo è solo il punto di partenza, non di arrivo.
Per concludere, voglio dire che un edificio parla al di là del risultato della sua funzione. Questa è l’inutilità della poesia.

 

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Commento 40 di Vincenzo De Gennaro del 15/01/2002


L'eccentricità del Guggenheim di Wright rispetto alle esigenze dell'arte ha determinato la sua stessa fortuna. Giustamente, come tu dici, l'architettura è a pieno titolo una forma espressiva. Ma ha un requisito in più. La funzionalità. Questa fa sì che l'architettura si distingua dalle altre Arti. Non esiste una architettura "neutra", ma essa è sempre al servizio di... E si dovrebbe comportare di conseguenza. Troppo spesso gli architetti la dimenticano a favore di un protagonismo impertinente che nel museo raggiunge l'apice. L'architetto è solito avere l'uomo come unico referente, ma qui, nel museo, il ruolo di primo attore è a due teste. Oltre l'uomo, la collezione d'arte. E la comunicazione di questa cultura assume, nella società di oggi, un protagonismo che non ammette secondarietà.
Personalmente ritengo che il colpo di A. Bonito Oliva vada accusato.

Ma per l'immeritevole commento, caro Sandro, perdonami.

Vincenzo

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15/1/2002 - Sandro Lazier risponde a Vincenzo De Gennaro

Mi pare che rivendicare la funzionalità nell’ambito dell’arte procuri qualche paradosso. Se la dote essenziale di ciò che definiamo opera d’arte sta nella sua inutilità pratica – e su questo penso A. Bonito Oliva concordi pienamente – non vedo come questa qualità possa mostrarsi in un contenitore “funzionale” che ne contraddice la sostanza. Sull’utilità o inutilità dell’architettura, sulla funzionalità o irragionevolezza di questa ci sarebbe molto da dire e molto si è detto. Una cosa è certa: il rapporto forma-funzione ha rivelato una equazione inadeguata, mortificante e fondamentalmente priva di principio. Nessuno, in realtà, può contestare il fatto che, data una qualsiasi forma, questa possa generare nuova funzione. Una funzione c’è comunque, sempre. Un’ultima cosa. Non mi piace la distinzione tra uomo e opera d’arte, perché cela una condizione astratta che svuota di significato il presupposto contingente di tutta l’arte contemporanea. P.S: il perdono è facoltà divina.

 

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