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Commento 394 di Vilma Torselli del 17/08/2003


Mi sembra di capire che per parlare di storia, qualunque storia, dell’uomo, dell’architettura, dell’urbanistica, sia innanzi tutto necessario mettersi d’accordo sul concetto di storia, per esempio seguendo Sandro Lazier nel suo “percorso alla ricerca del significato attuale della storia”.
E su questo mi pare che non ci piova.
Ad affiancare e forse integrare il testo di Domenico Parisi suggerirei comunque la lettura di una pagina di Giacomo Marramao, professore ordinario di Filosofia politica presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze Sociali dell'Università di Roma Tre, dove si legge fra l’altro: "Storia" è una parola greca, "historìa", che vuol dire "rendiconto", all'inizio. E poi diventa una parola che esprime l'idea di un corso degli eventi, che ci abbraccia tutti insieme. Questa idea di storia, che è greca, originariamente occidentale, oggi si trova al cospetto di un mondo globalizzato, in cui l'Occidente ha a che fare con le altre civiltà. Molti mettono in dubbio che si dia quindi una unica storia, che la storia sia unitaria e che la storia possa inglobare insieme tutte le civiltà. Si pongono degli interrogativi molto seri sul concetto stesso, sull'idea stessa di storia…………”(Giacomo Marramao, “ Che cos'è la storia?")
Ciò che va messo in crisi, infatti, nell’epoca della globalizzazione, non è “come” ma “se” si debba o possa fare storia, almeno nella comune accezione del termine.
Mi pare, comunque, che anche sull’idea di una storia che recepisca l’odierna crisi dei linguaggi e delle identità nazionali non ci piova, anche se credo che una storia che sia “storia globale, cioè storia di tutte le società umane che ci sono state sulla Terra….volta a creare una identità di specie” ci sia già e si chiami antropologia. Così come mi pare che oggi, come Parisi auspicava nel febbraio 2001, il linguaggio abbia cessato “di essere il canale di apprendimento privilegiato della storia”, dato l’enorme sviluppo, intervenuto nel frattempo, dei mezzi tecnologici di diffusione di cui disponiamo (tecnologie digitali, realtà virtuale, interattività, ipertesti ecc.), tutti canali “non linguistici” democraticamente ed indiscriminatamente alla portata di tutti.
Sulla convinzione che la storia sia l’organico racconto, in chiave evoluzionistica, di come le cose sono cambiate si potrebbe discutere, tirando in ballo “la nostra necessità di dare giudizi” (Sandro Lazier, “Storia e Critica 2 - Verità storica e verità dei fatti”), che potrebbe viziare il nostro comportamento, o, se vogliamo, rifacendoci a Lucien Fèvre quando dice che “siamo noi che, nel bisogno di “organizzazione del passato”, diamo un ordine, che continuamente viene rivisto, ad una catena di fatti apparentemente senza significato”: perché in tal caso la rilevazione e la lettura di “ come le cose sono cambiate” risulterebbero del tutto arbitrarie, perché, in tal caso, la concatenazione “storica” degli eventi dipenderebbe dall’arbitrario lavoro dello “storico”, un ansioso insicuro alla ricerca di una consolatoria giustificazione che gli permetta di dare un senso al passato, nella recondita speranza di trarne rassicuranti suggerimenti comportamentali per il futuro.
Lo storico, per definizione, è portato al pensiero progettuale, mentre la visione globalistica passa attraverso la destrutturazione, filosoficamente intesa, che è l’antitesi della progettualità, come ci ha insegnato Bruno Zevi con la sua entusiastica adesione al decostruttivismo: si tratta di due verità incontrovertibili ma incompatibili, delle quali una è di troppo.
Essere in grado di leggere un testo (o un evento o un’architettura o un piano urbanistico) senza interporre un'interpretazione soggettiva rappresenta non solo “la forma ultima di esperienza interiore", stando a Nietzsche, ma anche la certezza di non dare ad un racconto un senso che non ha o addirittura di non leggere un consequenziale rincorrersi di cause ed effetti che possono non esserci. E’ difficile, per l’occidente, sospinto incessantemente da un bisogno di ricostruzione storica del passato secondo un concetto evoluzionistico che gli appartiene, ma è ciò che dovremo fare se vogliamo che i nostri discorsi sulla globalizzazione e sulla storia globale abbiano un senso.
Dobbiamo porci il dubbio che “evoluzione e cambiamento” siano due concetti generati dalla metafisica occidentale basata sull'opposizione dualistica del “è o non è” (essere/divenire, vero/falso, bene/male, in questo caso immobilismo/mutamento ecc.), che inducono a leggere gli avvenimenti come “ racconto del passato” nel quale cercare “processi e cause” con la pretesa di attuarne un “ tentativo di comprensione e spiegazione”.
E mi pare che alla luce di tutto ciò possa essere irrilevante stabilire se sia o no storicamente corretto demolire o meno il carcere di San Vittore.

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