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Ci sono 8 commenti relativi a questo articolo

Commento 224 di Carlo Sarno del 13/11/2002


Bravi!...bravi!...bravissimi! ... Non c'è futuro senza passato!
"..."Diritto d'Autori - il diritto a un ricordo... il dovere di un omaggio" è una mostra che è stata organizzata dal gruppo studentesco Architerna, realizzata dal gruppo Ghigos e finanziata dal Politecnico di Milano con il benestare della Presidenza della Facoltà di Architettura.
L'avvenimento è stato pensato con la finalità di raccontare "istantanee di vita" di nove architetti che hanno svolto attività didattica all'interno della Facoltà di Architettura, a cavallo degli anni '60 e '70.
Franco Albini, Piero Bottoni, Carlo De Carli, Gio Ponti, Ernesto Nathan Rogers, Aldo Rossi, Giacomo Scarpini, Vittoriano Viganò, Marco Zanuso...".
Si, è un gruppo di persone che hanno dato tanto allo sviluppo dell'architettura italiana, sia culturalmente che professionalmente.
Ma qui, commosso, vorrei ricordare un altro gruppo di persone, unite dal filo conduttore dell'architettura organica:
In Italia l'architettura organica ha avuto come esponenti storici: Giovanni Michelucci (1891-1991, maestro dell'architettura organica e sociale italiana), Luigi Piccinato (1899-1983, maestro dell'urbanistica organica italiana), Bruno Zevi (1918-2000, critico e promotore di fama internazionale dell'architettura organica e sociale italiana), Carlo Scarpa (1906-1978), Giulio De Luca (1912), Marcello D'Olivo (1921-1991), Leonardo Ricci (1918-1994), Luigi Pellegrin (1925-2001).
Ricordiamo e non dimentichiamo... ricordiamo per essere onorati di essere architetti italiani... ricordiamo per comprendere le radici del nostro vero amore per l'architettura !!!
Carlo Sarno

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Commento 916 di Ubaldo Peroni del 21/06/2005


Più che un commento la mia è una ricerca di informazioni sull'Arch. Giacomo Scarpini. Desideravo sapere se è possibile vedere, anche in foto, qualche opera dell'Arch. Giacomo Scarpini. Oppure se potete segnalarmi una pubblicazione o qualcosa circa i suoi lavori.
Grazie molte.
U. Peroni - Milano.

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Commento 919 di Andrea Pacciani del 22/06/2005


Della mia esperienza al Politecnico ricordo pochi docenti degni di omaggio pubblico in quanto tali; Bernasconi-Geometria descrittiva (oggi si insegna un decimo di quello che faceva nel suo corso ed è causa dell'ignoranza degli architetti) Patetta-Storia dell'architettura (le sue lezioni su Brunelleschi e Michelangelo finivano spesso con un'applauso spontaneo per la passione che sapeva trasmettere agli studenti pigiati in aule stracolme, ) De Miranda -Tecnica delle costruzioni (ti insegnava a calcolare fin quanto un ingegnere strutturista: non l'ho mai fatto nella professione ma gliene sarò sempre grato. Oggi incontro colleghi che non sanno dicsernere tra una struttura a telaio e una a muratura portante, nè dimensionare una putrella).
Questi tre sono docenti i cui progetti architettonici non conosco e credo nemmeno mai entrati nell'elite delle riviste, ma sapevano insegnare e trasmettere parti importanti della nostra disciplina. Non credo sarà mai dedicato alcunchè in ricordo o omaggio del loro insegnamento.
Stenderei piuttosto un velo pietoso sugli edifici di Viganò e Ponti sede della facoltà di architettura del Politecnico di Milano e sulla trasmissione della composizione architettonica (su questo spero i tempi siano cambiati).

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Commento 918 di andrea Pacciani del 22/06/2005


per Vilma Torselli:
ho frequentato il politecnico di Milano negli anni 84/90 e di Scarpini ho un ricordo indelebile per un convegno annunciato il cui titolo recitava più o meno così nelle locandine sparse nell'ateneo: "Architettura fatta con i piedi, progetti di Calza, Li Calzi, Scarpa e Scarpini. Interveranno gli autori". Ricordo che il giorno del convegno l'aula era piena ma degli architetti annunciati (i tre in vita erano docenti al Poli) nessuna traccia....... e chi si aspettava ingenuamente una stroncatura di Carlo Scarpa rimase deluso.
Mi auguro che gli studenti di oggi abbiano la stessa fantasia di allora....

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Commento 917 di Vilma Torselli del 22/06/2005


La richiesta di Ubaldo Peroni ha sollecitato la mia curiosità. Ho avuto la fortuna di laurearmi alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano nei mitici anni in cui i docenti si chiamavano Carlo De Carli, allora anche preside della facoltà, Ernesto Nathan Rogers, Franco Albini, Franca Helg, Vittoriano Viganò, Ludovico Barbiano di Belgioioso ecc. eppure non riesco a ricordarmi affatto di un architetto-docente Giacomo Scarpini, nè mi aiuta il fatto che, nell'unico ritratto che ho reperito in rete, egli si copra intenzionalmente il volto .
Una rapida ricerca su internet mi dice che potrebbe invece ricordarsene tale Piero Milesi, collaboratore di Fabrizio De André (sic!), architetto evidentemente non militante, ma presumibilmente informato.
Confesso che mi interesserebbe conoscere la soluzione di questo interessante "Chi l'ha visto?"

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Commento 920 di Beniamino Rocca del 23/06/2005


Bello la spunto che dà Uboldo Peroni : chi è questo Giacomo Scarpini, maestro e colonna portante del sapere di tanti giovani architetti?
Io, da "geometrarchitetto" ho frequentato il politecnico dal '69 al'76, durante il "Turno serale" e l'ho conosciuto personalmente. Seguivo l'unico gruppo di docenti che in quegli anni voleva fare qualcosa veramente di "sinistra" . Insegnare cioè" architettura ed urbanistica" nelle uniche ore disponibili - dalle 18.00 alle 21,00- anche a quei rozzi lavoratori-studenti-geometri che incominciavano a popolare la facoltà perchè almeno, da architetti, potessero contare un pò di più in questa brutta società capitalisica. Il gruppo mitico, questo sì, era quello di Bottoni, Canella, D'Angiolini, Meneghetti. Nel'71 il ministro Misasi avrebbe sospeso i primi due insieme a Albini, Helg, De Carli, Portoghesi, Viganò (un grande, caro Pacciani), ma Meneghetti e D'Angiolini (soprattutto quest'ultimo) continuarono a organizzare un minimo di ricerca, anche il sabato e la domenica quando era necessario e gli studenti più impegnati lo chiedevano.Tentavano di guadagnarsi lo stipendio aiutando proprio i lavoratori-studenti a crescere, culturalmente e anche politicamente, perchè no?.
Bene, Giacomo Scarpini docente di Scenografia, e tra i più solleciti a garntire a tutti il 27 politico, era allora in quel gruppo di professori che tenacemente si oppeneva al gruppo di Bottoni ed al suo tentativo di organizzare una didattica di massa : la "Didattica a domanda", organizzata cioè dagli studenti stessi su temi e luoghi specifici di loro interesse. Giacomo Scarpini faceva parte del CDA -comitato d'agitazione permanente- con docenti che come leader avevano, lo ricordo bene: Piperno, Magnaghi, i due Perelli, E. Battisti e Cesare Stevan (che, come sappiamo, come tanti altri del suo gruppo sarebbe saltato alla fine degli anni ottanta dall'estrema sinistra a quel rampante craxismo che lo avrebbe portato ad essere preside di facoltà e il glorioso PSI a sparire dalla politica, ma qui il buon Cesare non c'entra).
Scarpini, come tutti i suoi amici professori di quel tempo, non insegnava nè scenografia , che forse sapeva, nè architettura, nè urbanistica, nè scienza delle costruzioni. Anche per lui lo slogan era" Distruggere la facoltà per rfondarla, siamo tutti studenti-massa". Occupare ed autogestire l'Innocenti , partecipare alle manifestazioni nei cortei degli extra-parlamentari., questo bastava per diventare architetto, tanto, tutti i professori che ho citato, come lo stesso Scarpini avevano già stipendio, pensione garantita e casa al mare.
Dopo Bernardo Secchi preside, eletto con i voti determinanti del CDA, ecco il preside Stevan dagli anni ottanta. Non so cme sia stata rifondata la facoltà (o forse, lo so fin troppo bene) e cosa insegnasse Scarpini negli anni ottanta, ma metterlo vicino a Bottoni (e agli altri) è ,a mio modo di vedere, una disonestà culturale che, ahimè , la dice lunga sul libro fatto da questi bravi studenti che certo avranno un avvenerie certo da aspiranti accademici, meno , credo, come architetti che sappiano costruire architetture. Scenografie ne sapranno certo fare, e di bellissime anche.

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Commento 923 di Mariopaolo Fadda del 07/07/2005


La testimonianza di Beniamino Rocca a margine dell’iniziativa degli studenti del Politecnico di Milano è esemplare nel descrivere la via italiana all’abbruttimento architettonico. Il clima che si respirava alla facoltà di architettura di Milano, tra la fine degli anni 60 e gli inizi dei 70, era lo stesso che si respirava in qualsiasi altra facoltà di architettura italiana. Nella furia di sbarazzarsi degli accademici post-fascisti, una classe rampante di professionisti della “rivoluzione globale” metteva alla gogna, con un’operazione culturalmente criminale, anche le menti migliori della nostra cultura architettonica. Iniziava così quella dittatura marxista che avrebbe trasformato la scuola d’élite in laureificio di massa e l’architettura italiana in vuoto contenitore di repellenti teorie socio-economiche.

Un articolo, After Theory, pubblicato sul numero di giugno di Architectural Record (pp. 72-5), sebbene riferito alla situazione americana, si attaglia perfettamente anche alla situazione italiana. L’autore, Michael Speaks, ex-docente dello SCI-Arc, attacca senza timori reverenziali la cosiddetta “architettura critica”, ma sarebbe meglio dire i paladini delle iper-teorie di derivazione marxista e le scuole d’architettura d’élite americane che le propagandano. Il critico americano non ha peli sulla lingua quando accusa le cosiddette scuole d’élite di aver “... inibito lo sviluppo di forme alternative di pensiero.”
Egli, unitamente a Stan Allen di Field Operations, a Sylvia Lavin e Robert Somol docenti alla UCLA e Sarah Whiting docente alla Graduate School of Design di Harvard costituisce un gruppo che George Baird chiama “post-critics” (sebbene Speaks rifiuti tale etichetta). Un gruppo che ha in comune, pur con differenti sfumature, l’avversione alla teoria architettonica tout-court. Lavin e Allen la ritengono ormai un retaggio storico assolutamente irrilevante nel contesto contemporaneo. Speaks è più puntuale e drastico “… la teoria non è solo irrilevante ma era e continua ad essere un impedimento allo sviluppo di una cultura innovativa in campo architettonico.”
Mentre nell’attaccare le scuole di architettura si mantiene sul generico, anche se non è difficile individuare i soggetti dei suoi strali (la Graduate School of Design di Harvard e la Columbia University di New York su tutte), per quanto riguarda i profeti della Teoria fa due nomi e cognomi: Peter Eisenman e Michael Hayes. Il primo penso non abbia bisogno di presentazioni, mentre il secondo è professore di Teoria Architettonica alla Graduate School di Harvard ed è uno studioso di scuola marxista, quella, in particolare, che si riconosce negli scritti e nel pensiero di Manfredo Tafuri. Il padre di tutte le teorie marxiste sull’architettura.
L’approccio marxista, che, negli Stati Uniti, si è espresso principalmente attraverso le riviste Oppositions e Assemblage fondate e dirette rispettivamente da Eisenman e da Hayes, si fondava sul principio che l’architettura dovesse essere una forma di lotta al capitalismo e al corrotto libero mercato. L’unica via per una nuova architettura era dunque quella rivoluzionaria di un nuovo mitico ordine sociale che avrebbe portato il paradiso sulla terra. Una raccapricciante utopia che si è invece spappolata insieme al muro di Berlino, “...queste teorie d’avanguardia decisamente negative sono state rese irrilevanti dalla rapida modernizzazione e dal generale livellamento del mondo che ha iniziato a prendere forma nel passato decennio.” Questo discorso vale anche per l’Italia, con una sostanziale differenza. La differrenza sta nel fatto che la scuola marxista, in Italia, non è per niente irrilevante ma ancora egemone, nei media, nelle università, nelle corporazioni professionali, nelle istituzioni culturali. Stordita, incerottata, coperta di lividi, ma ancora gramscianamente egemone.

La critica di Speaks non si limita a liquidare il retaggio marxista, operazione di per sè non proibitiva, ma si spinge sino a mettere in discussione il principio illuminista dell’autonomia del pensiero rispetto al fare pratico o, meglio, il principio che la teoria possa guidare la pratica architettonica. “L’azione dipende così dalla scoperta o dalla declamazione di un sistema di verità o principi guida, anche se, come nel caso della teoria, la verità è che non c’è nessuna verità.”
Riviste come Oppositions e Assemblage si sono fatte carico di fornire all’“…avanguardia architettonica un programma intellettuale politicamente di sinistra che la abilitasse a resistere, a criticare e a proporre utopiche alternative al capitalismo e al libero mercato. Questa fantasia ha finalmente perso la sua attrazione e le sue connessioni con il mondo reale. La comunità architettonica è rimasta a fronteggiare il futuro senza la guida di una saccente teoria d’avanguardia che ha dominato le scuole fin dagli anni ’70.”
In questo contesto, l’Italia fornisce una testimonianza di prim’ordine. Dalle farneticazioni di

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Commento 925 di Paolo Giordano del 09/07/2005


Gent.mo Mariopaolo Fadda,
"le opinioni sono come i coglioni: ognuno ha i suoi" sosteneva un certo Gaber, personaggio assai poco raccomandabile in odore di vetero marxismo venato di anarchismo, la specie peggiore.
Dunque lei ha espresso la sua, nonostante tutto, rispettabile opinione. Lo ha fatto con degnissime e dotte argomentazioni. Eppure traspare dalle sue parole un astio mal represso che vanifica, nella sua coerenza, le tesi addotte.
Mi perdoni, ma la sua accusa di 'marxismo organicista' quale "spettro che si aggira" per le università italiane (e che, come conquistador, ha fatto "piazza pulita") avrà pur qualche fondamento, ma appare come le parole dell'omino che sostiene che la cultura italiana sia in mano alla sinistra, come se la cultura fosse un'azienda controllabile a maggioranza d'azionato.
Il problema che lei solleva, per quanto riguarda l'Italia, mi sembra irrilevante dal punto di vista ideologico. Semmai dobbiamo lamentarci che ad una ormai conclamata caduta delle ideologie non vi sia successo alcunché. O meglio, si è lasciato campo libero ad una non-ideologia, cioé il mercato.
Sono d'accordo con Speaks, e quindi con lei, che una teoria che voglia essere onnicomprensiva (vogliamo dire olistica?) nel suo interesse del reale, non può che essere d'ostacolo allo sviluppo di una cultura innovativa, la quale ha invece necessità di quegli 'uncertain spaces' dai quali trae la sua linfa. Eppure se il pensiero architettonico non è innervato da una pur minima impalcatura teorica, dove andiamo a ricercare la coerenza interna del progetto? Oppure dobbiamo rassegnarci al fatto architettonico come gesto estemporaneo (magari spontaneo)? Oppure, come accade adesso, legato più al glamour dell'evento che alla sostanza?
Quanto al metodo scientifico (galileiano, prova e riprova) del pensar-facendo non mi convince troppo come metodo esclusivo di progettazione. Troppe le problematiche che il fare architettura comporta da poter essere risolte in un tecnicismo che, come già accade, è fine a se stesso. Sarei comunque felice di poterlo sperimentare, se soltanto si presentassero un poco più di occasioni. Come lei ben sa l’Italia non è ancora l’America, almeno non per tutti.
Sostenere l’egemonia della scuola marxista sulla cultura italiana, e sull’Italia tutta, mi pare, francamente, un poco allarmistico. Essa è talmente sfumata nella sua caratterizzazione ideologica (con sollievo delle nostre nonne che di fronte allo spettro bolscevico raccomandavano sempre di tenere d’occhio i bambini, non si sa mai) da non essere riconoscibile. Prova ne sia che talvolta, all’interno della stessa sinistra italiana, si sviluppano posizioni antitetiche quando non di contrasto.
Anche di fronte all’affossamento che ella fa dell’intellighenzia architettonica italiana, il problema grave non è che sia marxista - sui generis, più radical-chic e bon vivant che altro – ma che sia, da trenta-quarant’anni a questa parte, sempre la stessa, composta dagli stessi soggetti che hanno accesso a media e riviste. Dunque un problema di ricambio generazionale, più che ideologico.
Sulle idee confuse degli studenti, per quanto mi consta, non ci giurerei troppo. Semmai il problema delle università italiane, pervase da un’ondata di disimpegno generalizzato e politically correct, è che non stimolano a farsene, di idee.


Cordialità

Paolo Giordano


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