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Ci sono 2 commenti relativi a questo articolo

Commento 397 di Andrea Pacciani del 30/08/2003


Segnalo questa pagina tratta dal sito del Riba (associazione di architetti britannici) in cui si annuncia una presa di posizione nei confronti delle scuole di architettura che per noi sarebbe fantascienza.
In questo documento si invitano le scuole di architettura alla chiarezza e alla aperta dichiarazione degli intenti e degli approcci al modo di fare architettura in modo che gli studenti, consapevoli, possano fare una scelta su come vogliono essere formati; si esorta pertanto anche l'istituzione di scuole di approccio tradizionale alle tematiche progettuali, per corretto pluralismo delle formazioni possibili.
Insomma si accetta una disparità di vedute sul modo di fare architettura e non una verità assoluta, un movimento unico che deve vincere sugli altri.
Si tratta della consapevolezza che le strade possibili sono diverse, nessuna infallibile nè risibile, tra cui il libero arbitrio degli studenti può scegliere.
Mi sembra di una trasparenza disarmante per le nostre abitudini baronali use alle spartizioni geografiche dei poteri universitari per cui in ogni sede universitaria si insegna un unico verbo incondizionato imposto da pochi per tutti.
Avanti anni luce reintegrare nelle scuole di architettura quelle tradizionali, di cui il mondo del lavoro inglese evidentemente sente la carenze. Intanto in Italia non so quanti neolaureati saranno mai in grado di proporzionare un cornicione o un basamento rispetto all'altezza dell'edificio (se questo servirà ancora nella professione del futuro).

Tutti i commenti di Andrea Pacciani

 

Commento 403 di Mariopaolo Fadda del 04/09/2003


L’intervista di Bodei è davvero molto interessante. In campo architettonico, è la conferma di quanto sosteneva Zevi da decenni, è la conferma che Rudosfsky aveva visto giusto ed è la conferma che l’architettura moderna è riuscita a tradurre in progetto il rifiuto della progettualità delle poetiche del gesto (espressionismo astratto, informale, pop-art).

Zevi ha riletto con occhio non-accademico, o meglio, anti-accademico la storia dell’architettura seguendo quel lungo, invisibile filo che lega Gehry a Morris a Borromini al tardo-antico ai nuraghi. Cioè tutto ciò che la critica accademica ha relegato nell’angolo, dell’incoerente, del disarmonico, del “brutto”.

Rudosfsky si prese la briga di organizzare al MoMA nel lontano 1964 la mostra Architecture Without Architects e sbattere in faccia al perbenismo accademico l’aggrovigliarsi delle capanne in un’insediamento dei Dogon, l’accampamento dei beduini nel Sahara, le giustapposizioni guadrangolari delle abitazioni di Marrakesh, la selva dei “condizionatori” che definiscono lo skyline di una cittadina Pakistana. La mostra è un formidabile invito a rileggere per intero la storia degli aggregati umani compresi i primi cinquanta secoli della storia umana e le culture dell'intero pianeta.
Ha ragione Sandro Lazier a mettere in guardia che “l'espressione , usata in questo contesto, va riferita al suo significato evoluto storicamente nella cultura occidentale e non può essere generalizzato in forma universale.”
Noi siamo abituati e prendere in considerazione solo una manciata di secoli e aree molto limitate perchè altrimenti il “bello” di Winckelmann non sapremmo dove ficcarcelo.

L’esplosivo Mummer’s Theater di Johansen, del 1971, è l’opera che segna la traduzione in architettura delle ricerche artistiche contemporanee e, grosso modo in quello stesso periodo, Gehry si sta chiedendo “se Rauschenberg usa la spazzatura per le sue pitture e sculture, perchè non posso farlo anch’io nelle mie architetture?”. Detto e fatto. Due calci agli stinchi dei “belli ideali” e delle “nature bucoliche”.

Per il resto sottoscrivo in pieno le considerazioni di Lazier sulla qualità e sul siluramento della “cupola” degli ordini professionali con il loro carico di ecumenismo mercantile ed ipocrita.

Tutti i commenti di Mariopaolo Fadda

 

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