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Commento 259 di Andrea Pacciani del 14/01/2003


Gentile Sandro Lazier,
Innanzi tutto la ringrazio per la pubblicazione del mio intervento sul vostro sito; apprezzo lo sforzo filosofico introduttivo alla lettura dei miei "appunti". Non so se sono stati ritenuti da lei "espressioni di originale intelligenza che fino ad ora non ho trovato nelle tesi dei tradizionalisti che ho incontrato" ma tant'è, hanno evidentemente prodotto sue riflessioni apprezzabili che in parte condivido pienamente.
Sottoscrivo in pieno quando arriva alla conclusione sul senso della tradizione: Passato e Presente stanno continuamente in tensione purché ognuno è elemento di uno stesso disegno; il passato non è un evento concluso che si deve congelare o superare, ma entra nel presente di cui è parte.
Mi spiace che Le Corbusier e Mies non la pensassero allo stesso modo e purtroppo non si insegnano questi concetti nelle università.
Tutta la storia dell'architettura è invece stata fatta tenendo presente questo concetto di tradizione; la responsabilità di chi interveniva sul territorio era nella consapevolezza che non avrebbe visto le proprie opere terminate, nella consapevolezza che doveva completare quelle ereditate dal passato ancora incompiute, nella consapevolezza che quelle opere sarebbero state abitate da generazioni anche lontane nel tempo che avrebbero avuto a sua volta la possibilità di modificarle per adattarle alle sopraggiunte necessità.
Tutt'oggi questa responsabilità è di fatto immutata anche se ci vogliono pochi anni a terminare un edificio: infatti sappiamo che oggi come allora le architetture nascono, si ampliano, si adattano e si modificano nel tempo alle necessità delle generazioni per restare vive, utili e meglio abitabili.
Ma dal dopoguerra in poi si costruisce con il mito della novità, con la speranza e l'illusione che questi edifici rimangano nuovi, integri e sfavillanti il più a lungo possibile, sperando che al primo accenno di degrado sia già arrivata la consacrazione museificatrice a capolavoro dell'architettura contemporanea dell'epoca costruttiva per salvarla dall'improrogabile inservibilità, dovuta alla inadattabilità alle successive generazioni.
I quattro quinti del patrimonio edilizio italiano è stato costruito nell'ultimo mezzo secolo di storia - riporto dati di Paolo Marconi in suo recente intervento in un libro di Zanardi - (e poi si lamentano che l'architettura moderna non ha avuto ancora le occasioni per manifestarsi nella sua potenzialità), un quinto è quello storico tramandato nei secoli fino a noi, costruito e ricostruito su sé stesso, ampliato e adattato nel tempo secondo quei "pregiudizi nobili che hanno superato la prova della storia".
E' pleonastico chiedersi quale tra queste quantità edilizie sopravvivrà ai secoli futuri e verrà mantenuto nuovamente ed adattato alle nuove esigenze di vita e quale è condannata alla sostituzione edilizia per "sopraggiunta invivibilità".
Non è soltanto una questione di tecnologie costruttive (quelle tradizionali sono manutenibili e rinnovabili nel tempo, il cemento armato credo abbia una vita limitata a poco più del secolo di vita) ma di invarianti: quelle del vivere quotidiano della gente, delle relazioni, dei rapporti tra persone luoghi e spazi che sopravvivono nei valori tradizionali e di cui non possiamo fare a meno.
Le vere tradizioni non sono immutate ed immutabili nel tempo, anzi sono aggiornate e necessarie come sempre.
Un esempio per sdrammatizzare: a casa mia per il pranzo di Natale si preparano i cappelletti in brodo secondo un'antica ricetta tramandata di madre in figlia. Sono certo che quelli di quest'anno, buonissimi, non sono di sapore uguali a quelli della mia bisnonna perché gli ingredienti e gli utensili non possono essere gli stessi di quelli di una volta e non è escluso che qualche passaggio generazionale abbia arbitrariamente cambiato le dosi degli ingredienti (circa 15); così come i cappelletti che si mangiano a qualche decina di chilometri dal mio paese sono leggermente differenti perché è usanza aggiungerci il prosciutto crudo. Ma tant'è i nostri cappelletti del 2002 non sono un falso storico di quelli di cent'anni fa che forse oggi troveremmo indigesti, sono buonissimi per il nostro gusto, si mangiano volentieri d'inverno, e credo che si continueranno a fare ancora per lungo tempo probabilmente adattandosi alle generazioni future senza essere stravolti nella loro essenza.
Per secoli si è fatto così anche in architettura sulla ricetta della antichità classica: oggi riconosciamo perfettamente un intervento rinascimentale, da uno manierista, da uno barocco, da uno neoclassico, anche sullo stesso edificio, poiché anche la tradizione nel suo divenire è segno del proprio tempo; fare oggi case tradizionali non vuol dire ingannare nessuno, significa semplicemente perpetuare quelle ricette o "principi nobili che hanno superato la prova della storia" perché di queste è certa la positività del risultato ed intatte sono le potenzialità compositive.
Pertanto una casa tradizionale di oggi che riprenda anche pedissequamente quei segni del passato sarà sempre riconoscibile nel tempo per la sua data di progettazione ed esecuzione, per tipologia e per i materiali impiegati e, perché no, per tutte le comodità presenti del XXI secolo; non credo ci sia nulla di male nel costruire case con i migliori confort della cultura dell’abitare tradizionale e il meglio della tecnologia disponibile.
Il problema è un altro: fare architettura tradizionale ben fatta oggi è molto difficile perchè un salto generazionale ha interrotto la comunicazione nell'insegnamento, nei progettazione e nella costruzione sulle maniere tradizionali, ma non per questo bisogna metterla al bando. Tentativi goffi, kitsch e contaminazioni improbabili con il moderno, con risultati assai scadenti, sono l'inevitabile prezzo da pagare, ma credo sia latente e legittimo il desiderio della gente di vivere anche in case tradizionali se le preferiscono e le trovano più consone alla propria personalità.
L'ineluttabilità delle brutture moderniste è stata sempre accettata dalla gente con la scusa presunta di efficientismi operativi delle nuove tecnologie costruttive, o con la scusa di una presunta manifestazione di un nuovo gusto nella popolazione mondiale a cui adattarsi, o con la scusa del prezzo da pagare per il progresso, la prosperità economica e il diritto sociale all'abitazione. Tutti questi falsi alibi in verità mai sbandierati apertamente dagli architetti, ma di fatto cavalcati sulla buona fede della gente, cominciano a sgretolarsi e lo iato tra i progettisti e gli utenti finali evidenzia sempre più l’incomunicabilità dell’architettura contemporanea.
Credo che aldilà dei musei d’arte contemporanea e qualche teatro, non ci siano architetture moderne che la gente non addetta ai lavori vada a visitare per turismo. Quando si visita una città si chiudono gli occhi indifferenti alle periferie e si riaprono quando nella città storico-tradizionale si cerca di leggere i modi di vita, la cultura, e tutte le peculiarità del posto che stiamo visitando e che possiamo riconoscere dalle tradizioni delle persone che lì vivono.
Io credo sia legittima e condivisa dalla gente la volontà che anche i necessari ampliamenti alle città realizzati oggi possano un giorno divenire anch’essi “centro storico”, inteso come identità materiale urbana in cui ogni cittadino possa riconoscersi e riconoscere la propria città nel suo passato come nel suo presente, un’insieme urbano in grado di adattarsi nel tempo alle esigenze abitative ma rispettoso dei modi di vita locali e costanti. Credo sia un’aspettativa anche compatibile con le ambizioni professionali moderniste.
Per questo ritengo soltanto più facile e più sicura nell’ottenimento del risultato, dopo gli errori del recente passato, la strada tradizionalista; lasciamo alle poche e geniali e star pionieristiche dell’architettura sperimentale la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo che col tempo contaminerà inevitabilmente e positivamente anche la architettura tradizionale. Chi non si sente di tal genio abbia il coraggio di ammetterlo, guardi ai migliori risultati degli architetti del passato e cominci a copiare chi ha fatto in precedenza meglio di lui, magari guardando all’interno della propria realtà locale dove sicuramente giacciono impolverati pregiudizi nobili che hanno superato la prova della storia, rinunciando per il bene collettivo all’imposizione della propria presenza professionale: “siate regionali e sarete universali” diceva Federico Fellini in tutt’altro contesto ma a grande ragione.
La storia dell’architettura è fatta di pochissimi leader e di tantissimi epigoni che sono poi quelli che hanno costruito quel quinto di patrimonio edilizio tradizionale oggi esistente; se permane negli architetti odierni l’orgoglio e la legittima ambizione che le loro architetture possano sopravvivere nei secoli la ricerca nella tradizione è l’unica che può garantire risultati nel tempo.

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14/1/2003 - Sandro Lazier risponde a Andrea Pacciani

Rispondo brevemente:
1. Dire che “ il passato non è evento concluso che si deve congelare e superare” non è intenzionale rispetto alla storia, bensì una condizione. Questo è il senso del pensiero gadameriano. Quindi, tutto il novecento, comprese le avanguardie “moderniste”, sono di fatto sensate e giustificate solo se lette storicamente, malgrado l’intenzione di queste di superare proprio il vincolo della storia. Se si crede nella tradizione si è costretti a reggere la propria fede sulla storia tutta intera, per cui non è lecito scomporla in parti a proprio piacimento, scartando quelle che non ci piacciono.
I “pregiudizi nobili che hanno superato la prova della storia” sono una ulteriore condizione che ci costringe al giudizio. Ma il giudizio è conseguenza di un’intenzione (becera o nobile che sia) che comunque non può deviare da un preciso momento storico.
Le persone, in generale, non conoscono la storia e non distinguono il neoclassico dal barocco.
Questo avviene perché non sanno leggere le intenzioni che hanno prodotto questa “forma” piuttosto che quell’altra, ma soprattutto non si chiedono, ad esempio, perché la libertà formale del barocco nasce nel momento peggiore della controriforma cattolica. Il tradizionalismo tende a fare di ogni erba un fascio, dimenticando le intenzioni e il lungo cammino di libertà formale e sostanziale che giunge fino ai nostri giorni. Se oggi la maggioranza della nostra popolazione si può infiacchire sulla parodia della nobiltà davanti ad un televisore al plasma, lo dobbiamo ai principi e alle battaglie di coloro che volevano cambiare la tradizione di un potere di pochi privilegiati sulle spalle di una moltitudine ignorante e priva di libertà. Ai bei tempi del declamato passato il novanta per cento della popolazione italiana era composta da contadini e muratori che sopravvivevano in miseria, se erano fortunati, fino a quasi quarantacinque anni. Anche allora, i benestanti che sapevano scrivere e che hanno scritto la storia, teorizzavano la tradizione classica e il conservatorismo. Tranne qualche “modernista” che disdegnava i privilegi e, paradossalmente, finiva condannato dall’opinione degli offesi. La tradizione rassicurava i deboli e garantiva i forti, negando i principi dell’emancipazione.
Quei principi, che hanno la forma e la sostanza della modernità (e non altra), paiono dimenticati come le loro intenzioni.
2. Il novanta per cento delle costruzioni del dopoguerra non è assolutamente moderno. Sono parallelepipedi, con stanze e stanzette, rivestiti in un modo anziché in un altro. Non c’è assolutamente nulla in esse della scomposizione spaziale di Le Corbusier o di Mies, sono solo scatole murarie con finestre ordinate e piani sovrapposti come nella migliore tradizione costruttiva. Il fatto che siano rivestite di metallo anziché di mattoncini non è discriminante. Non è accettabile una riduzione così banale del linguaggio moderno.
3. Da un punto di vista squisitamente filosofico la definizione “centro storico” è solo un paradosso linguistico. Si può circoscrivere la storia definendone una centralità? Il resto, a chi appartiene?

 

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