Giornale di Critica dell'Architettura

4 commenti di Giovanni Avosani

Commento 6903 del 09/03/2009
relativo all'articolo Agilità e velocità
di Massimo Pica Ciamarra


Come sempre accade in Italia ci si attiva in situazioni “emergenziali”, agendo in modo spontaneo, poco riflessivo, con una visione a breve termine.
La riformulazione delle regole urbanistiche e burocratiche trova sempre concordi i professionisti che con queste lavorano quotidianamente.
Conosciamo benissimo la situazione Italiana.
La questione prevalente è: ha senso darsi regole, cambiare regolamenti senza avere una visione del futuro possibile?
Si concretizzano due ipotesi:
La proposta coscientemente non crea una discontinuità con il presente stato delle cose, si accontenta di fare un favore alle categorie imprenditoriali (già ampiamente sostenute nel corso degli anni) veicolando l’idea di introdurre innovazioni sostanziali, rendendo legale quanto prima era considerato abuso, ma soprattutto toglie potere decisionale e pratico alle autorità locali.
La proposta ingenuamente cerca di rimediare al problema casa, sentito nell’ultimo anno ma che in Italia si trascina da almeno un decennio a causa di gravi mancanze strutturali e decisionali.
Io credo che la visione di questo governo purtroppo sia chiara e concreta, la proposta definita “piano casa” che poco ha di un piano, non cambierà sostanzialmente la situazione esistente, non permetterà l’accesso alla casa alle fasce deboli (in quanto viene dimenticata l’ERP), garantisce continuità agli imprenditori edili e delegittima la capacità previsionale e politica degli enti locali.
Resta il rammarico legato all’ennesima occasione persa, come al solito l’estremo campanilismo autoreferenziale all’Italiana, non ci permette di vedere e capire quanto in Europa è avvenuto nel corso degli ultimi decenni, dove spunti programmatici e procedure sono facili e funzionali, ma
dove i governi hanno una "vision" sul future del proprio paese degna di questo nome.
Giovanni Avosani

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Commento 1369 del 16/08/2006
relativo all'articolo Sull'idea di complessità
di Sandro Lazier


Credo che l interessante articolo abbia un profonda e curata base storica e abbia puntualizzato e giustificato benissimo il punto di vista dell’autore.
Mi permetto di osservare come negli scritti di cui questo vuole essere una modesta continuazione, sia stato completamente dimenticato, lo strumento che finalmente ha permesso di rendere partecipe anche i non addetti ai lavori della complessità.
Mi riferisco al computer, più specificamente al fatto che come erroneamente detto nell’articolo di Vilma Torselli, Mandelbrot non ha teorizzato la geometria frattale, questo è un errore comune, M. ha solamente applicato teorie vecchie di decenni al mezzo informatico.
“E’ difficile sopravvalutare il ruolo svolto dal computer nella rivoluzione costituita dalla geometria frattale e dalla scienza del caos. Senza la potenza di calcolo necessaria per iterare un’equazione milioni di volte, la rivoluzione semplicemente non sarebbe stata possibile. Il computer, con la sua enorme velocità nel macinare numeri, è diventato per lo studio dei sistemi dinamici complessi quello che il microscopio è stato per la microbiologia, l’acceleratore di particelle per la fisica subatomica e il telescopio per lo studio del cosmo.”1
La geometria frattale non si basa sugli attrattori ma sulla logica iterativa, lo strumento diventa volano per la continua sperimentazione di concetti e teorie già analizzate ma fino a quel periodo necessariamente abbandonate o sottovalutate in quanto troppo complesse per le limitate capacità di calcolo ancora in gran parte affidate al pensiero dell’uomo.
Mandelbrot ha avuto il pregio di formalizzare visivamente una geometria altrimenti invisibile.
Se partiamo dal presupposto che il computer sia il mezzo che ci permette di gestire o capire o semplicemente tentare di giocare con il caos; anche in architettura, questo mezzo diventa discriminante.
Se parliamo di caos e sistemi complessi, purtroppo gli architetti “decostruzionisti”, non sono un esempio positivissimo, restano sempre architetti analogici in un’era digitale, utilizzano il computer come solo strumento di rappresentazione, questo non fa di loro architetti digitali.
Le ragioni sono fondamentalmente di ordine anagrafico e culturale, nessuno dei citati ha mai realmente affrontato l’uso dello strumento informatico come strumento evolutivo o generatore della propria architettura.
”Il suo metodo di lavoro non è stato cambiato dall’introduzione del computer, ma questo ha reso più agevole ai suoi collaboratori disegnare molte delle sue forme più stravaganti.”2
Più spesso si sono visti costretti a usare il C. per poter decodificare e gestire le proprie idee architettoniche.
Solo negli ultimi anni Eisenman ed Hadid, hanno iniziato a lavorare in modo intenso cercando di studiare le reali possibilità dell’ interazione computer-percorso progettuale.
Forse quando si parla di complessità bisognerebbe finalmente puntare a quanti in modi diversi ma altrettanto interessanti, stanno usando il computer in forma di strumento di ricerca.
MVRDV, Greg Lynn, Un Studio, Hani Rashid; sono alcuni di questi protagonisti impegnati in campi apparentemente diversi ma accomunati dall’esigenza di affiancare ed integrare il computer al proprio percorso progettuale.
Pensiamo con nuove prospettive. Fino ad oggi la geometria Euclidea ha influenzato in modo totale le regole compositive del nostro mondo e la conseguente rappresentazione; non sia mai che il computer facendoci accedere a prospettive altre, naturalmente cambierà anche le nostre architetture, come gli strumenti di rappresentaione prima di questo hanno sempre fatto.

Propongo:
“Flatlandia” Edwin A. Abbott http://www.matematicamente.it/libri/flatlandia.html
Saluti Giovanni

1”L’estetica del Caos” John Briggs.
2”Frank O. Gehry: Architettura e Sviluppo” a cura di Mildred Friedman

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Commento 1334 del 31/07/2006
relativo all'articolo Universo Soleri
di Antonino Saggio


Ad Andrea:
Paolo ha l`usanza di dire che gli altri “parlano parlano parlano” ed in effetti come dargli torto.
Parlano di cose che non conoscono, di situazioni mai vissute e commentano con il solito modo Italiano piú per piacersi, forse con invidia e siciuramente con superficialitá.
Ad Arconsanti qualcuno ci ha vissuto, io per esempio e devo dire che le varie osservazioni poco provocatorie se non inutili che leggo nei vari commenti, vengono affrontate settimanalmente nella “School of Thought”, occasione di riflessione e confrontro tra il cervello di Arcosanti e coloro che vi abitano e lavorano.
Paolo a differenza dei Guru dell`architettura si confronta parla risponde si mette in gioco, scrive di Filosofia e Religione, vede l`architettura come un mezzo e sicuramente non come un fine ne per la gloria ne per la ricchezza, Paolo é un vero antropologo gentiluomo.

Arcosanti é viva.
Arcosanti é frequentata poco da architetti ma molto da persone in cerca dell`alternativa ad un sistema di vita sbagliato, dispendioso, assurdo e catastrofico.
Ad arcosanti nascono bambini, le persone vivono in un sistema comunitario condiviso.
Tecnicamente Arcosanti é molto piu’ semplice di quanto non sembri, di ferro non ne hanno usato moto e le struttuure lavorano per compressione e non trazione quindi il ferro.......potrebbe non esserci.
Basti pensare che alcune delle volte che dopo 40 anni ancora si possono vedere a Cosanti sono state rinforzate con le reti da pollaio, alla faccia dei corsi di Tecnica delle costruzioni che imperversano nelle nostre facoltá.
Mi sembra poi che il paragone con le new town non sussista, e non sia nemmeno molto attinente:Comunitá contro Isolamento.
Vorrei poi precisare in merito al fantomatico fallimento di Arcosanti che nel corso degli anni non sono certo mancate le proposte da parte di immobiliaristi, pronti a sfruttare la notoriretá del luogo, ma come sempre la risposta e’stata no.
Paolo non é mai sceso a compormessi nella sua vita, prima in Italia poi negli stati uniti, non ha venduto il suo archivio per milioni di dollari non ha accettato donazioni da istituzioni che lo avrebbero incatenato.
Paolo é semplicemente un uomo che ha una filosofia di vita trasparente e vuole continuare cosí.
Capisco che il mal costume italiano impone di pronarsi al fine di costruire anche se la qualitá non é nemmeno minima, ma alcune persone non sono cosí, semplice.
Insomma per concludere mi sembra che Arcosanti e Paolo Soleri al mondo avremo bisogno ancora per molto, ma capisco che sia difficile da capire.

Saluti Giovanni

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Commento 1274 del 04/07/2006
relativo all'articolo Universo Soleri
di Antonino Saggio


Come sempre la riscoperta di persone che hanno detto e continuano ad avere molto da dire, arriva tardiva ormai insperata in particolare per quelli che negli anni hanno contribuito al sogno di Paolo.
Era ora, di prendere atto della grande qualitá teorica delle ricerche di Soleri, non solo architettoniche ma in particolare sulla definizione delle prioritá, il frugale diventa oggettivamente soddisfacente ed il superfluo viene ridimensionato.
La forzata lotta contro lo stile di vita dispendioso e consumistico trova risposta nella comunitá nella consapevole condivisione delle comuni esperienze in un luogo che ha la capacitá di riconcigliare chiunque con se stesso e con gli altri.
Mi auguro che anche negli ambienti accademici ci si accorga di Arcosanti e Cosanti di quelle migliaia di persone che vi hanno lavorato negli corso degli anni, spesi ad erigere non monumenti ma luoghi per vivere.
Molto prima delle avanguardie olandesi, negli scritti di Paolo si trovano parole come complessitá, sistemi nautrali e celluari ;che solo alcuni decenni piú tardi sono diventati comuni nel gergo architettonico.
Leggere Soleri vuol dire prendere atto di come le teorie che ci hanno invaso negli anni piú recenti, fossero giá state scritte, gli embrioni sono nelle pagine e nei disegni che hanno e continuano ad accompagnare la vita di Paolo e delle persone che in lui credono e con lui hanno costruito architetture per le persone.
Spero vivamente che questo libro renda giusto valore a Soleri ed al mondo che orbita intorno a Lui.

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