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Ci sono 2 commenti relativi a questo articolo

Commento 507 di Angelo Errico del 18/11/2003


E' un tema delicato due volte quello dell'incidente di Genova.
Come in ogni incidente, c'è un lutto, e delle vittime sul lavoro, e deboradare in speculazioni verbali gratuite è uno scivolone facile in questi casi, da evitare con la massima sensibilità (sempre che io ne abbia una). Come in ogni incidente di questa "portata", ogni parola di puro e semplice pensiero può essere trasformata in insulto, diffamazione, accusa, offesa a pubblici ufficiali, e alla sensibilità di prima, si deve anche aggiungere una dose da pachiderma di attenzione, scrupolosissima, anche per i sospiri oltre che per le parole pronunciate.
Ricordo che durante un corso al Comune di Milano sulla sicurezza nei cantieri, argomentando sui dispositivi di protezione individuale (casco guanti scarpe, per intenderci) si diceva che i nostri operai edili sono oramai abituati a lavorare a mani nude e sprezzanti il pericolo, e che un elmetto crea più disagio che serenità sul lavoro, ed in certi casi, qualcuno s'impiccia ad indossarli, rischiando contraddittoriamente di farsi male.
Cosa voglio dire con questo? che nei cantieri le responsabilità sono di molti, e da ultimo anche dei cantieristi.
Se la preparazione di queste persone è (ed è una triste realtà) quella di chi s'è fatto mascolinamente nella vita da sé, con il mestiere che oggi ti vede quà e domani ti porta là, ci sono per contro quelli che sono tutto scienza tecnica e master di specializzazione (i laureati, gli architetti), ma impreparati ad ogni reale concreto confronto con la materia, quella usata per costruire. Se a queste persone, per sorti umane, affianchiamo chi della politica e della gestione del bene pubblico si confronta con la sola autocritica, in supponenza di essere uber alles, al di sopra di tutti, il rischio potenziale che in un cantiere le cose non vadano per il verso giusto, è alto. Raggiunge livelli di pericolosità inimmaginabili ma prevedibili nella dimensione di un disastro tale rischio, se l'opera da costruire è di portata enorme come quella di Genova.
Kenzo Tange, dopo aver realizzato in un lungo arco di tempo il famoso aeroporto in Giappone (quell'isola enorme che fa atterrare un mondo intero ogni giorno) durante una cerimonia rispose ad un'intevistatore che gli domandava di esprimere un commento o un'osservazione personale su quanto realizzato, disse: sono contento che non ci sono stati incidenti e vittime di operai nel cantiere.
Questo per sottolineare come persino un grande come Tange, non si sia sbrodolato con querule chiacchiere da Ordine degli Architetti, ma di tutto quello che avrebbe potuto dire e ribadire per lasciarlo poi immortalato nelle riviste e nei giornali, ha semplicemente ossevato quanto in un ambiente così rischioso, tutto sia andato per il giusto verso.
In Italia, il dramma è che, ai cosìddetti culi di pietra dell'amministrazione locale, si dà da applicare "una legge" che ancorché preventiva e di ausilio al progettista, al costruttore, al direttore dei lavori, è punitiva per tutti loro.
La Merloni, come ogni figlia del pensiero parlamentare italiano, è l'aborto di compromessi, tira e molla, omissioni per la concessione in altre parti. Il buon senso tuttavia, dovrebbe appartenere agli uomini anzitutto. Mi dite come avranno fatto i romani a costruire acquedotti dalla Scozia alle coste africane senza uno straccio di lex aedile?

Angelo Errico

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Commento 509 di Beniamino Rocca del 19/11/2003


La legge Merloni è una sciagura.
A Genova, purtroppo, nel vero senso della parola.
Andrebbe presa questa, sciagurata, occasione per dire con forza che dividere il progetto in prelimenare, definitivo, esecutivo, e la direzione dei lavori in architettonica, strutturale, impiantistica (riscaldamento, elettrico, idrico-sanitario, impianti speciali, i direttori dei lavori possono essere una diecina) è demenziale . Ma nessuno lo dice e non succederà nulla di quello che il buon senso e la millenaria pratica del buon costruire suggerisce :il progetto d'architettura e la sua realizzazione, naturalmente, deve essere unitario e la responsabilità delle maestranze in cantiere deve essere dell'impresa di costruzioni ( se è tale!) e basta.
E' così difficile capirlo?
La verità è che non ci sono più imprese di costruzione vere iscritte agli appositi albi. Tutti quelli che in cantiere ci vanno, lo sanno da tempo ormai. Le imprese di costruzione italiane, che non a caso non vincono più un appalto all'estero da anni, hanno a libro paga più avvocati ed impiegati che capimastri, carpentieri, geometri, muratori e compagnia bella. A loro la legge Merloni -e ancor di più le leggi sulla sicurezza- vanno bene così. E nel Parlamento italiano sono tanti gli avvocati, si sa.
E' demenziale, ma per avere più sicurezza in cantiere si è legiferato per responsabilizzare innanzitutto il committente, anzichè le imprese che decidono chi mandare in cantiere.
Insomma, la signora Maria ad esempio, che fa la sarta e vuole farsi la villetta, se si fa male qualcuno in cantiere si becca il suo avviso di garanzia dal solerte magistrato di turno.
Ma le nuove leggi, la 494 in questo caso, così prevedono.
E così nasce un'altra figura: il responsabile della sicurezza (anzi, sono due, perchè si può dividerlo in fase di progettazione ed in fase di esecuzione!) oltre ai progettisti ed i vari direttori dei lavori.
E intanto gli ordini professionali, le università , le associazioni, i collegi, ogni italiano con un pò di spirito imprenditoriale perbacco, continuano a organizzare corsi a pagamento previsti per legge (!). Insomma, si continuano a produrre inutili attestati ed a dare un pò di soldi straordinari a professori falliti, pensionati, ex vigili del fuoco, ex burocrati, impiegati dell'Asl e giovani magistrati (anche loro non mancano mai a fare la loro brava lezione in questi corsi).
Ha detto Bruno Zevi "Nemmeno in stato di ebbrezza si può dividere l'architetto in quattro..." ma, con tanto di legge naturalmente e dopo cene e convegni, è stato fatto e in questa logica ancora si continua: architetto, pianificatore, conservatore, paesaggista....
Riposa in pace Albert Kolegjegja, albanese sfortunato.


Tutti i commenti di Beniamino Rocca

 

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