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Ci sono 7 commenti relativi a questo articolo

Commento 292 di fausto d'organ del 03/01/2003


L'architettura va al dolore: l'avanguardia di Libeskind.
Libeskind sa costruire sul dolore, sa costruire dal colore, sa costruire per il dolore. Ha affrontato (insieme a molti altri progettisti vaccinati) una dura prova portatrice di emozioni contrastanti (rabbia, pudore, violenza, tristezza, speranza, sconforto...); una prova in cui carnalità e spirito, simbolismo e materia, stanno avviluppandosi senza tregua e continueranno a farlo finchè l'uomo avrà memoria. Era richiesta la delicatezza di pensieri e la durezza d'atti, l'eleganza e la non ambiguità, l'affioramento della forza interiore e la sedimentazione amorevole su ciò che non si può più celare. Nascerà una "tomba" che ha la medesima scala evanescente delle debolezze umane, nascerà una "casa" che ha la medesima scala delle conquiste futuribili di una società rinascente, nascerà un "nuovo cuore" che catalizzerà brividi di paura e di potenza in ognuno di noi. Dopo migliaia di anni ecco, forse, una nuova piramide.

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Commento 293 di enricogbotta del 01/03/2003


"Libeskind costruirà il nuovo World Trade Center : il suo progetto ha prevalso su quello del Gruppo Think. "
Libeskind non costruira' il nuovo WTC. Costruira' molte altre cose grazie alla pubblicita' che si e' fatto con questo concorso... quindi mettiamoci il cuore in pace tutti, sia chi pensa che la sua proposta sia un meraviglioso capolavoro e sia chi invece e' convinto che si tratti di una boiata.
L'affermazione di Fuksas sara' anche pretestuosa ma e' vera. Sottolinea una caratteristica comune a tutte le proposte (tranne la seconda classificata, che di fatti NON ha vinto), e cioe' il conformismo mascherato da trasgressione.
"Un qualsiasi proprietario di un terreno agricolo non rinuncerà mai al massimo della cubatura possibile per costruire; e non lo farà mai neanche il proprietario di un terreno edificabile (figuriamoci se ci rinuncia chi è proprietario di sei ettari e più nella down town di New York)."
Beh forse non ti ricordi che il buon vecchio Mies (il cui tipo "High Rise" ha avuto tanto successo in USA proprio per l'ottimizzazione dello sfruttamento di square footage consentito) ha buttato al vento centinaia e centinaia di piedi quadri di superficie commerciale su Park Avenue... Mies ha avuto il fegato di farlo, Libeskind e compagnia cantante questo coraggio non ce l'hanno avuto.
Riguardo invece ai "significati" credo di non poter che essere daccordo con Fuksas. Certi "simbolismi" da kabalah di bassa lega sono puerili, non aggiungono nulla al progetto e tolgono molto a chi con la faccia seria li sciorina come fossero cose significative. Ovvio che agli americani queste buffonate piacciono, ma parlare di "significati" quando in realta' si tratta di un mero fatto numerico (1776 scalini o quello che' etc) o semplicistiche combinazioni e' grottesco.
Libeskind e' sempre piu' una delusione, altro che "Libeskind è un architetto che ci aiuta a misurarci con le irragionevolezze del mondo e della storia. L'architettura, arte costruttiva, solida, razionale e certa per definizione, ha incontrato raramente nella sua storia questa deriva tormentata, difficile e crudele". Di Libeskind e del suo tormento faccio volentieri a meno.

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Commento 294 di Beniamino Rocca del 01/03/2003


Libeskind ha vinto , evviva .
Fuksas non è d'accordo . Pazienza . Sa bene anche lui , per averne vinti tanti di concorsi internazionali ad inviti e no , che non sempre vince il progetto migliore ma sempre quello che meglio rappresenta gli interessi dei promotori del bando di concorso .
Questa volta però a New York ha vinto il migliore .
Libeskind , a mio modo di vedere , ha saputo "progettare per vuoti" , pur realizzando milioni di metri cubi , migliorando lo skyline di New York . Questo il colpo di genio .
L'architettura proposta dal Gruppo Think è una di quelle architetture divisibili per due , dunque , una mezza architettura .
Beniamino Rocca

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Commento 295 di Carlo Sarno del 02/03/2003


Veramente mi aspettavo qualcosa di diverso, una architettura alternativa alla logica dei grattacieli ormai secolarizzata. Invece, anche se con simbolizzazioni si ripete la stessa matrice. Dice Paolo : " ...Quando le Twin Towers vennero commissionate a Minoru Yamasaki è certo che i proprietari dell’area gliene abbiano chiesto il massimo sfruttamento, da cui ricavare il massimo profitto...". Si Paolo ma non è solo questo. Erano anche il simbolo della forza economica americana, un modo rigido e antidemocratico di marcare la propria supremazia. Il ritorno di una simmetria schizoide che ben rappresentava l'uomo eterodiretto di Marcuse.
Ma allora quale alternativa? C'è chi ha parlato di riprendere un vecchio progetto di Gaudì per un grattacielo albergo, che se non altro avrebbe rappresentato la volontà di creare un futuro diverso sulla base delle idee di un genio dell'architettura. Ma ancor più Paolo, io penso a come Frank Lloyd Wright ha risolto il problema di creare una architettura organica a New York, tra grattacieli , il Museo Solomon Guggenheim. Cosa ha fatto Wright ... è partito dal principio organico dell'architettura che genera lo spazio dall'interno all'esterno, dalla vita che dovrà svolgersi in modo vitale e democratico all'involucro esterno. Non cerca rapporti con un ambiente urbano ostile circostante, genera la sua architettura da un principio interno, originale e creativo. Chiunque è stato a New York, ed esce dalla Quinta Strada e si avvicina al Museo di Wright comprende subito che si trova di fronte ad una realtà estranea alla logica della mercificazione, una architettura organica che esalta la creatività e libertà dell'uomo in maniera inconfondibile: è un fiore in un deserto!
Ecco Paolo, mi aspettavo per il Memorial qualcosa di effettivamente nuovo , una fioritura dell'architettura umana nel senso vero del termine, in un ambiente che ha asservito l'uomo alla logica del mercato e dell'arrivismo carrieristico, ... l'inizio di un nuovo mondo, di pace, solidarietà e democrazia. Se anche nel progetto vincitore ci sono queste intenzioni, mi sembra che non riesca a distaccarsi dalla logica precedente, pur avendo qualche sfaccettatura formale in più ed un guglia eccezionale.
Carlo Sarno

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2/3/2003 - PaoloGL Ferrara risponde a Carlo Sarno

Cercare raffronti tra i significati delle due opere (Wright e Libeskind) lo reputo un pò forzato. Sia chiaro: Wright è per me "l'architettura", ma anche il Solomon trattava il tema del profitto (non per niente è sì un edificio a scopo culturale, ma anche commerciale). Il linguaggio ed il messaggio trasmessi sono comunque drammaticamente diversi: il Guggenheim "trasmette" cultura, l'uomo che si specchia nella sua genialità attraverso le opere d'arte. Il WTC "trasmette" tragedia, l'uomo che si specchia nella sua pochezza, nella sua miserabilità.
Caro Carlo, purtroppo credo sia così.

 

Commento 296 di Alessandro Sanavio del 03/03/2003


Stavo leggendo l'interessante articolo di Paolo Ferrara sulla ricostruzione del World Trade Center quando mi imbatto sulle "fondamenta sotterranee" del World Trade Center. Cresciuto a Venezia ero certo che le fondamenta si trovassero solo nella mia citta'. Che delusione trovare anche su AntiThesi la perenne confusione tra fondamenta e fondazioni. A meno che si tratti di vere fondamenta e il fiume Hudson penetri nel cuore del World Trade Center..

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3/3/2003 - PaoloGL Ferrara risponde a Alessandro Sanavio

...sarò confusionario, ma credo che l'osservazione sia un pò pignola...Le "fondamenta" sono "...quella parte di una struttura architettonica che, murata sottoterra, serve da base e da sostegno...".
Più o meno, in tutti i dizionari...sono così definite.
Piuttosto, perchè non fare un commento critico sui contenuti dell'articolo? li aspetto con piacere.

 

Commento 298 di Andrea Pacciani del 04/03/2003


Com’era e Dov’era!
In fondo in fondo, dopo la distruzione delle torri gemelle, mi aspettavo che tra le voci del coro venisse fuori quella della ricostruzione di quanto era prima costruito. Solitamente avviene così quando ad un edificio carico di significato storico o simbolico viene inavvertitamente tolta la propria identità materiale per motivi accidentali.
Quando il significato della materialità architettonica assume un valore ad alto contenuto disciplinare, culturale, o sociale non ci si può esimere dalla riproposizione di quanto c’era prima (spero di non dover qui trattare la falsità del concetto di falso storico invitando alla lettura di Paolo Marconi o più modestamente di quanto sostenuto da me in altri interventi in questo stesso sito). Questo vale per l’architettura classica, vedi recentemente i teatri incendiati, quanto quella moderna: voglio vedere se un terremoto tira giù un edificio di Le Corbusier o altri feticci modernisti se questi non vengono ricostruiti com’erano e dov’erano a furor di architetti (a proposito mi piacerebbe che la redazione aprisse una riflessione sulla conservazione e il restauro del moderno, partendo magari dal restauro del Pirellone post kamikaze; perché non lasciare lacerti di facciata rovinata o evidenziare la serramentistica sostituita da quella originale come vorrebbe la teoria conservativa?).
Eppure per il WTC nessuno si è scomodato; questo vuol dire che a prescindere dal suo immenso valore simbolico mondiale, quello architettonico e culturale materiale era veramente scadentissimo. Questo vuol dire che di fronte al più alto carico di valore culturale che si poteva attribuire ad un edificio questo non era sufficiente a giustificarne la sua sopravvivenza architettonica ed urbanistica dopo un evento catastrofico che ne ha interrotto il fisiologico processo di vita.
Per la critica architettonica infatti le torri gemelle erano già vecchie quando le avevano costruite, quel poco valore disciplinare lo avevano assunto recentemente con la digestione nel tempo del loro segno nello skyline di NYC; vista la fine prematura che hanno fatto e la mancanza di volontà di farle rivivere per quelle che erano e per farle permanere al mondo della loro vita naturale per cui erano state progettate, vuol dire che se ne poteva anche fare a meno, che quindi erano uno dei più grandi “inquinamenti edilizi” esistenti al mondo.
I fatti sono che unanimemente si sta dicendo che devono essere sostituite con altri edifici di fattura diversa, che la gente non amava quelle architetture nemmeno dopo che sono state immolate per i valori patri; vuol dire che le qualità urbane, abitative e di lavoro che vi si svolgevano erano insignificanti tanto che non se ne avverte la mancanza (come è invece accaduto per molti edifici della ricostruzione postbellica europea).
Le chiavi di lettura allora sono diverse:
La prima, per dirla alla Branzi anni ’70, oggi molto in voga, è che le due torri avevano superato la soglia di un significato architettonico, facendo parte della realtà come oggetti che non comunicano valori architettonici, ma che servono semplicemente a vivere (forse delle vere “macchine per abitare”?) ed allora è solo inutile formalismo cercare nuove soluzioni architettoniche ad un intervento speculativo di queste dimensioni.
Oppure la permanenza non è più un valore dell’architettura, anzi questa (quella modernista) va avanti più veloce della propria vita edilizia e perciò è meglio sostituirla alla svelta, meglio se c’è qualcuno che da una mano a tirarla giù; insomma uno spreco materiale per capricci culturali: l’architettura è evento, scenografia, un misto di arte pura e design, un lusso generazionale che di fronte alla complessità si affida all’incomprensibile autoreferenzialismo dei presunti maestri geniali per non risolvere i problemi quotidiani.
Se infine l’architettura è ancora “l’arte e la scienza di fabbricare secondo delle regole determinate dal bisogno e dal gusto ragionato degli uomini….e rende nel tempo stesso più sicura, più agiata e più sana e ridente la vita degli uomini che raccolti si sono in civile società” (A. Fantastici) allora il primo input per la progettazione deve essere quello eticamente sostenibile della ricerca di una architettura dalla qualità della vita vissuta in grado di sopravvivere anche di fronte ad un bombardamento e di entrare nella vita delle persone in modo da esigerne il com’era e dov’era se qualche terrorista la distrugge, a maggior ragione se questo edificio parte già da un valore emotivo culturale ereditato.
Quale quindi è la soglia di valore per gli edifici che consenta loro un trattamento diverso dalle due torri per cui alcuni verrebbero promossi al com’era e dov’era e altri bocciati inesorabilmente alla sostituzione edilizia?
La mia posizione è che questa garanzia di risultati è solo perseguibile in ciò che oltrepassa le generazioni, che appartiene al proprio tempo ma che non vuole essere referente di se stesso. Non è solamente un giudizio che può dare la storia e che non possiamo prevedere; si tratta invece di un’Architettura Gentile che guarda ai luoghi, alle persone e alle tradizioni di vita e di costruzione che meglio vi hanno sopravvissuto.
Solo così l'architettura può rimanere simbolo di se stessa, essere perpetuata nel divenire del tempo con i suoi cambiamneti, e non soccombere sotto altri valori culturali in grado di cambiarne identità.

Andrea Pacciani


P.S. Non vi fa un po' strano che tutte le strizzatine d'occhio di Libeskind sanno molto di architettura classica?

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Commento 473 di Irma Cipriano del 05/11/2003


Che sia difficile mandare giù le sconfitte è comprensibile, anche se si potrebbe fare con un pò più di eleganza. Quello che mi preme dire però è che non credo che non ci sia, parlando di Ground Zero, un problema etico e morale di fondo. Anzi, il problema c'è ed enorme. Quel posto ora è la tomba di circa tremila persone ed è secondo me incredibilmente immorale pensare di ricostruirci lì dei nuovi grattaceli per uffici o peggio ancora per centri commerciali. Quel posto dovrebbe essere un simbolo della memoria, non del danaro. Non dovrebbe urlare << La ricca e potente America si rialza in piedi >> , ma evocare cordoglio e soprattutto rispetto per quel disastro. E non si tratta di falsi moralismi. Vorrei vedere cosa se ne penserebbe se in posti come San Sabba e le Fosse Ardeatine venisse costruito qualsiasi edificio. Sono monumenti della follia umana e tali devono rimanere. Anche Groun Zero è uno di questi monumenti, e il fatto che il terreno della campagna romana o triestina non sia appetibile economicamente come quello di NY non giustifica la mancanza di tatto e rispetto per le vittime e le famiglie.
Ground Zero lo avrei lasciato quasi così com'era , facendoci un parco magari, lasciando però l'impronta delle due torri con delle macerie sopra a ricordo. Non si può pensare di speculare su una cosa del genere. Gli americani che si sono sentiti così colpiti al cuore, come almeno sembra dai loro sempre presenti rimandi, non dovrebbero permettere la costruzione di alcunchè. Anche del progetto più bello ed originale di qualsiasi grande architetto. Non è a mio avviso giustificabile dire << Il mondo è crudele e quello del commercio edilizio ancora di più, perciò non dobbiamo fingere che potesse andare diversamente.>> Pensandola così ogni scempio architettonico ed ogni mancanza di rispetto per la morte dovrebbe essere giustificato.

Tutti i commenti di Irma Cipriano

5/11/2003 - Paolo GL Ferrara risponde a Irma Cipriano

Come non essere d'accordo con Lei? Non c'è modo, indubbio. Ovviamente, nel momento in cui c'è però qualcuno che decide di ricostruire - e sulle cui decisioni non abbiamo alcun potere dissuasivo-, si annullano tutti i nostri giusti propositi morali e, non poco forzatamente, si deve passare a parlare di architettura, di cosa sorgerà, di cosa ci dirà.
Se davvero Bush fosse un uomo con le palle quadrate, avrebbe comprato in rappresentanza degli Stati Uniti il sito Ground zero, e lo avrebbe lasciato, come Lei auspicava, "simbolo". Invece è andato in Iraq, lo ha distrutto, e ci ricostruirà. Ci saremo anche noi italiani, con il nostro prode Cavaliere a fare da condottiero ai suoi amici investitori. Proprio una cosa edificante...

 

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